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Intervista ai Julie’s Haircut, tentando di spiegare l’inspiegabile

di Ilaria Virgili

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Ashram Equinox è il nuovo disco dei Julie’s Haircut. Suggestivo e onirico come il titolo che porta, è composto da 8 tracce strumentali, per una durata totale di 42 minuti. Live è proposto nella sua interezza, corredato di visual, come spesso succede nell’ambito della musica psichedelica, e come succede senza forzature con questo disco, che spaziando «dal rock alla psichedelia, dall’elettronica al  minimalismo, con richiami al jazz, alla musica etnica, al dub, alla drone  music» si presta molto a un accompagnamento visivo adeguato.

Nelle situazioni che lo permettono, la band si esibisce dal vivo con uno schermo di proiezione trasparente, posto davanti, sul quale le immagini vengono proiettati dal vivo da vj Klein – nome d’arte del talentuoso artista dell’immagine Carmine Masiello – che realizza i visual sul momento, interagendo così con la band. Sfruttando adeguati giochi di luce, il gruppo tende a sparire e ricomparire dietro il telo e le immagini.
«È un immaginario visivo che credo calzi bene con la nostra musica. Descriverlo è un po’ difficile: andrebbe visto», mi dice Luca Giovanardi, fondatore e chitarrista della band, confermando il principio per il quale il racconto non è sostituibile all’esperienza diretta.
Ovviamente, lo stesso vale anche per l’ascolto del disco.
Ma la contravvenzione a questa regola a volte è irresistibile, tanto da chiedere e tentare di spiegare l’inspiegabile.

julies promo FIRMA 6

Per produrre “Ashram Equonix” avete impiegato più tempo di quanto vi fosse servito per i dischi precedenti.
L’allungamento dei tempi a cosa è stato dovuto?

Credo sia stato dovuto non tanto alla complessità del disco, quanto alla complessità della nostra esigenza di provare soluzioni diverse da quelle già calcate, e fare uno step ulteriore verso le sonorità che ci affascinano.
Abbiamo cominciato a lavorare al disco tanto tempo fa, dedicandoci alla produzione a tempi molto alterni. In quel periodo eravamo in tour, quindi appena avevamo un weekend libero e lo studio era disponibile, lo occupavamo portando idee, sviluppandole, lasciandole depositare, e rivisitandole dopo qualche tempo.

Quindi, le ore effettive in studio per registrare il disco non sono state molte. Il lavoro più complesso è stato la ricerca della direzione che volevamo intraprendere.
julies-haircut-musica-streaming-the-wildlife-variations-epIn questo senso, la chiave è stata realizzare che l’idea che ci affascinava maggiormente era quella di fare un disco tutto strumentale. L’aggiunta delle voci su parti strumentali già prodotte non ci convinceva, ma al contempo avevamo cose cantante che ci piacevano molto. Quindi, nel momento in cui abbiamo deciso che il nostro nuovo album sarebbe stato un viaggio sonoro, abbiamo anticipato l’uscita dei pezzi cantati pubblicando The Wildlife Variation, un EP di quattro brani uscito nell’estate del 2012. Da quel momento, una volta compreso l’indirizzo che volevamo perseguire, in tempi relativamente brevi abbiamo completato il lavoro e pubblicato il disco.

Il metodo che utilizziamo da tre dischi a questa parte non è quello della scrittura di canzoni in senso tradizionale, come facevamo prima. Ora entriamo in studio senza aver scritto nulla, e improvvisiamo insieme, registrando tutto. Quindi abbiamo una mole di materiale registrato molto ricca: tante cose vengono abbandonate al loro stato embrionale; altre vengono sviluppate, ma mai in maniera eccessivamente cerebrale. Ci piace molto editare, montare versioni molto spontanee e istintive della musica che facciamo.
Una volta compreso l’indirizzo del disco, si tratta di creare una sorta di percorso sonoro col materiale prodotto, che abbia un senso dall’inizio alla fine, senza perdere la spontaneità.
Questo è successo con “Ashram Equinox”.

Ascoltando il disco si riscontra una presenza abbastanza importante di piano e tastiere, un considerevole e raffinato lavoro prodotto dalla batteria, e una presenza in secondo piano della chitarre. Quest’ultima scelta è costata, un po’, a voi chitarristi storici della band?

No, assolutamente.
Innanzitutto devo precisare che ci sono tante chitarre, ma non hanno il sound tradizionale, perché non c’è un approccio rock nel suono della chitarra e nel modo in cui viene suonata. Ci sono anche tanti strumenti acustici a corda.
In ogni caso, senza dubbio c’è stata una nostra volontà di esplorare sonorità più elettroniche, legate sia al mondo dei sintetizzatori che degli strumenti a tasti acustici. Quindi quello che noti in parte è vero. Però non ci è costato, perché è stata un’esigenza nostra. Io in particolare, qualche anno fa, sentivo di aver un po’ esaurito le idee su ciò che potevo dare con la chitarra alla nostra musica. Da qui, il desiderio di cimentarmi con strumenti diversi. Nello specifico, studiare la musica elettronica e cercare di inserirla nel nostro tessuto sonoro è stata un po’ la mia curiosità principale nella lavorazione del disco; attività che è servita molto, perché adesso ho una voglia pazza di suonare la chitarra.

Penso che nella storia di un gruppo ci debbano essere direzioni nuove che vengono prese, assecondate, esplorate. Questo permette anche di recuperare curiosità verso percorsi già battuti, e di realizzare che le cose che sembravano stantie in realtà sono ancora fertili: semplicemente, in determinati momenti, la mente ha bisogno di essere nutrita di suoni diversi.

Arrivando al discorso sulla batteria, Ulisse Tramalloni ha sostituito Roberto Morselli da qualche anno, ma è il primo vero album di lunga durata che registra insieme a noi. A differenza di Roberto, ha un’estrazione più jazz, e credo che in questo disco siamo riusciti a sfruttare appieno questo tipo di potenzialità. A livello di produzione di studio, ci siamo divertiti molto a sovraincidere più parti ritmiche per creare un tessuto sonoro in cui le pulsazioni ritmiche arrivassero da più direzioni, compenetrandosi e sovrapponendosi.

A proposito del lavoro di registrazione, quando ci troviamo in studio, più ancora che una band siamo un team di produzione: ormai sono 20 anni che registriamo i nostri dischi da soli, abbiamo una conoscenza approfondita gli uni degli altri, e conosciamo i trucchi produttivi. Il piacere dello studio è anche questo: andare ad avventurarsi verso cose che non si sa come possano andare a finire.

Per ogni traccia del disco è stato prodotto un video, frutto dell’assemblaggio di materiale che sembra molto vecchio, tanto lontano nel tempo da apparire introvabile.
Dove e come lo avete recuperato?

Il lavoro di ricerca dei video lo ha fatto Nicola: ha cercato in vari archivi online materiale video libero da diritti, che potesse essere calzante coi nostri interessi. La maggior parte del materiale arriva da archivi americani, e perlopiù si tratta di documentari educativi o scientifici. Gli argomenti sono vari: si va dal breve documentario sulla setta religiosa, allo spot promozionale per sensibilizzare i ragazzi contro l’utilizzo delle droghe, che magicamente si trasforma nel suo contrario. A questo proposito, è anche questo genere di cortocircuiti che ci affascina e ci diverte. Allo stesso modo, è molto affascinante la giustapposizione di immagini dal sapore antico e vecchio – i video più datati risalgono agli anni ’50, quelli più recenti al ’79 – con musica registrata l’anno scorso. Combinazione che crea un prodotto nuovo, che ha senso e funziona, benché le due componenti siano distanti e non progettate per stare insieme.

Abbiamo realizzato un video per ogni canzone dell’album, senza proporre il tradizionale e ormai superato videoclip promozionale solo per brani mirati, sia perché è una pratica un po’ superata, a mio avviso, sia per via della natura della musica che stiamo facendo. In questo modo, è possibile sentire l’album dall’inizio alla fine guardandolo, oltre che che ascoltandolo.

È prassi consolidata descrivere i dischi parlando in realtà di tutti i riferimenti e le influenze che contengono, arrivando paradossalmente a perdere di vista l’oggetto reale del discorso. Succede anche con i vostri dischi.
Ribaltando la situazione, ti chiedo se sei consapevole del fatto che i Julie’s Haircut, a loro volta, sono un modello per i musicisti più giovani di voi.

Il nostro è un percorso molto peculiare: abbiamo seguito sempre le nostre emozioni del momento, quindi abbiamo avuto uno sviluppo che qualsiasi altro gruppo può avere nella stessa misura, ma in maniera diversa, personale. Pertanto credo che, più che stilisticamente, abbiamo avuto una certa influenza dal punto di vista attitudinale. Capita che musicisti più giovani vengano a raccontarci e riconoscerci questa cosa, che è fonte di grande soddisfazione per noi, e grande disperazione per voi (ride).

L’immagine che in questo momento vi rappresenta, e delinea il contenuto di “Ashram Equinox”, è quella del bambino senza occhi, che si trova sulla copertina del disco.
Mi spieghi questa scelta?

Julies_haircut_adultL’immagine del bambino, o più in generale di un essere umano nella fase di cambiamento, ci ha sempre affascinato moltissimo, già dai tempi di “Adult Situations”. Per la copertina di quel disco, fotografammo due nostri amici più giovani di noi: era un album che parlava del passaggio dall’età adolescenzuale all’età adulta.
Per “Ashram Equinox” la suggestione è la stessa.
L’immagine, innanzitutto, è stata scelta per l’impatto visivo che ha avuto su di noi. Pasquale De Sensi ci ha sottoposto molte immagini, alcune delle quali sono incluse nel booklet del CD, e molte in quello dell’LP. Però, come immagine di copertina, abbiamo scelto questa. In particolare, l’assenza dello sguardo ci ha fatto scattare qualcosa dentro a livello emotivo: è un disco senza le parole, che sfrutta un certo grado di astrattezza per raccontare le emozioni. L’assenza degli occhi crea, anzitutto, un forte senso di inquietudine e mistero. Allo stesso tempo, suggerisce mancanza di sguardo concretizzante sulle cose, intendendo comunicare che si tratta di un disco che andrebbe ascoltato non tanto con un orecchio tecnico, ma con uno sguardo che venga dall’interiorità.
julies_ashram_equinox_cd_promo.inddÈ un disco non molto denotato: una nebulosa di suoni difficile decodificare con gli occhi fisici. Meglio farlo con la mente e con il cuore.

Questo è ciò che ci ha affascinato, ed è tema antico. Pensa ad alcuni dei migliori film di fantascienza hanno a che fare con bambini e con occhi. Per esempio, “Il villaggio dei dannati” è un capolavoro della fantascienza inglese degli anni ’60, dove bambini e occhi sono un immaginario molto forte.
In ogni caso, le motivazioni della scelta dell’immagine di copertina sono ragionate a posteriori. Sul momento, l’abbiamo scelta perché ci piaceva e affascinava.

Molte cose nel campo dell’arte sono inspiegabili.

Certo, e sarebbe un errore spiegarle. Per fortuna l’arte non è la scienza, quindi è necessario questo grado di indeterminatezza in ciò che piace, perché alimenta la curiosità nello scoprire e amare altre cose, in futuro.

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