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Stroncature – Storia d’inverno

di Marco Frongia

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Storia d'inverno - Locandinadi Akiva Goldsman, con Colin Farrell, Jessica Brown Findlay, Russell Crowe, Jennifer Connelly, William Hurt, Eva Marie Saint, Will Smith.

È possibile amare così tanto qualcuno da permettergli di superare le barriere del tempo? O da avere il potere di salvargli la vita? Oppure ancora, da accompagnarlo al cinema a vedere Storia d’inverno?

Uscita alla vigilia di San Valentino, la pellicola diretta da Akiva Goldsman risponde a tutte queste domande con un deciso, roboante “Sì”. Il problema è che ne lascia irrisolte moltissime altre, sfornando per di più una marea di leggerezze che inficiano inevitabilmente il risultato finale.

Una vera delusione, perché Storia d’inverno, sulla carta, poteva funzionare molto bene: tratto da un romanzo di successo, vanta un cast notevole, una bella colonna sonora composta da Hans Zimmer, e soprattutto una scenografia suggestiva e curata, in grado di immergere lo spettatore in un 1916 piuttosto credibile.

Nonostante si tratti di un esordio dietro la macchina da presa, il fallimento del film non è imputabile alla regia di Goldsman: certo, non è esente da difetti (in particolare, per una poco calibrata gestione del ritmo narrativo) ma è comunque in grado di guadagnarsi senza troppa fatica la sufficienza, grazie soprattutto ad inquadrature visivamente d’impatto, per quanto poco originali.

Batcarta di credito

La Batcarta di credito, da “Batman & Robin”

Il problema, semmai, è la sceneggiatura. Per la quantità di errori grossolani e di dialoghi irrealistici, Goldsman non solo non riesce a scrivere un’opera in grado di rivaleggiare con il suo A beautiful mind – con il quale vinse un Oscar, nel 2002 – ma regredisce ai tempi in cui massacrava il franchise di Batman insieme a Joel Schumacher.

Storia d’inverno è un concentrato di imprecisioni, insensatezze e buchi di sceneggiatura tali da rendere molto difficoltosa la visione a chiunque, davanti ad un film, sia abituato a farsi più di qualche domanda. Naturalmente gli elementi fiabeschi sono esclusi da questo novero, essendo per loro natura dispensati da qualunque necessità di spiegazione. Mi riferisco piuttosto a dialoghi  barocchi, gag tirate troppo per le lunghe, e clamorose sviste sulle età dei personaggi.

Forse esistono delle ragioni dietro ad alcune scene. Magari c’è un motivo per cui Russell Crowe non riesca ad accorgersi di un cavallo che galoppa sull’asfalto, lanciato a tutta velocità nella sua direzione. O perché mai Colin Farrell si sfoghi con una sconosciuta (Jennifer Connelly), annunciando che avrebbe fatto irruzione nottetempo nella biblioteca che gli ha negato l’accesso. Il film, tuttavia, non ce le fornisce, contando sul fatto che lo spettatore preferisca lasciarsi trascinare dalla storia, piuttosto che pretendere delucidazioni.

Storia d'inverno - Colin Farrell

21 anni, e non li dimostra

Ciò che non è per nulla accettabile, in ogni caso, è la rappresentazione dei personaggi attraverso gli anni. Nei primi minuti di film, scopriamo che il protagonista, Peter Lake, è nato all’incirca nel 1895; dunque, nel 1916 dovrebbe avere 21 anni. Possibile che non si potesse modificare qualche data, in maniera tale da rendere giustificabile la scelta di farlo interpretare da un 38enne?

Willa Penn. A sinistra, com'è. A destra, come avrebbe dovuto essere

A sinistra, la Willa Penn del film.
A destra, come avrebbe dovuto essere.

Quanto a Willa Penn, bambina di nove anni nel 1916, nel 2014 lavora al giornale di famiglia, ed ha il carisma di Eva Marie Saint, premio Oscar che a luglio compirà novant’anni. Peccato che il personaggio, secondo i calcoli, dovrebbe averne la bellezza di 107; un’età in cui si somiglia più ad una tartaruga delle Galapagos che alla direttrice di un quotidiano. Problemi anagrafici a parte, le scelte di casting funzionano: Russell Crowe rappresenta una delle poche note positive di questo film, nei panni di un villain spietato ed inquietante, in grado di contrastare parzialmente il mare di melassa nella quale è immerso il resto della pellicola; Will Smith è un Lucifero intrepretato in modo soddisfacente, ma rovinato dalla solita sceneggiatura moscia e da un look più adatto ad un comprimario di Fast and Furious che al Principe delle Tenebre; e Jessica Brown Findlay regge bene un ruolo non troppo impegnativo, ma comunque importante.

La sua Beverly Penn è bellissima e delicata come era necessario che fosse, ed irradia la sensualità e la fragilità che una ventenne gravemente malata deve trasmettere.

Meggie Smith

“Qual è la cosa più bella che avete rubato, signor Lake?”

La sorpresa più grande, ad ogni modo, è il fatto che la Findlay abbia effettivamente l’età del suo personaggio.

Visti i precedenti, è già tanto che il ruolo non sia andato a Meggie Smith.

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