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Natura a due passi da Parma: i Boschi di Carrega

di Claudio Carminati

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Lago della GrottaNei mesi invernali può capitare che, a causa della neve e del ghiaccio, ci sia preclusa la possibilità di percorrere itinerari in genere facilmente accessibili. Affrontare un’escursione in condizioni così particolari richiede infatti attrezzature adeguate e una preparazione specifica. Non per questo siamo però costretti a mettere da parte la voglia di infilare gli scarponi e, zaino in spalla, regalarci una mattinata a diretto contatto con la natura. Si tratta semplicemente di trovare alternative: tra queste, sicuramente valida è quella proposta dal Parco dei Boschi di Carrega, a pochi chilometri da Parma.

Esteso su una superficie di 1.270 ettari, quello dei Boschi di Carrega è stato, nel 1982, il primo Parco Regionale istituito in Emilia-Romagna. La sua storia affonda le proprie radici già prima del XV secolo: a governare sull’area – compresa oggi tra i comuni di Collecchio, Felino, Fornovo di Taro, Parma e Sala Baganza – era l’antica famiglia dei San Vitale, cui nel 1612 subentrarono i Farnese, quando il duca Ranuccio I acquisì questi territori trasformandoli in residenza di villeggiatura e tenuta di caccia della Corte di Parma.

Ingresso ParcoTale funzione fu mantenuta anche sotto il dominio di Maria Amalia di Borbone (dal 1731) e quello successivo di Maria Luigia d’Austria, che tra il 1819 e il 1826 operò importanti trasformazioni sull’area, dall’ampliamento della residenza del Casino da Caccia all’impianto di una faggeta (conosciuta oggi come Faggeta di Maria Amalia) nella vallecola del Rio Buca Pelosa. Dopo l’Unità d’Italia i Savoia continuarono a utilizzare i Boschi come riserva da caccia, fino al passaggio di proprietà nelle mani della nobile famiglia dei Carrega, tuttora proprietari del Casino e autori di importanti interventi, in particolare l’inserimento di varietà di piante non autoctone e la realizzazione di alcuni piccoli laghi artificiali.

Oggi il Parco è gestito da un Consorzio – di cui fanno parte la provincia di Parma e i Comuni coinvolti – che già alla fine degli anni ’70 del secolo scorso aveva proceduto all’acquisto dei terreni, poi destinati alla libera fruizione da parte del pubblico, e degli immobili all’interno dei quali sono state realizzate le strutture del Parco, dagli uffici ai centri visita.

Situato sui terrazzi fluviali quaternari fra il fiume Taro e il torrente Baganza, con un’altitudine massima di 320 metri, il Parco offre un ambiente naturale di grande pregio, caratterizzato da una notevole varietà sia per quanto riguarda la fauna, sia dal punto di vista della vegetazione, con un alternarsi di boschi, prati stabili, seminativi, ruscelli e specchi d’acqua. Un piccolo paradiso, che può essere esplorato in ogni stagione, grazie a una rete di sentieri ben segnalati e alla portata di tutti.

Strada primo trattoL’itinerario proposto prende il via da Collecchio. Lasciata l’auto al parcheggio del Serraglio – raggiungibile comodamente a piedi in una decina di minuti anche per chi arriva al paese in treno o in autobus – seguiamo una strada asfaltata che in breve tempo, attraverso una stretta e ombrosa valletta, ci conduce nel cuore del Parco. Pressoché pianeggiante o al più in lieve pendenza, questa prima parte del percorso ci consente di ammirare una vegetazione varia, in cui a specie tipiche di queste aree e di queste quote se ne mescolano altre introdotte dall’uomo e che bene si sono adattate in virtù delle particolari condizioni ambientali offerte dal Parco. Tra le prime, spiccano in particolare le querce: roveri (Quercus petraea) e soprattutto cerri (Quercus cerris). Tra le seconde, abeti rossi (Picea abies), abeti bianchi (Abies alba) e pini neri (Pinus nigra).

Leucojum vernumUna decina di minuti e raggiungiamo il primo bivio. Ignoriamo la strada asfaltata e prendiamo a destra un largo sentiero, attraversando una radura in cui ancora è presente abbondante la neve, caduta copiosa su questi boschi nella prima parte del mese (l’escursione qui descritta è stata effettuata il 25 febbraio 2012). Ci dirigiamo così verso il Lago della Grotta – uno dei diversi bacini artificiali realizzati nell’area nel corso dei secoli – che ci accoglie ancora ricoperto da una spessa coltre di ghiaccio. L’inverno non è ancora finito, anche se alcuni esemplari di “falso bucaneve” (Leucojum vernum) lasciano intendere come, giorno dopo giorno, anche quest’anno la natura si stia avviando verso il risveglio.

Lago della GrottaSulle rive del lago altre specie “esotiche”: querce rosse (Quercus rubra) e cipressi calvi (Taxodium distichum), piante originarie del Nord America introdotte a scopo ornamentale, in particolare per la bellezza del loro fogliame nel periodo autunnale. Una breve sosta ci consente di apprezzare la quiete del luogo, con il silenzio rotto soltanto dalla ritmica operosità dei picchi. L’incontro con animali selvatici non è infrequente: con un po’ di fortuna, pazienza e un po’ di attenzione, è possibile imbattersi in caprioli (numerosissimi in questi boschi), scoiattoli e, talvolta, volpi.

Piana MarchesiPrima di proseguire lungo il nostro percorso, in direzione del Lago della Svizzera, facciamo una piccola deviazione, salendo rapidamente di quota attraverso un comodo sentiero che si stacca sulla destra. Si sale con buona pendenza, fino a raggiungere Piana Marchesi caratterizzato da alcuni prati stabili e da un fitto bosco di cerri. Questa particolare varietà di quercia è stata nei secoli preferita rispetto alle altre per la sua rapidità di crescita, che ne fa una pianta più adatta alla ceduazione rispetto ad altre specie, come il rovere – a sviluppo lentissimo – di cui permangono qua e là esemplari isolati di enormi dimensioni e che proprio su questo piccolo altopiano è presente in modo significativo.

Lago della SvizzeraTorniamo sui nostri passi, riportandoci rapidamente nei pressi del Lago della Grotta, da dove proseguiamo con qualche lieve saliscendi fino al Lago della Svizzera, le cui rive sono caratterizzate dalla presenza di aghifoglie che conferiscono all’ambiente un aspetto alpestre: abeti rossi e bianchi, ma anche pini silvestri (Pinus silvestris) e cedri dell’Himalaya (Cedrus deodara). Anche qui è il ghiaccio a farla da padrone, con un gioco di riflessi sulla superficie gelata che alla luce del sole di fine inverno crea un’atmosfera quasi surreale.

Elleboro verdeSuperiamo lo sbarramento a valle del lago e prendiamo un sentiero ondulato con un ricco sottobosco, nel quale fanno capolino alcuni esemplari di elleboro verde (Helleborus viridis). In pochi minuti giungiamo a una strada asfaltata, svoltiamo a destra, passando nei pressi del Centro Parco “Renzo Levati”, e proseguiamo per qualche minuto, per poi prendere a sinistra via Capanna, in corrispondenza del Centro Recupero Fauna e Area Faunistica “Il Capriolo”.

Strada nel boscoDi qui in avanti potremo decidere se limitarci a seguire il percorso principale – scelta consigliata alla prima visita nel Parco, per prendere confidenza con l’ambiente e cominciare ad orientarsi – oppure se allungare il giro seguendo le indicazioni che di tanto in tanto incontriamo lungo la strada: castagneto del Gravaro, Monte Castione, Faggeta di Maria Amalia sono solo alcuni dei numerosi punti di interesse raggiungibili in pochi minuti devidando dalla strada asfaltata.

PoliporaceaPercorsa via Capanna nella sua interezza, svoltiamo a destra. In pochi minuti raggiungiamo l’elegante Casino dei Boschi – sede del Centro Parco Casinetto – con il suo giardino all’inglese, superato il quale proseguiamo fino al bivio per via Case Nuove. Svoltiamo a sinistra, sempre su asfalto. La strada costeggia alcune cascine e verdi prati che digradano dolcemente verso la pianura. Guardandoci bene attorno, ci imbattiamo nella presenza di una delle oltre 400 specie di funghi censite nel Parco. Si tratta di una vorace poliporacea – non mi spingo oltre nella determinazione – intenta a demolire il ceppo di un vecchio acero di monte (Acer pseudoplatanus). Gli ultimi scatti, e riprendiamo la marcia: pochi minuti ancora e arriviamo al parcheggio del Serraglio, punto di partenza e di arrivo del nostro itinerario.

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