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Recensione – Selma

di Alessio Ottonello

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selma 2Selma – la strada per la libertà. Un film di Ava DuVernay, con David Oyelowo, Carmen Ejogo,Tom Wilkinson, Tim Roth, Oprah Winfrey.

«Le nostre vite cominciano a finire il giorno che stiamo zitti di fronte alle cose che contano» Martin Luther King, Jr.

La lotta per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti conobbe nella città di Selma uno degli episodi simbolo che sensibilizzarono l’opinione pubblica del paese a favore dell’estensione del diritto di voto.

La pellicola di Ava DuVernay, candidata all’Oscar come miglior film, apre con una scena volutamente semplice: una signora di colore di mezz’età (a cui presta il volto con umiltà la grande Oprah Winfrey) vorrebbe registrarsi alle liste elettorali, ma viene umiliata dal funzionario pubblico con domande impossibili alle quali la donna, dopo uno scatto d’orgoglio iniziale, deve arrendersi a non saper rispondere e vedere la propria richiesta nuovamente respinta.

Questa sequenza, insieme all’attentato in una chiesa di Birmingham in cui l’esplosione di una bomba uccide quattro bambine, crea nel pubblico l’indignazione iniziale per introdurlo alla trama, che vede protagonista il leader dei diritti civili Martin Luther King, interpretato magistralmente dall’attore David Oyelowo.

Il dottor King, alla guida del congresso dei leader cristiani degli stati del Sud (SCLC), insieme a Ralph Abernathy ed altri attivisti della comunità afroamericana, si batteva in maniera pacifica e non violenta per la dignità e l’uguaglianza di bianchi e neri, il suo impegno politico lo portò a confrontarsi con personaggi storici come i presidenti Eisenhower e Kennedy, dagli anni ’50 con la fine della segregazione razziale sugli autobus e fino al suo assassinio avvenuto nel 1968.

Sullo schermo lo incontriamo nel 1964, mentre ritira il premio Nobel per la pace e successivamente alla Casa Bianca dal presidente Lyndon B. Johnson, a cui chiede di intervenire per garantire pari diritti di voto anche ai cittadini di colore, ancora vessati da veri e propri sabotaggi burocratici da parte delle amministrazioni locali, soprattutto degli stati del Sud, i cui dirigenti reazionari vedono come fumo negli occhi la lotta per l’uguaglianza.

Proprio la guerra di nervi contro le autorità retrograde, su tutti il governatore dell’Alabama, porta il dottor King nella cittadina di Selma, esempio di umiliazione civile dei neri, dove unisce i propri sforzi a quelli del movimento studentesco afroamericano per promuovere una marcia di protesta fino alla capitale dello stato, Montgomery.

Qui i fatti documentati si mescolano con i momenti rubati alla vita privata del reverendo, mostrandoci un uomo sorretto dalla fede e dalla certezza di muoversi nella direzione giusta, maSelma-cast stanco e provato dalla lotta, affiancato da una moglie anch’ella forte di carattere, sofferente per la lontananza del marito e le continue minacce anonime che bersagliano lei e i loro bambini.

La famiglia è ulteriormente messa alla prova dalle attenzioni del FBI, che ne riporta ogni minima mossa al suo direttore-padrone J. Edgar Hoover, il quale, diffondendo voci su presunte infedeltà coniugali, vorrebbe screditare il dottor King agli occhi dei sostenitori per indebolirlo, azionando una “macchina del fango” mediatica in anticipo sui tempi.

Il resto del film è una lezione di storia narrata in maniera lucida e impeccabile, la violenza della polizia sui protestanti pacifici è insopportabile e genera nello spettatore di oggi lo stesso rigetto che provarono i telespettatori americani vedendo per la prima volta le immagini di quei loro concittadini massacrati a manganellate per il solo motivo di voler essere rispettati come i bianchi.

Come per altri esempi recenti, primo tra tutti il “Lincoln” di Steven Spielberg, la scelta vincente del film è quella di non voler essere una biografia in senso tradizionale, ma di concentrarsi solo in pochi episodi che tratteggiano, senza troppa retorica, l’essenza della figura storica che vuole raccontare, non a caso il titolo è “Selma” e non “King”: il risultato è un film forte, solido e non romanzato, che in poco più di due ore sa indignare, commuovere ed ispirare.

Purtroppo la Storia si ripete e la realtà, con i fatti di Ferguson e il riaccendersi di focolai di razzismo nelle forze dell’ordine americane, colora di tragica attualità la ricostruzione cinematografica, ricordandoci che la marcia per il rispetto dei diritti di ogni essere umano è ancora lontana dal traguardo.

Dietro la macchina da presa avrebbe dovuto esserci lo specialista Lee Daniels, che negli ultimi anni ha saputo raccontare la comunità afroamericana come pochi altri coi film “Precious” e “The Butler”, il suo abbandono ha lasciato il posto alla regista Ava DuVernay, la quale riesce a combinare molto abilmente le scene private e i dialoghi impegnati tra i personaggi, che le sono più congeniali, con le complesse sequenze delle marce di protesta, creando nello spettatore una tensione drammatica, fino a far provare timore per l’incolumità di coloro che passano dalle parole all’azione, con la minaccia costante della repressione più bieca.

A lei va il merito di aver realizzato un film biografico non ruffiano né patinato per attirare i premi, anzi colpisce per come gli eventi non appaiano romanzati o diluiti per il rischio allontanare fette di pubblico, “Selma” ha il coraggio di mostrare l’assurdità del razzismo alla maniera di “12 Anni Schiavo”, ma in un contesto più attuale e riconoscibile.

Si vede proprio che il pezzo forte della regista, al suo terzo lungometraggio, è la caratterizzazione dei personaggi, anche se in una produzione come questa sono tanti e potrebbe esser problematico gestirli: invece per alcuni bastano poche battute per restare nella memoria del pubblico, come l’anziano che vorrebbe poter votare alle elezioni prima di morire o il governatore razzista col volto di Tim Roth.

Ma il meglio viene dato dal protagonista, l’attore britannico David Oyelowo.

Egli conferisce alla sua interpretazione di Martin Luther King una tale dignità e forza interiore che non ha bisogno di convincere, fa rivivere un personaggio storico con i tratti che conosciamo, la lungimiranza politica e l’abilità oratoria dei grandi discorsi, ma anche con la sensibilità e le paure di un uomo che sa cosa rischia rifiutando di fermarsi: con una performance del genere, il nome di questo bravissimo attore poco conosciuto dovrebbe essere di diritto tra quelli in corsa per l’Oscar per il miglior attore protagonista, ma incredibilmente non c’è; del resto anche l’esclusione della DuVernay dalla rosa dei migliori registi è incomprensibile, avrebbe potuto essere la prima donna di colore a concorrere per la prestigiosa statuetta, rinnovando le fila di quell’Academy sempre un po’ troppo tradizionalista.

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Ma del resto pare che la ventata di impegno civile che lo scorso anno ha portato la vittoria di “12 Anni Schiavo” si sia già esaurita: “Selma”, anch’esso prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, ha totalizzato solo due nomination ai premi che verranno assegnati domenica al Kodak Theatre di Los Angeles: per la miglior canzone originale, l’ispirata “Glory” di Common e John Legend, e per miglior film, ma a mio parere le sue probabilità di vittoria sono piuttosto basse, considerando che dovrà vedersela con i super favoriti “Birdman”, “La Teoria del Tutto e Boyhood, che hanno già rastrellato numerosi riconoscimenti in giro per il mondo e con gli altri candidati Whiplash , The Grand Budapest Hotel, The Imitation Game e American Sniper che non hanno comunque voglia di arrendersi. In attesa del nostro speciale di lunedì (ringraziamo moltissimo i nostri colleghi che ci hanno ospitato nella loro giornata di uscita delle rubriche) sulla notte degli Oscar vi ricordo che potete vedere la lista completa delle nomination cliccando Qui.

 

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