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Dioniso è alle porte

di Eugenio Conti

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Dioniso è un dio che porta doni, ammantato da pelli di leopardi, nudo, circondato da donne e androgino. Dioniso arriva in città da fuori, è esotico, è straniero. Tutto di lui rimanda, perlomeno per un greco, allo stravagante, al mai visto, al perturbante, alla novità che minaccia perché impone serie riconsiderazioni: l’altro che arriva e bussa alle porte della città, portando dietro di sé il dono e la trasformazione. Il dono è la vite (e non il vino): qualcosa cioè che, offerta dall’altro, esige un completamento ad opera del sé che deve fare di questo dono cosa propria: metterla a coltura nei propri orti, metterla a cultura nella propria mente, fondendo identità della città (polis) e alterità dionisiaca in un buon vino.

Dioniso porta con sé le donne, le sue donne, quelle che ha sottratto alla clausura domestica della filatura: le sue donne escono, vivono e coltivano. Le porta con sé come monito e come benevola profezia: questo è, sarà, il frutto più duro da digerire del cambiamento. Io che dovrei essere l’uomo padre e padrone sono effemminato, dal sesso non chiaro, le donne madri e sottomesse invece si spogliano, escono e si mescolano alla mia ambiguità sessuale. Io sono lo straniero, porto il dono e il dono porta il caos, ma se saprete usare il mio dono vivrete infine un nuovo ordine. Altrimenti morirete nel caos.

I miti dionisiaci greci, che vedono protagonista quasi sempre un eroe civilizzatore, si ammassano tutti su questo bivio: c’è il lungimirante aristocratico che accetta la vite come dono degli dèi e c’è il bovaro aristocratico che la rifiuta, che per paura addirittura cerca di uccidere il dio o le proprie donne per non farle cambiare.
Da una parte Apollodoro ci racconta il progressismo del giovane Icario, che accetta la vite e dona il vino ai pastori, i quali sciagurati ne bevono troppo, cioè lo bevono male, lo fraintendono. Resi pazzi dal vino bevuto alla tal guisa, essi credono Icario un avvelenatore e lo ammazzano. Sua figlia Erigone se ne accorge, si suicida, subito seguita da una massa di coetanee in tutta Atene. L’oracolo parlerà chiaro: bisogna espiare e ricongiungersi agli dèi. Nasceranno le feste rituali degli Aioria e la città cambierà.
Dall’altra parte Omero (Iliade, libro VI) ci narra il conservatorismo, sempre pastorale, di Licurgo, che pagherà la sua aggressività verso il culto e le donne del dio (pungolati come l’eroe ha sempre fatto con i buoi) con il tormento della cecità estratta a forza dalla tortura. La sua aggressività conservatrice è difatti hýbris, superbia prevaricatrice che scatena la némesis, la vendetta degli dèi.

Questi miti sono ricchi, come tutti i miti, di segni: veicoli di significati profondi e più generali sulla vita e sulle cose, propri del patrimonio culturale di un popolo. Il mito spiega, insegna, introduce l’ethos di un popolo e il suo orizzonte di senso. Dioniso è per gli elleni l’icona di una serie di principi, di una dinamica naturale delle cose: la stasi conservatrice contro il dinamismo inevitabile. Dioniso non è un dio buono, ma neanche cattivo. È un dio. Qualcosa di inesorabile, eterno, indomabile. Dioniso è questo e sta bussando alle porte della città, come uno straniero, perché in effetti lo è: io, identità, sono uomo o donna; lui, l’altro, che cos’è? Fatica dirlo: guarda come si comporta, come si veste. Chi gli sta appresso: sono forse donne quelle? Quale donna farebbe queste cose? E però, in tutta la sua stravaganza, mi offre un frutto, un dono. Lo straniero, il nuovo, la dinamica, busserà alla mia porta che io lo voglia o no: apro e lo accolgo? Sarà dura, ma vivrò arricchito dei suoi doni se mi muoverò bene. Chiudo, lo ignoro o lo aggredisco? Morirò nel tormento. Dioniso è un dio e queste due alternative esauriscono la realtà di cui egli ha padronanza.

La città, la tradizione e Dioniso; le donne, la tradizione e Dioniso; le donne, la tradizione e la città. Una triade che di per sé potrebbe benissimo esaurire il mondo.

Il mondo ellenico come il nostro, perché uomini siamo e uomini rimarremo, anche se cambiano i motivi delle nostre vesti, i movimenti della nostra lingua e i colori delle nostre pelli.

Oggi anche uno dei massimi studiosi italiani, Umberto Curi, riprende l’antichità per spiegare il difetto della nostra attuale concezione dello straniero, perlomeno quella più diffusa: se l’elleno vede lo straniero con ambivalenza perché porta il caos ma anche il dono, l’europeo contemporaneo vede lo straniero solamente come colui che porta il caos. Minaccia da evitare e rinchiudere o povero verso cui provare pietà, in entrambi i casi la relazione è a senso unico, negativa e preclude lo scambio. E che scambio ci potrebbe mai essere? Il mito della babilonia della contemporaneità, la città moloch minimalista e iperconnessa, ci dice che ci basta già così. Serve altro? L’occidentale oggi risponde “siamo a posto così, grazie”. La nostra polis così si riempie di Licurgo, chiude le porte e si rintana nelle proprie mura, aggredendo Dioniso con i suoi pungoli da bovaro.

È anche vero che con un’aeda mitografa come la televisione, dozzinale, fine a sé stessa, distorcente un’attualità che forse non riesce più a padroneggiare come un tempo, è facile diventare ciechi come Licurgo e rifiutare Dioniso. Quello che voglio fare, date queste premesse, è dare un piccolo contributo per raccontare meglio lo straniero, al di là della cronaca televisiva e del canone tradizionale da rotocalco. Ce ne sono tantissime di iniziative e di firme simili alla mia e ben più in gamba, io mi permetto di sperare che le storie che racconterò forniranno un buon valore aggiunto nella costruzione di una più dettagliata, ma soprattutto più umana (con tutti gli alti e i bassi che riguardano la nostra complicata specie) raffigurazione dello straniero e del contesto con il quale si trova a rapportarsi in Italia.

Perché Dioniso è lì, che ci piaccia o no: l’elleno aveva ragione, il suo mito è più efficace. Non possiamo mandarlo via così come non possiamo impedire alla Terra di girare: tanto vale capirlo e capire qual è il suo dono. Mi sforzerò di dimostrare che chiudersi all’altro significa negare la realtà, dissociarsi, menomarsi, accecarsi. Oggi come ai tempi di Licurgo.

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