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Il rantolo d’inizio decennio

di Alessandro Rossi

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Cronistoria dei dischi senza i quali avrei già infilato la testa nel cappio

La cosa che più mi stranisce di tutta questa faccenda legata alla crisi finanziaria è il non aver sentito il colpo di reni che in questi frangenti la cultura musicale assesta. Mi sembra di vederlo lo spirito della nuova generazione, vestito come un damerino dai pantaloni risvoltati sulle caviglie, contrattare pigramente una nuova rinascita cultural-musicale con il fantasma di Kurt Cobain, ovviamente decapitato. Per la serie: «Dai fallo ancora tu che sai come si fa». Nulla, il giovine spirito contemporaneo non riuscì nemmeno per un secondo a distogliere il biondo di Seattle dal fissare quel fucile a pompa.
Noi però, che vogliamo solo dare un volto umano ad una svolta che aspettiamo dai Ninties  – visto che la figura della rock star sembra ormai soppiantata dall’accoppiata tastiera-schermo, e noi abbiamo bisogno di facce – rimaniamo qui, soli con un mojito in mano pensando a quanto l’inaspettata prolissità annuale  – molti dischi e tutti di livello medio alto, per voi ne ho scelti dieci – ci abbia messi al riparo dagli antidepressivi.

Bionda, labbra rosso vermiglio. Un incrocio fra “La Serpenta” e Siouxie ma più teatrale. Mi montai subito la testa pensando di poterla intervistare, invano. Anna Calvi e il suo omonimo lavoro si materializzarono in un gennaio freddissimo e colmo di aspettative che puntualmente non sarebbero state tradotte in realtà. Suggestioni desertiche, storie di passione finite nel gorgo dell’indifferenza, richiami all’ignoto più oscuro e demoniaco. Come le nubi che stavano per attraversare le vite di molti, la bionda anglo-italiana passò con indomita indifferenza come solo certe donne sanno fare, congelando tutto.
Il freddo rimase attaccato alla pelle per un bel po’ di giorni, giusto il tempo di scoprire che un’altra donna stava attraversando il percorso inverso. Joan Wasser, in arte Joan As Police Woman, con il suo The Deep Field propose un’ opera gioiosa giocata tutta sul riarrangiamento del Seventies Soul, trasfigurando in musica il proprio stato d’animo come solo i grandi sanno fare. Un limbo passeggero come la primavera, dove trovarono asilo Marvin Gaye (“Action Man” e la tribalità di “Flash”,) Stevie Wonder (“Chemmie”), Sly Stone e Barry White (“Kiss The Specifics” e l’introspezione di “Human condition”).
La Libia nel frattempo s’infiammò, ma noi – Italia – c’eravamo premuniti baciando le sacre falangi dittatoriali qualche tempo prima. Del resto siamo quelli delle scelte azzeccate, da sempre.
Febbraio infuocato, anche musicalmente. Tornarono la Motor City e l’hard boogie rock, di quello che aspettavi come un tossico che saltella in preda agli spasmi dell’ astinenza. I Rival Sons furono “la” band, Pressure and Time il disco che serviva. Led Zep, Free, T-rex, Grand funk e un tiro pazzesco furono invece le componenti di una vera scoperta rivelatrice, che feci al solito grazie all’amico metallaro che tutti dovrebbero avere. Il mio è un dio, il vostro cercatevelo. Vi basterà andare in birreria e selezionare i tipi con la maglietta più truculenta: saranno per voi amici fedeli e grande fonte d’ispirazione.
Poi a fine mese arrivarono gli Oasis senza Noel: i Beady Eye. Subito etichettati da quasi tutta la stampa come un gruppo del cazzo, a me fecero l’impressione esattamente opposta. E me ne innamorai, ovviamente. Brit-pop!? No! Rock’n’roll. Ma la notizia era che Liam ce l’aveva fatta anche da solo. Album ondivago ma coerente con sé stesso Different gear still speeding, capace di scatti di Fifties r’n’r (“Bring the light”), refrain Oasis come nella sognante “Kill for a dream”, e di rotolarsi tra le intuizioni stonesiane del singolone “Millionaire”, per poi tenere alta la tensione con le rythm-guitar di “Beatles and Stones”.
Marzo, scosse telluriche e tsunami, Giappone in ginocchio.
I Boris da sempre alle prese con derive stoner-hardcore-noise  decisero di pubblicare una cosa pop. Il New album si rivelò una delizia dai molteplici sapori, capace di fondere perle J-pop di nipponico intrattenimento come “Party boy” (il singolo) “Hope” e “Spoon”, alle tastierine ficcanti “Black Original”, al pianto soffocato di “Pardon?”, e alla malinconia Ninties di “Looprider”. Costruì così una prova d’avanguardismo – elettro – edulcorato dal forte senso d’appartenenza cultural-nazionale.
L’onda intanto cominciò a far contare le sue vittime. Il pericolo nucleare. Il nero come colore dominante.
Alison Mosshart è una cornacchia nera che vola sulle macerie di una città distrutta. Kills la sua effige. Blood Pressure un album di  blues-indie-rock suonato con le mani sporche di pece. Gli eventi, personali e di cronaca, mi fecero passare intere giornate attaccato a “The last goodbye”, autocommiserevole rivisitazione sul tema del distacco per piano e voce. Trascorsi le seguenti cantando “Lost her behind the station, lost her behind the moon, operator operator dial her back“, e immaginando il video “Satellite” come una lenta avanzata in una coltre di immagini in slow motion, fumo e strade di campagna. In quello originale vanno semplicemente in giro in macchina. Peccato.
Tutto il disco è legato da ritmiche che non mentono quando raccontano il forte imprinting della parallela esperienza “Dead Weather”: un gigantesco groove nero tanto blues quanto sensuale.
Si chiude il cerchio virtuale aperto il decennio scorso con la morte di Bin Laden, generando tripudio fra tutti quelli che non hanno ancora capito chi abbia fatto più morti tra lui e Bush –  il terrorista dei due – e indifferenza fra quelli che hanno capito, ma non sarebbero comunque in grado di fucilare il secondo.
In questo contesto apparve lo splendido “Rome” di Danger Mouse & Daniele Luppi, ipotetica sountrack spaghetti western dal piglio morriconiano e dagli illustri partecipanti – Norah Jones e Jack White –  capace in un sol colpo di colt di far esplodere la primavera.
Il 9 maggio uscì l’albo solista di Miles Kane (The Last Shadow Puppets” in compagnia della scimmietta artica Alex Turner): “The colour of the trap”. Miles e il brit-pop osservante, Miles ed i propri eroi. Miles, il ragazzo che ripropose il Liverpool sound. Un affresco capace di far sentire il profumo delle viole in pieno dicembre, un tributo di passione alla storia albionica con Weller e Lennon sugli scudi, e le band – Pretty things, Small faces – sullo sfondo.
L’ esate transitò velocemente affiancata dai soliti tormentoni musicali da spiaggia e dalle bunga-frivolezze per vecchi tromboni con riporto che tanto incuriosiscono l’italiano medio.
Questo fino ad agosto. Poi verso metà settembre m’immaginai durante un trip mistico i Kasabian a casa di Iggy Pop, prender nota sul concetto di “Spingersi oltre il ridicolo”, poco prima di rilasciare interviste del tipo: “I Velociraptor cacciano in branchi da quattro e quindi rappresentano la rock’n’roll band dei dinosauri”. Fu così che il tasso di goliardia aumentò esponenzialmente verso fine mese, dopo l’uscita di Velociraptor! e non scese più. In verità, non c’è nulla di male ad avere in camera poster  di ‘Zep e ‘Stones, ma se si è soliti ascoltare “Immigrant Song” subito dopo la gara di White Russian a Brixton, risulterà poi normale uscirsene con roba tipo “Days Are Forgotten”. Oggi li ritroviamo così, meno morriconiani ma più propensi a inserire buffonate ogni volta che il pezzo sembra aver preso la piega giusta. Come quando la title-track si trasforma da “Velociraptor” in  “Veloci-Rap-Toh!”. O come quando dopo la sognante “Acid Turkish Bath”, tanto psichedelica quanto sciamanica, esordisce una base krauta da autobhan ad introdurre il testo più bizzarro che i nostri abbian mai scritto, da cui estrapolo in esclusiva per voi:  “I hear voices, echo in my brain They don’t like it cause I’m not dressed the sam- They hunt for rabbits just like Yosemite Sam”. Ci siamo capiti.
Ultimi mesi e la crisi aumenta.
La parola “crisi” è quella che si sente maggiormente, in tv, al mercato, per la strada. E ti rincoglionisci.
Metti su il nuovo dei Justice anche se il precedente l’avresti lanciato contro un albero da una macchina in corsa – altro che D.a.n.c.e – e scopri che la lobotomia ha funzionato, oppure che i Justice con tutte quelle dannate influenze prog che han ficcato dentro Audio, video, disco sono diventati un duo tosto, anzi tostissimo. Cominci a vestirti come uno dei Genesis, rispolverando vecchie radio a doppia cassa – quelle su tutte le spalle di tutti gli afroamericani presenti nei peggiori telefilm anni ottanta – caricate a cassette monotraccia – ma che giran in loop – contenenti cose come “Canon” ma sparate a volume trenta. Utili per improvvisarsi headbanger e fare la figura del metallaro frustrato.
Ed è proprio in quel momento che lentamente cominci a capire che tutto sta andando a puttane – o ci è già andato – ma è troppo tardi. Perché l’anno è finito.

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3 commenti per “Il rantolo d’inizio decennio

  • andrea ha detto:

    articolo interessante e che trasuda passione. non condivido tutta la linea, ma mi è stato utile per approfondire qualche altrista che mi era “sfuggito”.

  • Alessandro ha detto:

    Hai ragione Fede, è un album piacevole “Suck it and see” ed io l’ho fuso! ma per questo racconto/lista mi son prefissato di tenere solo dieci titoli – Come la prassi impone in questi casi – benché l’annata ne abbia prodotti almeno trenta buoni. Se qualcuno però volesse la lista completa dei miei ascolti annuali (Ma a qualcuno fregherà? io non credo!) o volesse discutere di album che non sono presenti nel pezzo lo scriva qua sotto che ne parliamo vè!

  • Fede ha detto:

    concordo su molti album anche se quello che ho ascoltato di più è suck it and see degli arctic e probabilmente anche the king of limbs dei radiohead ci starebbe(l’ho odiato all’inizio mentre ora lo sto capendo ed è un buon album, anche se non ai livelli di in rainbows)

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