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Above the Tree and his many sides – intervista a Marco Bernacchia

di Ilaria Virgili

Pubblicato il

Musicista, fumettista, generatore di suoni, improvvisatore.
L’arte ha tante forme, e Marco Bernacchia le pratica principalmente attraverso un esercizio: la sperimentazione.
Nel caso di Above the Tree, il suo progetto musicale solista, la sperimentazione è sonora, e parte da una chitarra educata per suonare fuori dagli schemi. Un ricco arredamento di melodie appoggiato su un tappeto di rumore, che sa prendere strade tanto imprevedibili da essere difficili da definire.
above the tree intervistaAl contrario, le parole possono comunicare l’estetica dell’artista marchigiano, che si esibisce indossando una maschera, e la storia di Above the Tree, che per quanto sia nato come progetto solista, ha incontrato alcuni compagni di viaggio nella sua avventura di suoni in libertà.
Non solo chitarra, non solo strumenti costruiti apposta per rispondere a esigenze di performance: dal 2011 si è aggiunta la batteria di Matteo Sideri, per dar vita al fortunato progetto che avrebbe generato l’album “Wild” e avrebbe girato Italia ed Europa come Above the Tree & the E-Side. Esaurita l’esperienza con E-Side, ora le batterie sono due: la drum machine di Edoardo Grisogani, batterista del power trio marchigiano Tetuan (Onlyfuckingnoise Records), e la batteria acustica con estensioni percussive di Enrico Mao Bocchini (Giacomo Toni, Granturismo, Sacri Cuori, e moltre altre band). Un nuovo capitolo che sta prendendo forma. Una forma, appellata Drum Ensable, già testata live e visibile a tutti dal prossimo autunno, periodo di uscita del disco.
Allo stesso tempo, Marco continua a portare avanti Above the Tree in solo, alimentando un dinamismo che naturalmente non cessa.

Di questo e di tanto altro ho parlato con Marco Bernacchia, nell’intervista che segue.


Vorrei partire dall’inizio: quando e come hai cominciato a suonare?

Mio nonno era musicista, mio padre suona.
Quando da bambino ero a casa di mia nonna, e mi annoiavo, mi accostavo al pianoforte e lo suonavo a caso. Poi ho cominciato a suonare il sassofono, prendendo lezioni dagli 8 ai 12 anni. Tre anni dopo ho barattato il sassofono per un amplificatore e ho cominciato a suonare la chitarra, prima con un gruppo che è durato fino al 2006 – i M.A.Z.C.A. – poi con Above the Tree. Mentre nasceva e si evolveva l’esperienza solista, ho avuto altre due band: Gallina e Al:Arm!. Nella prima suonavo il basso e facevamo post punk strumentale; l’altro era un progetto elettro-acustico molto più sperimentale. La somma di queste due esperienze ha dato forma ad Above the Tree.

Above the Tree, prima che un progetto prettamente musicale, è nato come performance artistica in una galleria d’arte a Prato. Si trattava di una cosa piuttosto astratta: avevo un albero smontato, tagliato a pezzi, che ricomponevo; contemporaneamente, creavo una colonna sonora suonando non veri e propri pezzi, ma improvvisando e servendomi dei loop. Da quella esperienza ho provato a concretizzare l’idea, così è partito il progetto solista con la chitarra, e ho cominciato da subito a fare il primo tour.
La singolarità è che il primo concerto di Above the Tree si è tenuto a Saragozza, non in Italia. In quel periodo Myspace aveva ancora grande potenziale, e la capacità di dare spazio e mettere in relazione gli utenti. Mi contattarono persone spagnole interessate a ciò che facevo, così trovai le prime date proprio attraverso Myspace, quando ancora non era neppure ufficialmente iniziato il progetto Above the Tree in Italia.

Da quel momento sono partiti vari tour in tutta Europa. Poi, due anni fa, ho iniziato a suonare con il batterista Matteo Sideri; insieme abbiamo realizzato il disco firmato Above the Tree & the E-Side, uscito per Locomotiv Records, andato molto bene e portato live ovunque. Esaurita l’esperienza con Matteo E-Side, dopo 190 concerti e finiti tutti i dischi, sentivo l’esigenza di cambiare, di trovare nuovi stimoli. Quindi ora sto suonando con Edoardo ed Enrico, e parallelamente continuo a portare avanti Above the Tree in solo.

 

Data questa dualità, del continuare solista e dello sperimentare un progetto insieme ad altri due musicisti, ti chiedo se le due esperienze siano molto diverse tra loro.

Per un ascoltatore, il risultato estetico può risultare molto diverso, ma l’idea di base è sempre la stessa.
Nello specifico, il disco che sto preparando con Edoardo ed Enrico uscirà a novembre prossimo e, a differenza del precedente, lo stiamo testando live. Infatti “Wild” è stato realizzato a tavolino, registrato, poi presentato dal vivo. Questo ha fatto sì che ci fosse grande differenza tra il disco e il live, cosa che non mi soddisfaceva. Quindi, per questa volta, lavoriamo diversamente.

 

È stata importante Senigallia, la tua città, per la tua formazione? E al contempo, che peso ha avuto andarsene?

La mia città è stata importante.
Vedere il mare tutti i giorni dalla finestra inevitabilmente lascia un segno, inteso anche come ritmo. Allo stesso modo, vivere il passaggio tra estate e inverno in una città turistica è significativo: crea vuoti e mancanze da riempire, e in questo senso la musica mi ha salvato, nel senso che mi dato possibilità di riempire quei lunghi inverni che potevano anche essere insopportabili, a 16 anni.
Però la città è molto attiva: le realtà si aiutano, e sembra si possa costruire qualcosa.
È innegabile che anche andarmene mi ha fatto bene.

 

Assistendo a un tuo concerto con E-Side, ho notato il grande scarto tra il disco e la resa live. L’album e ciò cui si assisteva in concerto sono due cose molto diverse, quindi come ascoltatrice in questi casi ho la tendenza a ritenere più significativo ciò a cui assisto dal vivo, quindi a dare più importanza all’ascolto attraverso concerto.
Allo stesso tempo, per chi fa musica è importante imprimere su supporto ciò che si produce, quindi è fondamentale il disco.

Sì, il disco e il live sono elementi che si rincorrono, come un cane che si morde la coda.
Non puoi fare i live se non hai un disco col quale presentarti e far capire chi sei.
Nel caso del disco con E-Side, è stato creare una cosa da zero: concretizzare l’idea che avevo in testa, poi portarla dal vivo. Non il solito disco come lo avevo sempre fatto.
Ma anche in questo caso, non sarebbe potuta esistere la parte live senza il disco, perché se non ci fossimo incontrati per realizzare l’album non l’avremmo portato dal vivo, quindi il disco è stato l’origine dell’esperienza.
Poi la parte live appunto è viva, si evolve, dipende dagli stati d’animo: è condizionata da tanti fattori.

 

Tornando alla forma canzone, intesa come incontro fra musica e parole, è una pratica che non adotti più da tempo, vero?

Nei miei primi dischi come Above the Tree c’è qualche canzone.
Ma nei gruppi che avevo in precedenza suonavo strumentale, quindi il mio percorso era quello della musica, non delle parole. E anche nelle canzoni i testi non erano tali: erano solo melodie che rimandavano a parole.
Credo che non sia importante il testo, per me. Poi c’è sempre il dilemma di quale lingua usare, se si vuole comunicare qualcosa, se non si ha nulla da dire: un insieme di possibilità che non ho interesse a portare a fondo. A me interessano la musica e le potenzialità del suono.

 

Hai mai pensato di abbinare ai tuoi concerti una parte visual, o di musicare materiale video?

Io, da solo, ho fatto colonne sonore per cortometraggi e film. In più, con Edoardo, ho partecipato a un esperimento che forse prenderà piede. Siamo io, Edoardo ed Emanuele Becheri, un artista di Prato. Musichiamo film che nessuno di noi ha mai visto: mentre vediamo il film per la prima volta, suoniamo. Nel momento in cui osserviamo le immagini, raccontiamo quello che vediamo al pubblico, traducendo il linguaggio visivo in quello sonoro.

Per quanto riguarda il visual ai miei concerti, è un altro dilemma. L’idea di provare a percorrere questa strada c’è, però in Italia ci sono tante situazioni che ospitano musica dal vivo, tanti livelli, dai grandi ai minuscoli, e girare con una parte visual può precludere delle possibilità. In più noi ci presentiamo già con una componente visuale, viste le maschere che indossiamo.

 

Anche ad Edoardo ed Enrico fai indossare maschere?

Sì, il concept è il pappagallo.
L’idea del nuovo disco mi è venuta in seguito ad alcuni concerti che ho tenuto alle isole Canarie. La storia di queste isole racconta che prima della invasione spagnola, avvenuta quando i navigatori scoprirono che alcuni venti che portavano in America nascevano proprio lì, le Canarie erano abitate dai Guanches. Questo popolo non era indigeno: era arrivato lì quasi certamente in barca, ma non sapeva navigare. Questa storia misteriosa, insieme alle contaminazioni tra navigatori, pappagalli e il mondo dei popoli preispanici mi interessano molto.
Il disco parlerà di queste storie.

 

 

Above the Tree & Drum Ensamble si esibiranno sabato 10 agosto all’interno della prima edizione di Complotto, festival dedicato alla sperimentazione sonora e al meglio della produzione musicale indipendente italiana. Ospitato nell’affascinante area naturale della Valconca, tra le colline di Saludecio e Morciano di Romagna, offrirà l’occasione di ascoltare il concerto non solo di Marco Bernacchia e dei suoi batteristi, ma anche di Comaneci, Luminal e Bachi da Pietra. Dopo i live, i djset di Margot, Simbiosi, Bioshi Kun, Shapka, Gerbo, Gianluca Cecchini. Ad aprire la serata musicale, i pesaresi Banda degli Zulù.
Sentitevi fortemente invitati.

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