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Giovani sogni, leggi, incubi e amori

di Eugenio Conti

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Mi piacerebbe raccontarvi di Ed per come lui si è raccontato a me. Mi piacerebbe raccontarvi un’importante storia di immigrazione, questione troppo spesso relegata al thrilling giornalistico delle sparute cronache di Rosarno, Castel Volturno e Brescia, perché si colga la realtà quotidiana di oltre 4 milioni e mezzo di “fratellastri d’Italia”, come li chiama Corrado Giustiniani nel suo omonimo libro.

Ed è un ragazzo di Bologna: vestiti casual, zaino in spalla, pettinatura alla moda e l’andatura tipica di chi deve trovarsi in molti posti durante la giornata muovendosi a piedi. È uno studente e, come fanno tanti studenti, nella sua vita ha cercato migliori opportunità di studio all’estero. Solo che lui non sognava gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, bensì l’Italia. La sognava dall’Albania, la sua terra.

Quando nel 2001 riesce ad ottenere un visto d’ingresso per l’Italia grazie a un programma di scambio, si iscrive subito a Bologna, facoltà di Giurisprudenza. Sa già che la sua vita non sarà rilassante, però non sa che l’Italia costa tanto, troppo per cavarsela solo con lo stipendio di un lavoro part-time. Ma la legge che disciplina il suo permesso di soggiorno per motivi di studio è categorica: può lavorare solo venti ore alla settimana.

Visto che comunque è costretto a lavorare a tempo pieno per potersi mantenere, Ed decide di provare a ottenere un permesso di soggiorno lavorativo, che oltre a garantirgli la possibilità di mantenersi non lo legherebbe a requisiti universitari, permettendogli di rimanere in Italia finché lavora.

La legge però obbliga il datore di lavoro a farsi carico di molte cose a proposito del lavoratore straniero, compresa la qualità del suo alloggio. E il datore di Ed, malgrado le ripetute assicurazioni del ragazzo che una casa ce l’ha già, non si fida e non gli firma niente. Tanto gli albanesi sono tutti ladri, avrà pensato: nel 2001 Bucarest non ha ancora sostituito Tirana.

Il tempo passa e a causa delle difficoltà Ed non riesce più a stare al passo con gli studi, perdendo quindi il permesso di soggiorno e, di conseguenza, la casa e il lavoro. Diventa un clandestino.

Nella sua storia sono tanti i paradossi: datore di lavoro a parte, uno dei motivi per cui non è riuscito a mantenere i crediti universitari necessari al permesso per motivi di studio è stato il comportamento di un’insegnante che non gli faceva passare un esame,mettendolo in difficoltà proprio perché albanese. Il razzismo, insomma, ha contribuito a renderlo clandestino.

Il giovane è costretto a vagabondare di casa in casa cercando di passare inosservato, mentre le sue condizioni peggiorano: niente gas, niente acqua calda e persino niente riscaldamento. Una di queste case, dove si trovava insieme ad altri nella sua condizione, era addirittura gestita da un carabiniere.

Ed cerca in tutti i modi di tornare regolare, ma non può perché la legge continua a bloccarlo: se prima non gli consentiva di essere regolare una volta entrato, ora non gli consente di regolarizzarsi se non uscendo dal paese, salvo rare sanatorie che comunque non lo riguarderebbero. Ed pensa di andarsene per poi cercare di rientrare alla prima occasione, ad esempio con un sucessivo programma di scambio, ma viene a sapere che se esce senza documenti e lo beccano non potrà più rientrare in un qualsiasi paese europeo per cinque anni. Quindi il ragazzo si trova ad avere paura di uscire.

A salvarlo non sarà una legge ma la fortuna di avere conosciuto quando ancora era regolare la ragazza italiana, di origini brasiliane, che sarebbe diventata sua moglie.

È lei che lo aiuta nei momenti di difficoltà della sua vita da irregolare perché, dice lo stesso Ed, «il documento è una forte barriera: se non ce l’hai, ah, sei un serial killer». È grazie a lei se ha la fortuna di rimanere una sera fuori da uno dei suoi alloggi precari, proprio quando la polizia arriva e fa un’ispezione. A telefonargli durante una normale serata fuori con la fidanzata per dirgli di non tornare più a casa è un amico marocchino. Ed segue il suo consiglio, nonostante lì abbia lasciato tutte le sue cose: con lui rimane solo una borsa, che continua a portarsi appresso. È lei che, non trovandogli un posto dove dormire, alla fine compra una casa per sé e lo ospita. Infine, è sempre lei che dopo un anno lo sposa, aprendogli nuovamente le porte alla cittadinanza e all’università.

I cosiddetti amici italiani erano scomparsi appena aveva perso i documenti, anche se neanche da regolare trovava molta simpatia. Era pur sempre “il periodo degli albanesi”: una volta una ragazza con cui scherzava sull’autobus è subito scesa, impaurita, venuta a sapere della sua nazionalità.

Dinnanzi a questo astio Ed si era rifugiato nella comunità albanese, che sebbene non troppo unita a causa di differenze interne sembrava fare fronte comune contro l’ostile ambiente esterno. È da altri albanesi infatti che Ed ha appreso la maggior parte delle norme sull’immigrazione, in quanto la questura la evitava il più possibile: anche da regolare, lì si trova solo astio e risentimento. «Ti trattano come uno della giungla, ti rispondono male o non ti rispondono affatto, conta come si svegliano la mattina e tu non puoi dire niente, devi solo ringraziare di essere qui».

Suo cugino fece l’errore di dire qualcosa in albanese davanti a un poliziotto che, prendendolo come un insulto, lo denunciò senza possibilità di spiegazioni. Reato di oltraggio a pubblico ufficiale: via il permesso, fuori il cugino.

«Già è umiliante quando sei regolare, ma quando sei clandestino devi subire troppe cose contemporaneamente e non puoi rispondere, è massacrante». Tant’è che uno dei maggiori motivi per cui anche in paesi vicini come l’Albania non si sa che in Italia ci sono queste complicazioni è che chi torna si tiene tutto dentro, perché ha subito troppo e non ne vuole parlare.

Ed però chiude questo tasto dolente con un’alzata di spalle, grazie al suo abituale pragmatismo: «non è colpa mia se gli italiani non mi accolgono, la cosa mi dispiace, ma non mi pesa». Essere tenuto in disparte è ormai quasi naturale. Anche se la sua situazione è migliorata, questa distanza dagli italiani rimane avvertita ancora oggi.

Un primo aggettivo con cui definirebbe gli italiani? «Superficiali, si fermano all’etichetta». Anche mentre dice questo Ed parla con semplicità, questa volta però accompagnata da una nota di esitazione, come se il suo cuore avesse qualcosa di diverso da dire. Altro che superficiali. Forse perché sta parlando a un italiano, il giovane cittadino pensa ancora di dovere misurare le parole con attenzione, per non finire come suo cugino, sacrificando un poco di sincerità. Tenendo le distanze. Lo ringrazio per la chiacchierata, lui mi ringrazia per il caffè e ci salutiamo.

Abbiamo detto all’inizio che questa storia è importante, ma perché? Perché parla di obiettivi, lavoro e sacrifici, ma anche di amore, di aiuti fraterni e di false amicizie. Perché parla di delusioni, di brutte persone, di leggi invasive e di burocrazie aggressive. Capire la sua storia significa capire la maggior parte della questione e soprattutto, cosa più importante, la maggior parte delle persone. Significa trovare risposte vere a domande che oggi ci trovano impreparati e a cui rispondiamo con troppa facilità: perché “loro” sono qua? Cosa vogliono, ma soprattutto, cosa vogliono da me? Perché l’altro, oggi, bussa alla mia porta con tanta insistenza? Le risposte, forse banali ma non per questo meno vere, si trovano più che in una cronaca da rotocalco in questa che è una normale storia di giovani sogni di studio, di lavoro e di ricerca di un po’ di stabilità. Una storia di giovani sogni che provano ad essere italiani.

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