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Ismail e le verità di Rosarno

di Eugenio Conti

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Ismail è un ragazzo ivoriano di appena 22 anni che nel 2005, ancora quindicenne, decide di cercare fortuna altrove. Non ha mai avuto il sogno di scoprire le ricchezze d’occidente, anche se ammette che molti di quelli che chiama suoi ‘fratelli africani’, compagni di viaggio e d’impresa, partono già con l’intento di arrivare da qualche parte in Europa: sono tante le immagini di ricchezza e felicità che arrivano nel continente nero. Ismail però ha sogni più semplici, sogni di cui si parla sempre di più nel nostro tanto grandioso, arrogante e opulento primo mondo: trovare un buon lavoro da qualche parte per mantenersi.

Il suo viaggio lo porta inizialmente in Mali, dopo un “semplice” itinerario in pullman attraverso la frontiera tra i due paesi. Lì rimane a lavorare per una famiglia che gli assicura vitto, alloggio e una piccola paga, ma solo per due anni. Ismail decide quindi di passare in Algeria, ma è necessario un passaporto maliano per varcare la frontiera, che lui ovviamente non ha. Dopo essersene procurato uno falso, secondo un modus operandi su cui preferisce glissare, prende un’altra corriera che lo porta al confine con lo sterminato deserto algerino, dove assieme ad altre persone paga dei tuareg per portarli attraverso il deserto via jeep. In secoli di storia i tuareg hanno forse cambiato le quattro zampe motrici dei dromedari con le quattro ruote motrici dei fuoristrada, ma la loro vocazione resta immutata: tutti sanno che, se c’è da attraversare il più vasto oceano di sabbia del mondo, loro rimangono i migliori sulla piazza. Tuttavia i tuareg possono scortarli solo fino al confine con la Libia, da dove dovranno continuare con una guida a piedi: nemmeno il loro orientamento può nulla contro i pesanti controlli armati presenti nell’area: nel 2007 Mu’ammar Gheddafi è ancora il sicario delle frontiere europee. Inoltre, la frontiera tra i due paesi è solo una linea dritta tracciata sulle mappe in mezzo a chilometri di sabbia.

La marcia del gruppo di Ismail in questo paesaggio arido è estenuante e dura sette ore, ovviamente al buio, dalle sei di sera fino a mezzanotte. Questo non solo per non farsi vedere dai soldati, ma soprattutto per consentire alla guida che è con loro di orientarsi: il suo sguardo non si volge più verso le migliaia di stelle del cielo notturno, come già facevano i nomadi maghrebini secoli prima, ma verso le luci delle città che si intravedono in lontananza, oltre l’orizzonte interrotto dalle grandi dune.

L’impresa riesce, ma all’arrivo non li aspettano certo i rinfreschi o i sorrisi di benvenuto che solitamente accolgono i turisti europei dopo una comoda escursione climatizzata: in Libia gli africani, quand’anche riescano a trovare un lavoro malpagato, vivono malissimo, soprattutto a causa dei diffusi pregiudizi razzisti. Per quasi tutti i nuovi arrivati appare subito chiaro che la Libia è solo una meta provvisoria, una tappa. Il loro viaggio è ben lontano dall’essere concluso.

Ismail è coriaceo e nonostante tutto riesce a rimanere per sette mesi, durante i quali conosce un libico che è in grado, per 1200 euro, di garantirgli un passaggio in barca per l’Italia. Un viaggio che, dice quasi con ovvietà, non sarebbe durato più di tre giorni. Ma così non è. La barca è in condizioni disastrose e i suoi nove metri buoni non sono abbastanza per i cinquantacinque occupanti. Le provviste scarseggiano, anche perchè quelle portate a bordo bastano per tre giorni. In realtà ne passano sette in mare aperto, quattro dei quali a completo digiuno, fino a quando un peschereccio non li soccorre. La speranza di arrivare in Italia però resta un miraggio per i naufraghi: non solo il peschereccio, ma le acque stesse dove questo li soccorre sono maltesi, non italiane, perciò alle loro suppliche di portarli in Italia i pescatori non possono che rispondere con un secco no. Chiamano invece la croce rossa, che li porta a Malta.

Una volta sbarcato sull’isola, venuto a sapere che sarebbe potuto rimanere nel centro di detenzione locale anche per più di un anno, Ismail riesce dopo quattro mesi di reclusione a corrompere le guardie e fugge, scappando nella notte. Ma dove può andare, senza denaro? La dura risposta a questa domanda saranno sei mesi da irregolare sull’isola, svolgendo lavori precari per pagarsi il viaggio fino all’Italia.
Viaggio che avviene grazie a dei navigatori maltesi, i quali per una ‘corsa’ di un’ora sola gli fanno pagare 850 euro. Gli va bene, al giovane ivoriano: molti pagano anche più di 1000 euro.

Ismail tocca nuovamente terra a Caltanisetta, dove va a stare nel centro d’accoglienza richiedenti asilo, posto in cui, dice lui, «si sta bene»: gli danno un budget per acquisti di prima necessità o per chiamare al telefono e può addirittura uscire. Qui rimane quattro mesi e diciotto giorni, anche se in teoria non si potrebbe, fino al momento in cui, dopo essere uscito per l’ennesima volta, non ritorna. Dalle sue parole emerge chiaramente come questi centri siano basi ottime per gli immigrati, che hanno tutto il tempo per ambientarsi e capire bene come muoversi. Quando secondo loro arriva il momento buono, semplicemente escono e non tornano più. Non c’è che dire, Maroni è stato proprio un ministro d’acciaio. Per Ismail questo momento arriva quando viene a sapere che, ai sensi di una direttiva europea, se durante le procedure d’identificazione del centro si scopre che avevi dato in precedenza le impronte in un paese europeo dove ti avevano già identificato, ti rispediscono in quel paese. Nel suo caso vorrebbe dire Malta: no grazie.

Una volta scappato dal centro rimane una notte a Catania, si sposta a Messina, poi prende l’ennesima nave della sua vita e si reca a Villa San Giovanni arrivando infine, siamo ormai nel 2009, a Rosarno, dove aveva saputo che cercavano manodopera. Un suo amico va quindi a prenderlo alla stazione locale e lo porta subito in uno di quei famosi prefabbricati filmati in seguito dalla BBC.
Ismail non ha avuto bisogno di mediatori o caporali: è arrivato direttamente sui campi a lavorare. Basta mettersi a un incrocio della cittadina che si affaccia come un balcone naturale sul porto di Gioia Tauro, feudo devastato della ‘ndrangheta, e aspettare lì. Prima o poi qualcuno arriva. Sarebbe sbagliato ritenere che una deformazione talmente sfacciata di quello che dovrebbe essere un normale mercato del lavoro sia delimitata solo a Rosarno. La mafia locale è un alibi solo fino a un certo punto. In una piccola digressione Ismail parla di un’altra esperienza a Brindisi, quando ogni mattina alle quattro percorreva diciotto chilometri in bicicletta per sporgersi delle recinzioni e gridare «capo, ti serve lavoro?» e non c’è niente di meglio, per un’agricoltura locale lasciata a morire dall’Europa e dalle rappresentanze, che un pò di manodopera a basso costo: quando si tratta di sopravvivere tutto è permesso. Ismail ride, anche se da ridere c’è poco. Ma l’ironia sa essere un anestetico potente.

Creavano dei piccoli nuclei di tende e baracche nei prefabbricati vicini ai campi, dividendosi più spesso in base alle conoscenze e alla lingua piuttosto che, per forza, in base alla nazionalità. Eventuali situazioni di conflitto e contrasto ereditate in patria venivano del tutto stemperate dalle incredibili difficoltà: l’unione fa la forza. A Rosarno, dice Ismail, solo i maghrebini stavano in disparte, in altri posti più vicini alla città, anche se con il suo gruppo c’erano tre algerini con i quali avevano ottimi rapporti. Questo è tutto: la loro giornata di lavoro era talmente piena da non consentirgli di entrare in contatto con nessun altro a parte chi lavorava o dormiva con lui. La distanza che li divideva dagli altri schiavi di Rosarno e dagli italiani del luogo , più simile a un grande muro nero che a uno spazio aperto, era netta, insormontabile. Innaturale.

Di un paio d’ italiani tuttavia Ismail si ricorda bene. Anzitutto i capi, che lo tenevano sotto sfruttamento vero e proprio. Essendo pagato a cassetta, spesso subiva forti pressioni e nonostante avessero giusto il tempo per mangiare quello che trovavano per terra in un intero giorno di lavoro, doveva stare molto attento. Non erano direttamente razzisti, ma si vedeva che li consideravano semplici braccia.
Si ricorda poi di quando, con la bici, era arrivato davanti a una coppia di anziani che vendevano pezzi di ricambio. Avendo bucato la gomma si era fermato da loro i quali però, facendo finta di non vederlo, avevano servito due italiani arrivati dopo di lui. Alle sue proteste i due avevano risposto «questa non è l’Africa, è l’Italia. Prima gli italiani». La pompa costava due euro e cinquanta per gli italiani e quattro euro per gli africani. C’era anche scritto, per evitare incomprensioni. Come sulle sporche rive del Mississipi nel lontano ’58.
Quando gli chiedo una cosa particolarmente brutta che si ricorda di Rosarno, Ismail mi elenca le numerose mancanze: elettricità, acqua, bagni.. una situazione molto «degradata», dice lui. Troppo buono Ismail, penso io.

Nonostante quanto gli è successo, Ismail rimane pragmatico: L’Italia va bene come qualsiasi altro posto. «Se mi vogliono ok. Sennò, me ne vado». Appare così facile, a questo ventenne con un bagaglio di esperienze sulla schiena che nessuno dovrebbe avere, a qualsiasi età: ma per lui sarebbe solo un’altra partenza. Con un’altra nave.

Perchè è utile parlare con Ismail, aprire le porte alla sua esperienza? Perchè ci conduce a due verità scomode. Ismail ci porta una testimonianza concreta dell’esistenza della schiavitù, secoli dopo la caduta dell’Impero Romano, nel paese di cui Roma rimane capitale. Il giornalista della BBC inviato negli slums di Rosarno esordisce il suo reportage con un definitivo «not in Africa, or a place like that: I’m here in southern Italy». Questo è un posto dove la legge, a prescindere che si chiami Turco, Napolitano, Bossi o Fini, non si vede. Non l’ha certo mai vista Ismail, ma a giudicare da quanto emerso dopo gli avvenimenti del Gennaio 2010, erano in tanti a non vederla. Da molto, moltissimo tempo.

E qui arriviamo alla seconda scomoda verità. Rosarno è uno dei tanti banchi italiani dove una legislazione sull’immigrazione, specialmente una che lega così intimamente l’immigrazione al lavoro e alle condizioni di vita, deve essere messa alla prova e giudicata. E da Rosarno non può che uscire l’ennesimo giudizio negativo, l’ennesima bocciatura, forse la più grave, per una filosofia giuridica che pretende di essere un Grande Fratello dell’immigrato, con l’idea di poterlo imbrigliare e manovrare in ogni aspetto della sua vita privata, ma che viene sconfitta vergognosamente da realtà locali sulle quali non si può che constatare la propria reale impotenza. Nonostante i proclami virili. Nonostante le bandiere verdi che ci hanno invaso le case per anni dicendoci «con noi siete al sicuro». Ismail e i suoi “fratelli” di Rosarno ci insinuano il sospetto che anche l’unica difesa sbandierata dal diritto padano (cioè quella di esserci, nel bene e nel male), sia in realtà un misero castello di carte costruito da mani inesperte, o forse semplicemente frettolose, avventate. Forse tutte queste cose insieme. E non basta dire, come il governatore Cota disse, che se una legge non funziona, vuol dire che “non è applicata”: vale anche l’esatto contrario, perché se non è applicata vuol dire che non funziona. Dovrebbe rifletterci il governatore, così come dovrebbe rifletterci l’UE, altra grande assente nel racconto di Ismail, fresca di un nobel assolutamente prematuro, viste le motivazioni:«The union and its forerunners have for over six decades contributed to the advancement of peace and reconciliation, democracy and human rights in Europe».

Il giovane Ismail avrebbe più che qualcosa da obiettare al riguardo.

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