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Editoria: quando “meno” significa “salvezza”

di Giovanni Sommavilla

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Penso siano superflue le presentazioni, ma tant’è: come il saluto di Maurizio Crozza nelle vesti di Alan Friedman, cari lettori, oggi parleremo di editoria. Sarò breve nel parlare dei guai (non mi piace vantarmi di aver scoperto l’acqua calda), ma concitato nell’accennare esempi di “buona volontà”.

Lo scenario è il seguente.
Nella desolazione dell’odierno, lo scheletro delle grandi case editrici sarà appeso assieme al “folle circolo” fatto di: mastodontici volumi di pubblicazioni, perlopiù becere (anche se qualcuno sicuramente estimerà il libro sulla vita di un calciatore di turno, o delle ricette di cucina della Clerici con tanti saluti ai “segreti della nonna”); di poche opere che permettono di catalizzare l’attenzione in vetrina; degli oltremodo numerosi “esordienti”, tra i quali si spera emerga quasi casualmente il best seller, un po’ come la ricerca dell’audience per le emittenti televisive.
Si aggiungono al “folle circolo” le mode dei generi di pubblicazione, imposte da una dittatura della maggioranza di massa.
Alla luce di questo, è utile chiedersi quanto ciò sia una profezia che si auto-avvera: le grandi case editrici creano, pompando numerosi titoli e offrendo loro grande visibilità, la fortuna di certi generi, o sono i generi stessi a essere i più richiesti dal pubblico, con buona pace dei generi reietti?

Il ragionamento decade in partenza: come afferma Giorgio Maremmi nel suo Stanno uccidendo il libro«Una casa editrice è un fatto economico e può obbedire soltanto a leggi economiche, non a pretese morali o intellettuali». [G. Maremmi, 2009, Firenze Atheneum, p.60].

In questo periodo, per riprendere il filo, piacciono i generi a colori (Gialli, Noir, il rosso sangue di killer e vampiri), senza dimenticare l’attenzione per le “sfumature”, o costruzioni di vetrine pacchiane ma opache, come nel caso dell’ambìto “Premio Strega” per la narrativa (qui la questione).

All’angolo opposto del ring è posizionato il self-publishing, la controriforma dell’editoria, decantata secessione che libera gli esordienti e uccide l’aguzzino editore. L’aspirante “Asimov”, o “Camilleri”, “Lovecraft”, o “De Sade” è libero di allenarsi sulla tastiera coi post sul “Diario”, di una frase ad effetto in 140 caratteri, svegliarsi una mattina e scrivere il famigerato “romanzo nel cassetto”, o riesumarlo, nel caso nessuna casa editrice lo avesse mai voluto pubblicare.
Coi giusti strumenti è possibile giocare con classifiche, prezzi e pubblicità per una virale visibilità che cerca nel buio i lettori (che stanno diminuendo ulteriormente) e ndo cojo cojo: non interessa chi legge, non interessa la scrittura come forma privata di espressione, riflessione, o quantomeno di condivisione, non interessa un parere tra le mura di solidi e spessi critici o “autorità” in campo letterario. Ci sono presunzione e alterigia nell’esordiente, il cui unico giudice ammissibile è il popolo, come emerge da “Il mestiere dell’esordiente” della Lettura del Corriere.
Sostanzialmente, nessuna rivoluzione. Il coinvolgimento nelle medesime logiche economiche, le masse informi di lettori, i grandi numeri con conseguente svilimento dell’opera, che sia libro o ebook, si traducono universalmente in un’unica definizione: oggetto fonte di fama e guadagno.
Nei casi estremi è la logica del “perché io valgo”, del e non del se: “E se non scrivessi poi così bene? Se non fosse poi così meritevole il mio romanzo?”.

Al centro, un esempio concreto di “umile” editoria, seria e autorevole; un esempio fra tanti, che colpisce per la sua unicità.

heket3Parlo di Heket, demiurgo che tenta di far resuscitare la preziosità e l’identità del libro, rivolgendosi a lettori selezionati; è un’editoria semplice, che non vive del proprio profitto, che non cerca un lettore, ma “il” lettore, e ancor di più è il lettore che cerca lei.  Come gli autori: selezionatissimi. E in versione cartacea e pdf online.
Un’idea di editoria che fonde sapientemente reale e virtuale, senza sminuire i mezzi, senza prostituire l’opera. Sicuramente, in questo senso, l’innovazione ebook può arrivare in certi interstizi, covi lontani, sotto uno sguardo maieutico di un editore più umanista e meno imprenditore, per cogliere più cosa un libro può valere stilisticamente e meno economicamente.
Ecco il terzo comodo! Un esempio che deve indurre a non considerare questa scazzottata socio-economico-culturale tra virtuale e reale come una dicotomia tra “apocalittici e integrati”.

Panopticon

Per far chiarezza facciamo alcuni esempi. Prendiamo il Panopticon: così come nel modello di carcere ideato da Bentham, molti scrittori sono scrutati con criteri finanziari da pochi grandi editori (e i piccoli che si sono adeguati alla loro scia), che fungono da “guardiani”. In caso di assenza di editore, quindi di guardiano, ci si trova di fronte a una Torre di Babele: un diluvio di opere dove le poche di valore, nel magico mondo democratico del pubblico in rete, non potranno emergere se l’autore non farà ricorso a qualche trucco, come spiega David Gaughran in una sua intervista.

Resta Heket e (molti) altri esempi di una urgenza straordinariamente lucida, che non vuole cedere al ricatto finanziario di un settore imprenditoriale, né cedere al dilagare di un’inevitabile “decrescita infelice” della qualità delle opere self.
Resta chi si dedica sapientemente al libro di un esordiente perché rispecchia un orizzonte di genere e stile che l’editore ha sposato, mettendoci tutta la cultura e saggezza che questo mestiere può dare (a chi li intende).
Resta l’editore che sa chi pubblicare: coglie la qualità di un autore e sa dove mostrare l’opera, con un pubblico, talvolta, selezionato.

Certo, come dice anche Marco Cassini nel blog “Minima&Moralia”, un’editoria di questo tipo, che sappia ascoltare, interagire col pubblico (selezionato) di lettori per poter offrire loro opere di qualità, difficilmente potrà aspirare a cifre monumentali, ma potrà “quantomeno vivere dignitosamente”. Ed ecco che in questo progetto la versione virtuale del libro può diventare protagonista di un più largo legame in espansione tra editore-autore e lontani (selezionati) lettori.

Quando “meno” significa “salvezza”, quando “libro” significa “cura”.

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2 commenti per “Editoria: quando “meno” significa “salvezza”

  • Fabio Pirola ha detto:

    Io ho pubblicato già alcuni libri con un editore medio, che vengono regolarmente distribuiti in librerie, ma mi accorgo effettivamente di come l’editore di un libro condizioni molto riguardo al suo contenuto e soprattutto alle modalità con cui viene trattato dai librai stessi.

    • Giovanni ha detto:

      Già. E’ un sistema che, come il calcio, è stato vittima del suo stesso successo, con conseguente dilagare di interessi di mercato su tutto. Spero comunque tu non sia finito in qualche guaio con questo editore. 🙂

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