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Negazione – Lo spirito continua

di Alessandro Rossi

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Ci sono opere – in realtà succede solo con i capolavori assoluti – capaci di causare seri danni al tuo essere, mutilarti, sfigurarti o al contrario darti una forza sovrannaturale, dipende solo dal colore della tua essenza, in questo caso con il nero vai sempre bene. Certo, per farlo bisogna avere l’indomito coraggio di avvicinarsi tanto da sentire il pericolo, come quando ci si avvicina ad una bestia carnivora nel suo habitat naturale, senza protezione alcuna se non il proprio desiderio di conoscenza. A voi che non conoscete “Lo spirito continua” e state bene con voi stessi e il mondo che vi circonda dico: «Non ascoltatelo! »anzi «Statene il più possibile alla larga!» non sapete lo squarcio insanabile al quale andate in contro. Prendetelo come un ordine più che un consiglio, tenendo bene in mente che è lui che sceglie voi, non il contrario e se non vi ha scelto, non vi ha scelto, fatevene una ragione e continuate ad ascoltare la vostra merda.
A tutti coloro invece che sentissero il bisogno o il richiamo del disco più importante della storia della musica italiana va il mio più caloroso in bocca al lupo, convinto di ritrovarvi diversi appena compresa l’opera.

Detto questo, toglietevi ora dalla testa qualsiasi concetto di hardcore vi abbiano propinato fin’ ora e focalizzate la mente sulla copertina e sul titolo dell’opera: possono dirci molto. Primo perché un incontro di pugilato fra bambini rende bene il concetto di “crescita” con tutte le difficoltà e le insidie del caso; secondo perché il titolo, per quanto speranzoso possa essere, sottintende un mare di concetti annidati in quei puntini che lo seguono, un disco di sincerità urticante . È un racconto coraggioso e crudo sull’animo umano, è un’ entità nera che si muove velocemente facendo strani e sinistri sfrigolii al passaggio, un’ ombra, è disperazione, è una piccola minaccia in un tempo sbagliato, è il fuoco amico che si alza in cielo quando tutto sembra perso e stai per dare  il colpo di grazia alla tua esistenza. È il rigurgito dell’ animo nero pece che risiede in ognuno di noi, è un attacco di panico in piena regola.

Si apre con la più grande dichiarazione d’intenti che abbia mai sentito. “La vittoria della sconfitta” è il pezzo punk perfetto, indomito, fiero e risoluto. “Non mi serve addolcire il dolore perche io ho perso” è un’ammissione, è un manifesto di totale estraneità alle dinamiche di un mondo alieno, “Quante volte ancora mi mostrerete che questo posto non è il mio?” quante volte ancora pretenderete da me un cambiamento, quante volte vorrete che io percorra strade pre costruite che portano ad un futuro “innocuo”. Sceglierete ancora per me? E perché? – In una frase tutto quello che il punk doveva diventare e non è diventato – .

Attaccare a testa alta con la mente ben lucida fin dalla prima nota sembra essere la missione dei nostri. Con i piedi ben puntati, e senza paure di alcun tipo prosegue “Lasciami stare”, vero e proprio incatenamento ai cancelli del potere, capace di esplodere in poesia sconnessa subito dopo le parole : “Non disturbo… e non urlo” e che qui vi riporto – ma voi immaginatele proclamate  a denti chiusi e con gli occhi iniettati d’odio, come in una possessione, un mantra dettato dallo spirito di rivalsa:

Due fiumi corrono a cavallo
un cavo si tuffa nell’acqua
due ombre si muovono nel letto
luce si spegne, luce si accende,
cado all’indietro, strano sapore
é un’ora che corro dove sono?
stronzo, stronzo, ti sono addosso ora
perché, adesso, sono qua e non c’é nessuno?
il cielo, le mie tasche
tocco tutto con un dito
labbra, pelle, un saluto ed é finito
strade belle fumano animali ridono allegri l’acqua mi bagna addosso
noi veloci dentro il buio
serrature aperte urlano
calci in faccia e soldi

Un flusso elettrico nero del diametro di un braccio in un sol punto convoglia il sangue e la sofferenza di una generazione che non ha più tempo per le scommesse, che chiede il conto, ora. Lo fa a costo della vita, come ci raccontano in “Dritti contro un muro”  quando con le parole “Non voglio trovare maniere per non urtarti, devo solo dirti delle cose e devo farlo adesso” mettono bene in chiaro che il tempo è terminato, coscienti del fatto che saranno ancora parole buttate al vento, ma condizione fondamentale per l’avvento del momento a mio avviso più alto dell’albo.

Arriva come una totale perdita sensoriale. “Niente” è l’apocalisse, un pezzo che ancora oggi mi incute assoluto terrore. È l’attimo subito dopo la morte, lo scorrere veloce della vita tra le dita, il non poterla più afferrare, è l’essere vivo ma morto allo stesso tempo, il momento più struggente e doloroso che un disco di musica punk abbia mai messo in scena. “Vaga nel vuoto attraverso i sentimenti, sa che cosa cercare ma non lo riesce a trovare” è il requiem, è il racconto di un’adolescenza vuota e carica di rabbia negativa che rizza in piedi e sfida nuda un mondo becero e insulso. Mai più nessuno frequentò questi bassi fondi, mai più.

Una devastazione interna e intima che vede nell’omonima traccia finale le macerie di una cultura chiedersi se poi si riuscirà a ricucire il tutto. Alla fine é ancora poesia, c’è l’urlo hardcore di chi anche dopo aver affrontato il demonio in persona non molla, “Io sorrido sopra il mio odio” e chiude il cerchio con un ghigno beffardo lasciando quel velo di speranza propria dell’utopia umana, domandandosi: Potremmo davvero essere vecchi e forti?

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