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Per cominciare

di Edoardo Gazzoni

Pubblicato il

Gianmarco 24 anni studente universitario di laurea magistrale in economia e da poco inserito nel mondo del lavoro come consulente economico. Si sente una mosca bianca o ritiene che la sa situazione non sia così rara?

Non mi ritengo una mosca bianca; è un iter normale, un modo per farsi le ossa mentre si finisce la laurea magistrale e per non avere le prime esperienze di lavoro a 30 anni.

Parliamo di crisi economica, ha influito sulla sua vita quotidiana e nel rapporto con gli altri?

Non ha influito molto nel mio rapporto con gli altri; certo, si deve fare i conti con un budget più ristretto, ma a parte questo personalmente non ha influito.

 Ritiene che oggi la libera professione sia diversa da quella di un tempo?

Be’, certamente, perché l’idea del professionista, soprattutto nel mio campo, che aveva la scorsa generazione, neanche tanti anni fa, era più nell’ottica di un’unica entità cioè: il singolo professionista che fornisce l’assistenza ai suoi clienti. Oggi sia per la mole di lavoro, sia per l’enormità e le difficoltà che presenta la normativa tributaria italiana, richiede una struttura organizzativa diversa: non esisterà più tra 5 o 6 anni il singolo professionista, esisteranno solo i grandi studi associati in cui professionisti sempre più specializzati in un determinato ramo collaboreranno per offrire un servizio comunque esaustivo ai propri clienti.

Ritiene che questa minor sicurezza nella sua professione possa poi influire anche in delle scelte nella vita personale che vanno al di la del lavoro come la creazione di una famiglia, l’acquisto di una casa?

Indubbiamente la minor sicurezza economica ti costringe a rivedere quello che sono i tuoi progetti futuri. Comprare una casa o mettere su famiglia in una condizione di precaria indipendenza economica, se lo si vuole lo si fa, ma ci pensi un attimo sopra; fai un discorso un po’ più ponderato. C’è da dire che, andando verso una sempre più alta specializzazione, l’obbligo di associarsi in gruppi più grandi, quindi passare dal professionista artigiano al professionista parte di un’industria, secondo me, va a diminuire di molto la precarietà di quello che una volta era un settore, quello dei liberi professionisti, aleatorio per eccellenza. Se da una parte avevi la libertà di orari e di gestione del tuo lavoro, dall’altra non era certo che portavi a casa qualcosa, non potevi contare su uno stipendio fisso. Andando verso un aumento di scala degli studi, si va soprattutto a certi livelli, medio-bassi, verso il lavoro dipendente.

Lei è d’accordo con le ultime dichiarazioni del premier Monti nei riguardi del posto fisso come un fenomeno di cui i giovani d’oggi si devono dimenticare e sulla revisione dell’articolo 18?

Si, secondo me il mito del posto fisso a vita è un’Arcadia del passato, ormai non esiste più il posto fisso a vita. Non vedo perché un italiano lo debba ricercare obbligatoriamente; al massimo, statisticamente, cambia lavoro 3 o 4 volte nella vita, contro un americano che ne cambia 30 e 5 volte casa. Noi che abbiamo delle soglie molto più basse di mobilità lavorativa riusciamo a lavorare lo stesso. L’idea del precariato è secondo me un’illusione, perché tutto è precario; si, hai lo stipendio fisso, ma se ti fallisce l’azienda sei precario quanto l’imprenditore, poiché all’imprenditore nessuno gli assicura che avrà lo stipendio a vita, se dipendi dall’imprenditore non puoi pretendere di avere questa sicurezza. Escluso il magico mondo dei dipendenti pubblici, di cui si potrebbe parlare per ore, il non precariato del dipendente privato è solo un’illusione.

Per concludere, Come vede i rapporti interpersonali dei ventenni di oggi e quali differenze crede ci siano rispetto, per esempio, alla generazione di suo padre?

Dunque, io avendo 24 anni, per quel poco che ho visto, i rapporti interpersonali attuali sono più massivi, sono più frequenti, però le persone sono più lontane; mi spiego: con tutti gli strumenti di comunicazione, che vanno al di la dal vedersi faccia a faccia, si riesce a tenere i contatti con un più alto numero di persone di quel che si poteva fare una volta, all’epoca dei miei genitori. Però vedo sempre che si perde la capacità di relazionarsi a tu per tu con le persone, si perde la capacità di parlare in pubblico, di sostenere una discussione diciamo in tempo reale con la persona che hai davanti; anche i rapporti sociali, senza l’ausilio di strumenti informatizzati, sono un attimo più difficoltosi. Mentre all’epoca di mio padre, quando avevi bisogno di vedere qualcuno andavi da lui di persona oppure andavi al bar sperando di incontrarlo. Secondo me si sono moltiplicate di numero ma hanno perso conseguentemente di qualità

 E crede che questa sia una strada che continuerà o ci sarà una controtendenza per esempio tra 10 anni nella gestione dei rapporti interpersonali?

Dunque, io spero che ci sarà una controtendenza e una riscoperta dei rapporti interpersonali autentici. Come tutti i fenomeni di massa arriva a un punto critico per cui si andrà verso una parabola discendente, ma sinceramente non so fare una predizione, io lo spero, poi staremo a vedere.

 

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