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Bob Log III live at Sidro Club

di Ilaria Virgili

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I civici 92/94 di via Antonello Moroni a Savignano sul Rubicone sono abbinati a un palazzo che si sviluppa su 3 piani, ciascuno dei quali ospita una sala: la sala d’incisione al secondo, una sala prove appena sotto, e una sala concerti al piano terra.

Immagine ufficiale tour 2013

Immagine ufficiale tour 2013

Alle 22.30 di mercoledì 25 settembre, i bassanesi Granaio Club, già The Matches, interrompono le registrazioni del loro disco al secondo piano, per permettere la registrazione del concerto che si terrà di lì a poco a piano terra, per il quale stanno vendendo un discreto numero di biglietti al primo piano. E mentre il Sidro Club brulica di movimento a ritmo di She Said nella versione dei Cramps, al piano interrato Bob Log III si prepara.

Presentare gli artisti in poche, essenziali e significanti parole porta quasi naturalmente a etichettarli per genere.
Procedimento comodo, ma limitante.
Il Sidro Club evita facilmente questo imbarazzo grazie alle definizioni che appaiono sui programmi mensili compilati del gestore/fonico/anima del locale.
A Bob Log III tocca CrazyFunDeltaBluesOneManBandLEGEND. Proverò a spiegare ciò cui ho assistito facendo l’analisi di questo testo.

È diffuso definire pazzi, in modo scherzoso e bonario, gesti che manifestano non vera e propria insanità, ma differenza rispetto ai comportamenti adottati abitualmente. La componente crazy di Bob Log III si sfoga sul palco, luogo nel quale subisce una sorta di trasfigurazione: da uomo medio, con occhiali, arcata dentale superiore leggermente sporgente e principio di doppio mento, a “centauro spaziale” senza motocicletta. Nel calore del Sidro Club affollato, suona con una tuta intera piuttosto aderente bordò in simil-ciniglia, impreziosita da una fila di quadratini a specchio attaccati lungo le cuciture laterali, per tutta la lunghezza. Dalle maniche lunghe escono mani sorprendentemente grandi e irrorate di vasi sanguigni. In testa indossa un casco semi integrale, privato di laccio, glitterato, con visiera fuori misura alla quale è attaccata la cornetta di un telefono, il cui filo si congiunge a un dispositivo fissato sul retro del casco, collegato a sua volta a un amplificatore.
Sono talmente tanti i filtri posti tra la visione e l’artista, e tra le orecchie e la musica, che per i primi cinque minuti pare di assistere a qualcosa di irrimediabilmente artificiale.
Superato lo shock iniziale, è facilmente realizzabile che il musicista sul palco stia suonando del blues. Ha una chitarra archtop rumorosissima, per effetto di qualche effetto, che suona senza plettro e con il bottleneck. Siede su uno sgabello, poggiato sul piano rialzato, perché sia più visibile dal pubblico; questa posizione gli permette di colpire una grancassa con la gamba destra, e pigiare su un pedale che mette in funzione un cembalo, adagiato su un piatto, col piede sinistro. Tali strumenti, così assemblati, vanno a completare la sezione ritmica, già apparentemente garantita da una base di drum machine, arricchita da clapping più o meno centrato.
L’impegno di tutti gli arti sugli strumenti sopracitati lo rende one man band.

Quello che esce dagli amplificatori è un blues spassoso, che si concede un momento giocoso verso la fine del set, quando la base registrata di drum machine pare toccare l’apice dance.
Il cantato è un racconto al telefono; un’implorazione al telefono; ancora, una dichiarazione d’amore al telefono. E un gran fiatone, sempre al telefono.

L’idea di base che lega i pezzi e fa dello spettacolo un continuo coerente è semplice, e si mantiene costante senza un vero e proprio sviluppo: così, la componente musicale dello show risulta vivace ma un poco monotona, e necessita di essere ravvivata dal fattore ludico, che Bob Log III sa garantire.
A ulteriore illustrazione dell’ingrediente  fun, riporto due episodi: il “Live at the toilet”, e il  “Crowd Surfing in a Boat” . Il primo avviene quando Bob Log III scende dal palco e si dirige nell’antibagno del locale, per continuare a performare osservando la sua immagine riflessa nello specchio; il secondo si verifica quando il musicista sale sopra un canotto in plastica, quasi sgonfio, e si fa trasportare dal pubblico in sala. La surfata è molto breve, e il successivo atterraggio dal gommone in mezzo alla platea è a tal punto rovinoso che la paletta della sua chitarra impatta sul lato destro del mio viso. Percepisco un principio di tumefazione che lo specchio dell’antibagno poc’anzi citato smentisce, felicemente.
Lo show procede in linea con lo stordimento appena accusato, e si conclude con l’uscita di scena di Bob Log III che imbraccia la sua chitarra, nel rumore dilatato dall’amplificatore. Un fragore che associo al motore di un veicolo spaziale in partenza. Non perché abbia mai assistito al lancio di una navicella, o di un “centauro spaziale” ; ma perché è esattamente come mi immagino che sia.

Questo e tanti altri racconti continuano ad alimentare il mito di Bob Log III.
Leggenda il cui principio si perde nel tempo, come i presunti antenati che suggerisce il numero ordinale di cui è corredato il suo nome; misteriosa, come la storia riguardante la sua mano sinistra; sempre viva, perché se ne interessa chi ha assistito alle sue gesta, e chi non ne ne ha mai avuto esperienza. Come hai appena fatto tu, fino a questo momento.

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