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House of Cards

di Giulia Rupi

Pubblicato il

house-cards-600x450Cinismo, complottismo, sete di potere, ambizione, furbizia e mai, in alcuna occasione, scrupoli di alcun genere. Il Principe di Machiavelli?

Una mondo senza pietà ma allo stesso tempo pericolosamente attraente, pur nel suo essere freddo, distante e visibilmente ostile. Westeros di Game of Thrones?

La realtà è che si tratta di una serie tv, House of Cards, che non ha per protagonisti né principi del Cinquecento né nobili pseudo scozzesi di casate e paesi immaginari. Le pedine impazzite che si muovono sulla scacchiera a cui Beau Willimon dà vita nel suo adattamento per Netflix sono uomini in giacca e cravatta, ricchi e potenti.

Che nelle alte sfere ne combinino parecchie è sempre stato un luogo comune, ma che ogni mossa politica sia così calcolata, allo stesso tempo rischiosa e sofferta, che la tensione sia costantemente tanto alta, e infine, che davvero si riesca a realizzare qualcosa di concreto seppur meschino con questo modo di fare politica, è forse qualcosa che, forse, per la maggior parte degli italiani, si avvicina alla fantascienza.

L’intero telefilm parte da un presupposto: in politica, a Washington non esistono e non possono esistere i “buoni”, persone rette che si occupino effettivamente di fare il bene comune. Le specie di politico sono essenzialmente due, chi crede di poter avere i privilegi necessari per poter fare egoisticamente e impunemente i propri interessi e chi è disposto addirittura non solo ad agire senza tener conto degli altri, ma servendosi spudoratamente degli stessi, calpestandoli come tappetini, pur di fare il proprio gioco e raggiungere i propri obiettivi. La moralità non è fra i requisiti di un buon politico, e chi dovesse trovarsi ad averne ancora un briciolo è destinato al fallimento, come il povero parlamentare Peter Russo, disdegnato da chiunque non tanto per la sua dipendenza da alcol e droghe ma piuttosto per la sua fragilità ancora umana nel voler fare la cosa e le scelte “giuste”.

In questo oceano popolato di squali famelici, il particolare più interessante è che il protagonista, invece di esserne uno spettatore e, in questo caso, narratore neutrale, è proprio uno degli squali più senza scrupoli. Frank Underwood interpretato da Kevin Spacey, all’inizio appare un mediatore vicenda- spettatore particolarmente antipatico. È inespressivo, duro, mai titubante, inflessibile e amorale, o meglio, totalmente libero di agire indipendentemente dalla morale comune, solamente fedele alla sua. Se inizialmente lo spettatore può rimanerne scandalizzato, la ritrosia di quest’ultimo però viene presto astutamente aggirata dalle modalità con cui stesso narratore/protagonista si rivolge ad esso: voce melliflua e sguardi complici si sommano a dure lezioni di vita e confessioni dirette e senza vergogna. Tutto ciò mai giunge a far sì che lo spettatore diventi un suo simpatizzante per davvero, tuttavia, poco a poco riesce a scavare una breccia nel muro della sua opinione dura e critica, tanto da accettare tacitamente di farsi guidare attraverso i contorti e labirintici corridoi della politica centrale statunitense ritratti nel telefilm, così come attraverso quelli, altrettanto complessi e contorti, della mente da malvagio mastermind politico del XXI secolo dello stesso Frank Underwood.

La sensazione corrisponde esattamente a quando ci vengono spiegate delle regole di un gioco particolarmente complicato che non conosciamo, da una persona della cui squadra facciamo parte; quella persona non si attiene a spiegarci le regole semplici da libretto di istruzioni, ma, essendo nel suo interesse vincere a tutti i costi, ci mostra tutti i sotterfugi possibili, le tattiche utilizzabili al limite delle regole e a volte pure le strategie per aggirarle.

House-of-Cards-Cast2Frank Underwood è il nostro coniglio bianco, in una Wonderland al limite della distopia: con grande abilità riesci innanzitutto ad “adescare” il pubblico suscitandone la curiosità, per poi condurlo nel suo pericoloso mondo. Ingenui e finora ignoranti di questa realtà tanto diversa, come Alice, noi spettatori in caduta libera in questo ambiente così realisticamente vivido ma estremo, facciamo la conoscenza di altri personaggi, altrettanto strani, altrettanto abietti a volte: una moglie che si occupa di progetti eco-sostenibili e umanitari ma che a livello sentimentale concepisce il matrimonio come una mini sfera politica, come un’alleanza di persone potenti, influenti e ciniche nella stessa misura, capaci di raggiungere grandi obiettivi insieme; oppure, ancora, una giornalista che si ciba di notizie, che vive per le notizie fino a spingersi troppo in là nei rapporti col potere.

La tecnica dello sguardo in macchina che incatena l’ammaliato spettatore a Frank Underwood si rivela uno stratagemma drammatico interessante che fa della serie qualcosa di geniale: permette allo spettatore di assistere alle vicende sia in maniera neutrale, così da trarne i propri giudizi, sia attraverso gli occhi di Frank Underwood, l’affascinante cattivo della favola, e di trovarsi combattuto nel non sapere da che parte stare, dalla parte di buoni che non esistono e che rispondo ad una morale solamente immaginata o dalla parte del potere, quello politico, quello carismatico, quello visuale.

 

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