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Usa e getta come “fila e lecca”

di Paolo Meneghetti

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Citiamo la poesia di Zanzotto dal titolo Sì, ancora la neve. Questa ha un prologo: un bambino risponde che vive felicemente perché c’è la Standa. Zanzotto alla lunga ironizzerà su di lui. Ai grandi magazzini vi sarà una pappa buonissima, soprattutto per i bambucci. Qualcosa da consumare addirittura per diritto e sotto una programmazione. Il poeta ironizza sulla dimensione banalmente pop del mercato contemporaneo. Per Zanzotto, sarebbe meglio chiedersi cosa accadrà alla neve. Si nasce dentro la serialità della natura, con le sue stagioni. Pure la neve è destinata a consumarsi; ma nessuno potrà riprodurla, nei mesi più caldi. Forse l’uomo contemporaneo vive con indifferenza, avendo gli agi? Basta pensare al tradizionale usa e getta. Per Zanzotto gli uomini vivranno nel loro umbra fuimus, fumo e fumetto. Contro la caducità dell’esistenza, oggi avremmo banalmente giustificato l’illusione del passatempo. La “fumosità” dentro l’usa e getta (con tutta l’indifferenza del riproducibile) attecchirebbe pure in pedagogia. Zanzotto polemicamente scrive che ormai dalla psiche esce fuori una nube filata di zucchero. Un’immagine chiaramente infantile. Lo zucchero filato si mangia al luna-park. Immaginiamo che l’usa e getta nasca tramite la catena illimitata del riproducibile. E tutta la sicurezza di non perdere essenzialmente nulla finirà per obnubilarci la mente. Zanzotto contrappone lo “zucchero filato” del consumismo alla neve, dentro l’irripetibilità della natura. Nella fotografia di Carolina, noi riconosciamo una giostra, quasi al luna-park. Percepiamo il parallelismo in diagonale fra lo zucchero filato, il busto dell’attrice ed il collo del cavallino. Visivamente, quelli “pesano” quasi eguagliandosi. La gamba di Carolina e l’orecchio del cavallo si congiungerebbero. Le linee diagonali ci spingono a percepire le singole figure ripetendo il loro “s-calciarsi. Nella posa di Carolina, l’avambraccio sinistro va ad intersecare l’addome. Inoltre, c’è la triangolazione della gamba (piegandone il ginocchio). La rotazione delle diagonali (tramite la giostra) s’avvierà da più “calci”. In prevalenza gli avambracci e la coscia fungeranno da leve. La prospettiva fotografica dal sotto in su ci aiuta a percepire la pesantezza della rotazione sulla giostra. Qualcosa che le leve potrebbero almeno sospingere. Carolina si preparerebbe a leccare lo zucchero filato, il cui colore rosaceo rientra nel simbolismo della bambina. La bocca s’apre, come se capricciosamente avesse agognato di mangiare. Qui lo zucchero filato ha “obnubilato” la maturità esistenziale. E’ interessante la citazione lirica di Zanzotto, in quanto il giro in giostra può percepirsi in via seriale. Carolina vivrà l’immaturità esistenziale tramite “l’usa e getta” del mero divertimento, leccando lo zucchero filato.       

Crescentini - Martino

Bibliografia consultata:

A. ZANZOTTO, Poesie (1938-1986), Mondadori, Milano 2006, pp. 154-157

 

Nota biografica sugli artisti recensiti:

La fotografa Francesca Romana Martino nasce a Roma, nel 1972. Nel 1998, lei si laurea in Sociologia, all’Università “La Sapienza”. In seguito, Francesca si trasferisce a Parigi. Lì, lei decide di studiare fotografia, per due anni. Francesca lavorerà come assistente agli studi di moda, presso il magazine “Elle”. Alla lunga, lei si specializzerà nella fotografia di ritratto, ed in esterna. Tornata a Roma, Francesca inizia a lavorare presso gli studi di Cinecittà. Dal 2001, i suoi scatti sono seguiti dall’Agenzia “Photomovie”, nelle realizzazione degli editoriali per gli attori ed i loro personaggi. Dal 2005, Francesca pubblica regolarmente su note riviste, quali Vanity FairIl VenerdìPanoramaOggiSetteGrazia ecc… Nel contempo, lei ama scattare per i suoi progetti personali. Con la serie fotografica I sogni sono per chi dorme, Francesca nel 2011 espose presso la B-Gallery di Roma. Più di recente, lei ha concluso il progetto Late night tales. Interamente rivolto alla fotografia notturna, nel 2012 un suo scatto è stato portato in mostra, a Latina, presso la Galleria Romberg (dai curatori Italo Bergantini ed Alessandro Trabucco).

www.francescamartino.com

L’attrice Carolina Crescentini, fra le più note ed apprezzate nel cinema nazionale, è nata a Roma nel 1980. Il suo debutto sul grande schermo avviene nel 2007, ricevuto un ruolo da protagonista, per il film Notte prima degli esami – Oggi (del regista Fausto Brizzi). Iscritta alla Facoltà di “Lettere – indirizzo Spettacolo”, Carolina s’è poi diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 2009, lei ha ricevuto il Premio “Giuseppe De Santis”, come miglior attrice emergente dell’anno.

http://it.wikipedia.org/wiki/Carolina_Crescentini

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Un commento per “Usa e getta come “fila e lecca”

  • Anonimo ha detto:

    ANDREA ZANZOTTO – da “La Beltà”

    “Sì, ancora la neve”

    “Ti piace essere venuto a questo mondo?”
    Bambino: “Sì, perché c’è la STANDA”.

    Che sarà della neve
    che sarà di noi?
    Una curva sul ghiaccio
    e poi e poi… ma i pini, i pini
    tutti uscenti alla neve, e fin l’ultima età
    circondata da pini. Sic et simpliciter?
    E perché si è – il mondo pinoso il mondo nevoso –
    perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci,
    perché si è fatto noi, roba per noi?
    E questo valere in persona ed ex-persona
    un solo possibile ed ex-possibile?
    Hölderlin: “siamo un segno senza significato”:
    ma dove le due serie entrano in contatto?
    Ma è vero? E che sarà di noi?
    E tu perché, perché tu?
    E perché e che fanno i grandi oggetti
    e tutte le cose-cause
    e il radiante e il radioso?
    Il nucleo stellare
    là in fondo alla curva di ghiaccio,
    versi inventive calligrammi ricchezze, sì,
    ma che sarà della neve dei pini
    di quello che non sta e sta là, in fondo?
    Non c’è noi eppure la neve si affisa a noi
    e quello che scotta
    e l’immancabilmente evaso o morto
    evasa o morta.
    Buona neve, buone ombre, glissate glissate.
    Ma c’è chi non si stanca di riavviticchiarsi
    graffignare sgranocchiare solleticare,
    di scoiattolizzare le scene che abbiamo pronte,
    non si stanca di riassestarsi
    – l’ho, sempre, molto, saputo –
    al luogo al bello al bel modulo
    a cieli arcaici aciduli come slambròt cimbrici
    al seminato d’immagini
    all’ingorgo di tenebrelle e stelle edelweiss
    al tutto ch’è tutto bianco tutto nobile:
    e la volpazza di gran coda e l’autobus
    quello rosso sul campo nevato.
    Biancaneve biancosole biancume del mio vecchio io.
    Ma presto i bambucci-ucci
    vanno al grande magazzino
    – ai piedi della grande selva –
    dove c’è pappa bonissima e a maraviglia
    per voi bimbi bambi con diritto
    e programma di pappa, per tutti
    ferocemente tutti, voi (sniff sniff
    gran gnam yum yum slurp slurp:
    perché sempre si continui l'”umbra fuimus fumo e fumetto”):
    ma qui
    ahi colorini più o meno truffaldini
    plasmon nipiol auxol lustrine e figurine
    più o meno truffaldine:
    meglio là, sottomano nevata sottofelce nevata…
    O luna, ormai,
    e perfino magnolia e perfino
    cometa di neve in afflusso, la neve.
    Ma che sarà di noi?
    Che sarà della neve, del giardino,
    che sarà del libero arbitrio e del destino
    e di chi ha perso nella neve il cammino
    (e la neve saliva saliva – e lei moriva)?
    E che si dice là nella vita?
    E che messaggi ha la fonte di messaggi?
    Ed esiste la fonte, o non sono
    che io-tu-questi-quaggiù
    questi cloffete clocchete ch ch
    più che incomunicante scomunicato tutti scomunicati?
    Eppure negli alti livelli
    sopra il coma e il semicoma e il limine
    si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola
    – ancora – per una minima e semiminima
    biscroma semibiscroma nanobiscroma
    cose e cosine
    scienze lingue e profezie
    cronaca bianca nera azzurra
    di stimoli anime e dèi,
    libido e cupìdo e la loro
    prestidigitazione finissima;
    è così, scoiattoli afrori e fiordineve in frescura
    e “acqua che devia
    si dispera si scioglie s’allontana”
    oltre il grande magazzino ai piedi della selva
    dove i bambucci piluccano zizzole…
    E le falci e le mezzelune e i martelli
    e le croci e i designs-disegni
    e la nube filata di zucchero che alla psiche ne vie?
    E la tradizione tramanda tramanda fa passamano?
    E l’avanguardia ha trovato, ha trovato?
    E dove il fru-fruire dei fruitori
    nel truogolo nel buio bugliolo nel disincanto,
    dove, invece, l’entusiasmo l’empireirsi l’incanto?
    Che si dice lassù nella vita,
    là da quelle parti là in parte;
    che si cova si sbuccia si spampana
    in quel poco in quel fioco
    dentro la nocciolina dentro la mandorletta?
    E i mille dentini che la minano?
    E il pino. E i pini-ini-ini per profili
    e profili mai scissi mai cuciti
    ini-ini a fianco davanti
    dietro l’eterno l’esterno l’interno (il paesaggio)
    dietro davanti da tutti i lati,
    i pini come stanno, stanno bene?

    Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”

    E una pinzetta, ora, una graffetta.

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