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Suggestioni d’inverno in Val Cavallina

di Claudio Carminati

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Helleborus nigerCi sono le grandi vette, quelle che entrano nell’immaginario collettivo tanto da rappresentare per tutti, profani compresi, l’idea di “montagna”. Ma ci sono anche i piccoli rilievi, asperità quasi o del tutto sconosciute che tuttavia possono egualmente rivelarsi suggestive.

Appartengono a questa seconda categoria i luoghi descritti in questo itinerario, che prende il via da Luzzana (310 metri s.l.m.), piccolo e ben conservato borgo della Val Cavallina, in provincia di Bergamo, per spingersi fino agli 820 metri del santuario di Santa Maria di Misma, e poi condurre al punto di partenza attraverso la quasi intatta Valle dell’Acqua. Un percorso che, in condizioni di tempo stabile e relativamente mite, si adatta anche a escursioni invernali – come quella qui descritta, effettuata sabato 14 gennaio 2012 – utili per “fare la gamba” in vista delle più impegnative passeggiate estive ma anche per andare alla scoperta di ambienti naturali ben conservati a pochi chilometri da aree fortemente antropizzate come quelle dell’alta pianura bergamasca.

Lasciata l’auto nel parcheggio situato nei pressi della chiesa sconsacrata di San Bernardino, si attraversa il centro medievale del paese, con le sue strette viuzze e le sue case in pietra: piazza Castello, poi via Chiesa e la svolta a destra in via Costa. Una breve discesa, il ponte sul torrente Bragazzo, 50 metri in salita e siamo pronti per abbandonare l’asfalto e prendere una ripida cementata sulla destra (segnavia CAI 611). Inizia l’ascesa verso la “cima” del Pizzo Casgnola, prima tappa di questo itinerario. La mattinata tiepida invita a non coprirsi troppo: per i primi 40-45 minuti saremo con il naso all’insù, lungo un sentiero a lunghi tratti esposto al sole, ed è buona cosa favorire la traspirazione della pelle, avendo poi cura di coprirci bene una volta arrivati in cima.

SentieroCon buona pendenza, la cementata si inoltra in un rimboschimento di pini. Pochi minuti e si giunge a un bivio, dove prendiamo il comodo sentiero che si stacca a sinistra. Ma è già tempo di rifiatare: a darci il benvenuto sono alcuni splendidi esemplari di Helleborus niger (vedi foto in apertura), più comunemente conosciuto come Elleboro nero o Rosa di Natale, che in cambio del loro saluto chiedono solo di essere ammirati. Si tratta di una specie a tipica fioritura invernale, comune nei boschi con presenza di pino, faggio o arbusti, preferibilmente su terreno calcareo e tendenzialmente asciutto.

Vista Val Cavallina e Colli di San FermoUsciti dal bosco, il sentiero (esposto a nord-est) si stringe addentrandosi in un fitto arbusteto e la pendenza cresce sensibilmente. Guadagniamo quota in poco tempo, puntando decisi verso il crinale, dove l’esposizione cambia (est-sud-est) e le pendenze almeno a tratti sono destinate a farsi più dolci. È questa la parte più impegnativa di un itinerario che nel complesso non presenta difficoltà altimetriche particolari e per il quale è richiesto semplicemente un discreto allenamento. Nel corso della salita, voltandoci possiamo apprezzare ampi scorci sulla vallata sottostante, sui Colli di San Fermo e, alla nostra destra, la costa calcarea del Monte Pranzà (1099 metri).

PungitopoGiunti in prossimità del crinale la vegetazione cambia nuovamente. Si torna nel bosco, questa volta composto in prevalenza da roverelle (Quercus pubescens), cui si mescolano cerri (Quercus cerris) e carpini bianchi (Carpinus betulus) nei tratti più asciutti, carpini neri (Ostrya carpinofolia) e ornielli (Fraxinus ornus) nelle zone in cui meglio riesce a conservarsi l’umidità del terreno. Si tratta di un bosco mesofilo di latifoglie, tipico a queste quote e queste latitudini, che presenta un sottobosco non meno interessante, in cui è facile scorgere grandi ginepri (Juniperus communis) e lasciarsi sorprendere dal rosso acceso delle bacche di un pungitopo (Ruscus aculeatus).

Continuando a salire, fa la propria comparsa anche qualche castagno (Castanea sativa), sino a una radura in corrispondenza di un grosso traliccio dell’Enel. Qui il sentiero spiana: è l’ultima tregua prima dello strappo finale. Poco dopo giungiamo infatti ad un bivio: il percorso contraddistinto dai segnavia del CAI aggira a destra la sommità del Pizzo Casgnola (792m). Per i temerari c’è invece la possibilità di salire fino in cima: una decina di minuti in forte pendenza, e potremo voltarci e complimentarci con noi stessi per la piccola “impresa” compiuta.

La “vetta” (se così la si può chiamare) è caratterizzata da un fitto bosco. Proseguendo in discesa per poche decine di metri giungiamo a uno spiazzo con alcuni appostamenti da caccia: la vegetazione si fa più rada, e lo sguardo può spaziare a sinistra verso la pianura. Sullo sfondo, nelle giornate più limpide, è possibile scorgere anche l’Appennino emiliano. Non è stato così in occasione della “nostra” passeggiata, con la “bassa” avvolta da una fitta foschia.

Trametes versicolorGiunti a questo punto, il sentiero diviene una comoda carrareccia, che in piano ci conduce dopo pochi minuti ai Prati Alti (779m). Sulla destra possiamo scorgere un’area di pascoli ben tenuti con un paio di cascine, ed è lì che siamo diretti. Ignoriamo temporaneamente il sentiero a sinistra e ci dirigiamo a destra, in un ambiente rurale caratterizzato dalla presenza di alcuni secolari castagni da frutto. Gettando lo sguardo tra rami e radici non è infrequente anche imbattersi in funghi a crescita invernale o annuale, come Trametes versicolor, piccola poliporacea a mensola molto comune su ceppaie e rami morti, non commestibile per la consistenza legnosa della carne.

PrimulePochi passi, e ci imbattiamo in tre primule (Primula vulgaris) decisamente ardite: troppo presto per questa specie, conosciuta anche come “Fior di primavera”, “Primavera minore” o semplicemente “Primavera”, tutte denominazioni che lasciano facilmente intuire come il suo mese d’oro sia marzo: sfrontata e un po’ vanitosa, si è eccezionalmente concessa una fioritura precoce, destinata a interrompersi all’arrivo di condizioni meteorologiche più consone al periodo.

Santuario di Santa Maria di MismaCosteggiamo una cascina ancora abitata, che ci consente di ammirare l’architettura tipica di queste montagne e alcuni utensili con una lunga storia scolpita addosso, come una vecchia scala appesa a un muro, per raggiungere in breve tempo la Pozza di Misma, crocevia tra numerosi sentieri della zona e punto di riferimento per qualunque escursionista si avventuri quassù. Tra le tante opzioni che ci vengono offerte a questo punto, scegliamo di dirigerci verso il santuario di Santa Maria di Misma. Superato il primo, ripidissimo tratto, la strada si fa ben presto più agevole. Attraversiamo un bosco con esposizione nord-ovest, caratterizzato in particolare dalla presenza di castagni, betulle (Betula pendula), aceri di monte (Acer pseudoplatanus) e faggi (Fagus sylvatica), sino ad una radura, dove prendiamo uno stretto ma ben segnalato sentiero sulla sinistra, che in pochi minuti attraverso qualche saliscendi ci conduce a destinazione (820m).

Crocus biflorusEdificato a cavallo tra l’XI e il XII secolo, il santuario si trova in una valletta dalla quale, in poco meno di un’ora, è possibile raggiungere la vetta del Monte Misma, che con i suoi 1.160 metri è la cima più alta della zona, ben visibile da gran parte della pianura centrale lombarda e riconoscibile grazie alla sua inconfondibile forma a triangolo. Nei prati circostanti ci imbattiamo in un’altra fioritura relativamente precoce: si tratta di alcuni splendidi Crocus (probabilmente Crocus biflorus), incoraggiati dal sole che, tiepido, accompagna la nostra passeggiata.

Panorama sulla Valle dell'AcquaZaino in spalla, ci rimettiamo in marcia ripercorrendo a ritroso gli ultimi 10 minuti di cammino, sino ad arrivare a un bivio: con la strada a sinistra torneremmo direttamente alla Pozza, ma possiamo anche allungare un poco il giro prendendo il sentiero sulla destra, che prima attraverso un bosco con castagni, betulle e roveri (Quercus petraea) e poi costeggiando un verde pascolo recintato ci conduce di nuovo ai Prati Alti, dai quali ci riportiamo rapidamente alla Pozza. È giunto il momento di scendere, Luzzana da quassù dista circa un’ora di cammino, o poco più.

Indicazioni per LuzzanaAlla Pozza svoltiamo a destra. Una strada a tratti cementata e a tratti sterrata conduce in discesa a un gruppo di cascine, in corrispondenza del quale si interrompe. Ci stiamo addentrando nel cuore della stretta e affascinante Valle dell’Acqua, scavata nei millenni dal torrente Bragazzo, che attraverso il bosco (costituito in prevalenza da roveri e roverelle) farà sentire la propria “voce” di qui fino alle prime case del paese.

Abbandoniamo la strada e, tenendo la destra, prendiamo un sentiero non segnalato ma ben tracciato, che tortuosamente in circa 10-15 minuti ci conduce a una strada asfaltata. Unica insidia in questo tratto le tante foglie sul terreno, che spesso nascondono buche o sassi e che per questo richiedono una dose supplementare di attenzione. Si tratta dell’ultimo sforzo: raggiunto l’asfalto, non resterà altro da fare che seguirlo in discesa fino al Santuario di Sant’Antonio (512m) e quindi, in circa 25-30 minuti, a Luzzana, punto di partenza e di arrivo del nostro percorso.

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