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Nevermind: Kurt Cobain secondo Tuono Pettinato

di Luca Rasponi

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Per alcuni è stato un mito. Per altri, uno che urlava canzoni rumorose. Altri ancora lo considerano solo l’ennesima rockstar, incapace di sfuggire al proprio destino di autodistruzione. Ma chi era veramente Kurt Cobain? Molti hanno cercato di rispondere a questa domanda senza riuscirci a pieno, nonostante i fiumi di parole che in questi vent’anni sono stati dedicati al ragazzo di Aberdeen.

È proprio in questo modo che Tuono Pettinato – con il suo ultimo graphic novel non a caso intitolato Nevermind – racconta Kurt Cobain. Come una persona vera: non un personaggio, un modello da imitare o un poco di buono, ma un ragazzo semplice quanto sensibile, inadatto in egual misura all’inettitudine della provincia americana e alla pressione dello star system a stelle e strisce.

L’autore si concentra sugli aspetti meno noti della personalità e della vita di Cobain, raccontando prima di tutto un bambino più vivace e solare di quel che ci si potrebbe aspettare. Come tanti, sembra dire Tuono Pettinato, il giovane Kurt ha cercato soltanto la sua strada in un mondo che concede pochi spazi alle persone più sensibili. E non è riuscito a trovarla.

Ma dove nasce il disagio profondo che per tutta la vita ha accompagnato Kurt Cobain, fino al gesto drammatico del suicidio? Tuono Pettinato prova a spiegarlo con uno stile narrativo semplice, non necessariamente lineare ma assolutamente intuitivo, e con uno stile grafico espressionista, quasi primordiale, che ricorda in alcuni momenti il Gō Nagai di Devilman.

Questo quadro narrativo è arricchito da una dimensione ulteriore, quella musicale: l’autore propone infatti una tracklist da ascoltare durante la lettura, con pezzi dei Nirvana e altri brani che fanno da colonna sonora al racconto. L’abbinamento funziona, e dopo qualche pagina l’interesse per la lettura è accompagnato dalla piacevole curiosità di scoprire quale sarà la canzone successiva suonata dal juke-box di Tuono Pettinato.

La musica scorre parallela alla lettura Nevermind come alla vita di Kurt Cobain. Fin dai primi dischi ricevuti in regalo dalla zia Mary – Hey Jude dei Beatles e I’m a believer dei Monkees – il bambino mostra un entusiasmo incontenibile per la musica, che ben presto si trasforma in un frastuono insopportabile per i genitori.

L’iperattività di Kurt non è però l’unico problema da gestire per i coniugi Cobain, allontanati da una crisi di coppia che li porterà al divorzio. Il piccolo Kurt, fino ad allora estroverso e vivace, affronta la sua sofferenza chiudendosi in sé stesso, vivendo un senso di inadeguatezza nei confronti degli altri che lo accompagnerà per tutta la vita.

L’unico confidente a cui Kurt sembra dare fiducia è l’amico immaginario Boddah, che Tuono Pettinato raffigura con le fattezze della tigre Hobbes in omaggio alla striscia di Bill Watterson, Calvin & Hobbes. Il rifugio nell’immaginazione è l’unico appiglio per sfuggire a una realtà che sembra costringere le persone a competere in ogni contesto: dallo sport alla caccia, i tentativi del padre di spingere Kurt a essere “come gli altri” sono fonte di umiliazione e frustrazione profonde per entrambi.

Ma Kurt è solo un bambino, e non sa che fare immerso com’è in una città di «idioti, cavernicoli e taglialegna», dove il valore di un uomo si misura esclusivamente in base alla forza bruta e al machismo più stereotipato. In suo soccorso, proprio nel periodo più difficile dell’adolescenza, arriva nuovamente la musica, che ancora una volta propone a Kurt una strada adatta alla sua sensibilità.

Le note allegre dell’infanzia lasciano spazio ai ritmi sincopati e rabbiosi del punk, in cui Kurt ritrova inaspettatamente se stesso: «La scoperta del punk è stata la mia salvezza! Ha migliorato la mia autostima e mi ha dimostrato che si può diventare una rockstar anche rimanendo dei disagiati totali! Che non serve neanche diventare una fottura rockstar! Sapere di poter essere sé stessi è un’enorme liberazione!».

È proprio questo il punto: con il punk Kurt Cobain trova il modo non solo di esprimersi, ma di affermare la propria dignità ad essere diverso. «In un mondo ossessionato dal successo, scegliere la sconfitta è rivoluzionario», dice Tuono Pettinato per bocca di Boddah. E così la musica sembra in grado di diventare il giusto anestetico per liberarsi dalle angosce quotidiane, lasciandosi alle spalle le droghe di ogni genere sperimentate in quegli stessi anni.

«L’apice della felicità è prima che arrivi il successo», dice ancora Boddah: Kurt sembra aver finalmente trovato lo spazio che cerca da sempre per essere se stesso, senza costrizioni e sensazioni di inadeguatezza. Ma quando i Nirvana – il gruppo grunge di cui fa parte insieme a Dave Grohl e Krist Novoselic – arrivano in cima alle classifiche, Cobain torna nuovamente al punto di partenza.

Dove prima c’erano i genitori e gli abitanti di paesini come Aberdeen e Montesano, ora c’è l’America intera che lo ama e lo odia, senza mai sforzarsi di provare a capirlo. Che pretende di giudicarlo con parametri inadatti alla sua personalità, alle sue aspirazioni, al suo carattere.

E così, nemmeno troppo lentamente, la vita di Kurt scivola via verso l’epilogo universalmente noto, quel colpo di fucile che il 5 aprile del 1994 ha troncato la sua giovane vita ad appena 27 anni. Un gesto che fa guadagnare a Cobain un posto «nell’Olimpo degli immortali assieme ai giganti del rock», come scrive Davide Toffolo nell’introduzione.

Un’etichetta, ancora una volta, che Kurt si ritrova suo malgrado cucita addosso, insieme alle innumerevoli altre che accompagnano con straordinaria superficialità i suicidi illustri, a metà strada tra l’arroganza e il pietismo: “era un debole”, “non ce l’ha fatta, poverino”, “quelli come lui si meritano di finire male”.

In mezzo a tutto questo rumore, nella testa del lettore rieccheggiano canzoni che grazie al lavoro di Tuono Pettinato assumono nuovo spessore: Something in the way, colonna sonora dell’adolescenza nomade di Kurt, All apologies che diventa il suo testamento ideale, e poi Lithium e In bloom. La vera sorpresa, però, arriva chiudendo Nevermind. È solo dopo aver letto l’ultima pagina, infatti, che fa capolino un’idea inaspettata: per la prima volta ho capito chi era davvero Kurt Cobain.

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