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Della materia di cui è fatto ZEN ARCADE

di Alessandro Rossi

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Siccome durante l’ultimo prelievo di sangue l’infermiera sobbalzò udendo un leggero rullare di batteria nell’estrarre la siringa – esattamente come quello che scandice le top ten di David Letterman – decisi che forse era giunto il momento di conoscere tutti i segreti musicali del mio plasma. Per farlo ho cercato di capire se fossero stati i miei ascolti ad influenzarlo o se fosse lui stesso capace di guidarmi dapprima attraverso gli scaffali polverosi di diverse fiere dell’elettronica – che diventano magicamente del vinile – ed oggi attraverso torrent e siti capaci di reperire il materiale adeguato per soddisfarlo.
A distanza di anni e di ascolti – molti dei quali assolutamente trascurabili, ma necessari al plasma per farmi credere di essere io a comandare il gioco – oggi ho finalmente capito che probabilmente da piccolo, dopo un brutto incidente, Bob Mould si è offerto spontaneamente di donarmi il suo sangue.

Quando passa “Zen Arcade” tutto si accende, gli organi fremono, il sangue impazzisce nelle vene, il cervello aumenta le sinapsi, l’ansia si desta su due zampe come un orso fuori controllo: è la stessa identica gioia e liberazione che ho provato nel tornare a casa dopo diversi giorni di assenza. Sono proprio queste sensazioni, più che mai fisiche, quelle a mio avviso da adottare come riferimenti nel caso si volesse raccontare di cosa è fatto questo monumento della musica tutta.
Quindi, lungi da me o da chiunque fare paragoni, riferimenti a band o suoni che possano aver influenzato questa danza sciamanica che viaggia senza freni attraverso il sistema nervoso.

La paura sta alla base.
Il crudo realismo la segue a ruota proprio quando la vita insegna quello che non volevi sapere (“Something i learn today“), e i sentimenti sono quel filo di cotone in tensione capace di spezzarsi al minimo attrito (“Broken Home, Broken Hearts”) – Il distacco capace di funestare la mente (“Never talking to you”).
Ecco che dal basso, come fantasmi ammaliatori compaiono gli incubi del passato  (“Dreams Reoccurring“) capaci di personificare le paure quotidiane relative all’umano sbagliare (“Indecision time“).
Un mantra sonico (“Hare Krsna”) come richiesta disperata verso il cielo, scaccia i demoni e purifica le anime. Ma è solo momentanea redenzione: quelle anime sono oramai reclamate dall’oscurità insita nei comportamenti umani (“Pride” – “The biggest lie“).
Questo realismo non nasconde momenti nei quali la luce benché fioca, sembra far capolino come una luna oscurata dalle nubi (“One step at a time” – “Pink turn to blue”) capace di suggerire finali alternativi possibili, ma non per tutti.
Il finale è per quelli che ci credono. Lo sfacelo è ancora qua, ma ora sappiamo come affrontarlo (“Monday will never be the same”) e la speranza si fa tangibile quando “Whatever” – prepotente e giusta come un eroe morto di una storia che finisce bene per tutti tranne che per lui – scende dal cielo.

Non so se qualcuno di quelli che sta leggendo questa cosa abbia mai provato ciò che significa riconoscersi con forza in una descrizione artistica creata da persone lontane fisicamente, ma capaci di raccontare le tue stesse sensazioni e, con l’uso degli strumenti, resuscitarle. Ma sappiate che “Zen Arcade” non è né vinile né plastica; non è l’input che permette al vostro portatile di riprodurre l’mp3.
“Zen Arcade” è gli Hüsker Dü, é Bob Mould, è chiunque abbia provato e analizzato la vita, è me.

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