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Siamo persone, siamo buffoni, viviamo tutti sullo stesso palco

di Riccardo Tacchetto

Pubblicato il

di Riccardo Tacchetto e Benedetta Giagnorio

A – Ciao, vorrei comprare dei biglietti per il museo!
B – Bene, quanti?
A – Quattro!
B – E tu fai parte di questi quattro?
A – Sì!
B – Ok allora i biglietti sono soltanto tre, tu sei nostra ospite.

Quante volte vi è capitata una cosa del genere? A me mai, al massimo pagavo più di quello che pensassi. Anche a voi non è mai capitato? Probabilmente una motivazione è che non avete la Trisomia 21, meglio conosciuta come Sindrome di Down.

Strano. Diverso. Handicappato. Poverino. Pazzo. Malato.

Buffoni di Corte in una scena del loro spettacolo

Le parole legate alle disabilità fisiche, genetiche o mentali sono spesso rifiutanti, se non veri e propri insulti. Lo stigma, compreso di pregiudizi e stereotipi, è ancora importante e crea spesso delle vere e proprie barriere, non soltanto architettoniche.

Una barriera per definizione divide e separa. Tutto ciò che è diviso, che è lontano da me, sconosciuto, pauroso è la chiave che rende l’animale-uomo spaventato dall’ignoto, da ciò che non conosce. E se ciò che non conosce è la disabilità, ecco che essa diventa pericolo, spavento, a volte persino disgusto. Quand’anche non vi fossero queste reazioni, predomina un atteggiamento assistenzialista, di aiuto, come se esistessero le persone e poi i disabili. La storia ci insegna, però, come abbattere i muri e accogliere il diverso da sé sia l’unica strada per combattere questa sorta di ostilità. Il muro protegge da un pericolo, dal diverso, ma molto spesso crea esso stesso il pericolo e la diversità dove questi non ci sono.

Vediamo da sé, quindi, come segregare e isolare la disabilità e la diversità sia fonte di paura e pregiudizio: è anche per questo motivo che sono stati chiusi i manicomi, giusto? La segregazione dei pazzi e degli handicappati proteggeva il “normale” avvolgendolo in una calda coperta di conforto e tranquillità, ma creava la visione dell’ospedalizzato come qualcosa di sconosciuto, pericoloso e perturbante. Possiamo dire che i tempi sono cambiati: la segregazione ospedaliera non esiste più, ma la percezione della diversità come pericolosa e negativa esiste ancora nelle scuole, sui posti di lavoro, nelle squadre sportive. Ecco perché si cerca costantemente di abbattere queste barriere attraverso metodi di vita quotidiana, di coinvolgimento naturale come sport, arte, musica e teatro.

Proprio quest’ultimo trova una virtuosa espressione a Torino, in un’associazione che nel nome è già un programma: I Buffoni di Corte.

I Buffoni di Corte Onlus

Il gruppo teatrale de I Buffoni di Corte onlus

I Buffoni di Corte: siamo tutti sullo stesso palco

Questo progetto è ormai vivo e fiorente da nove anni e alla sua guida c’è un instancabile e solare Luca Nicolino, presidente dell’associazione. Dalla sua penna sgorgano i fiumi di parole che riempiono la scena attraverso le voci e l’impegno dei ragazzi con disabilità e non. Già, non solo loro. Luca ci tiene molto a questo aspetto, al fatto che si applichi un approccio diverso dal solito che consente la creazione di un luogo dove i ragazzi hanno “la possibilità di sentirsi non in un ambiente dove vengono aiutati ma in un ambiente dove si divertono e stanno bene”. Questo è possibile perché i corsi sono aperti a tutti, così da creare un luogo in cui i partecipanti entrano a far parte di un gruppo dove passano del tempo assieme, si divertono e si mettono in gioco tutti sul medesimo palco.

Gli spettacoli teatrali hanno avuto un enorme successo in ognuna delle loro serate, mostrando con limpidezza come non vi siano differenze di possibilità sul palcoscenico. Ognuno ha il proprio ruolo, i propri punti di forza, le proprie capacità senza distinzione alcuna. Il 4 dicembre 2019 al Teatro Nuovo di Torino vi sarà l’ultima rappresentazione teatrale dell’anno e un nuovo sipario verrà alzato e farà vedere giovani sullo stesso piano: solamente come grandi attori.

Ma I Buffoni di Corte non è solo un programma di integrazione attraverso il teatro: è molto di più, è il tentativo di superare quel muro assistenzialista e di divisione che permea troppo spesso la società. Il presidente Luca Nicolino è molto chiaro su questo punto: “Le persone si approcciano alla disabilità spesso con un sorriso compassionevole, con la voglia di mettere la mano sulla spalla e di aiutare; non riuscendo a capire che l’aiuto più grande è quello di pensare che se ci sono tre persone di cui una con disabilità, sono tre persone – non due persone più una, che non si sa quale entità assuma”.
Un atteggiamento, conclude Nicolino, “che continua a perpetuare questa mentalità assistenzialista dove non si vede il disabile come una persona, ma a un essere che comunque è in una categoria a parte, come se ci fossero le persone e i disabili. Questo è il punto focale su cui dovrebbe esserci un cambio di mentalità”.

Un progetto di successo con tanti muri da abbattere

Progetto Autonomia

Alcune foto del progetto Autonomia

All’interno dell’associazione, molti sono i volontari che con il sorriso prendono parte a questo progetto. Tra queste c’è Camilla Tuccillo, che ne fa parte da circa quattro anni e mezzo. “Ho iniziato affiancando l’insegnante di danza – racconta – e fin da subito ho trovato l’ambiente particolarmente stimolante: è volontariato spassionato!”. Da un paio d’anni, ci spiega, Camilla ha iniziato il “Progetto di Autonomia“, un progetto educativo in cui una volta a settimana e un weekend al mese si fanno attività per stimolare, appunto, l’autonomia. “Per esempio andiamo a fare la spesa, impariamo il valore dei soldi, impariamo a prendere il bus e a orientarci. Nel fine settimana, poi, andiamo nella Casa di autonomia, dove si preparano i letti, si cucina, si pulisce e si organizza la giornata”. 

Un progetto articolato, quindi, che vuole concedere ai ragazzi la possibilità di sentirsi come gli altri e non una categoria a parte. Spesso però raggiungere l’autonomia è complicato, dipende anche dal grado di disabilità di ognuno – continua Camilla – ma è fondamentale, perché questi ragazzi devono pensare a come si può evolvere la vita dopo lo stare in famiglia. Una volta che le loro persone care non ci saranno più, chi si occuperà di loro? L’autonomia nel quotidiano rende anche i parenti più sereni“.

I Buffoni di Corte sono riusciti, grazie anche ai numerosi ragazzi che ne fanno parte, a mettere in scena tante attività di successo. Una serie di traguardi che hanno condotto l’associazione a ricevere nel 2017, proprio per le modalità diverse e meno assistenzialiste, il Premio 3 dicembre, un riconoscimento che viene assegnato ogni anno per l’integrazione delle persone con disabilità all’interno del tessuto sociale. Il muro che però la gente alza, in un modo o nell’altro, nei confronti delle persone con disabilità, è ancora difficile da smantellare. I progetti di integrazione sono molti in Italia, ma pochi seguono il percorso tracciato dalla filosofia di Luca Nicolino. Un percorso che ha un traguardo di fronte a sé, forse più un sogno nel cassetto, ma che sicuramente è auspicabile si avveri se vogliamo che non vi sia più quel muro che divide le persone in serie A e serie B.

Luca Nicolino e ragazzi

Alcuni ragazzi de I Buffoni di Corte insieme al presidente Luca Nicolino

“Quello che mi piacerebbe molto sarebbe creare un posto che non sia ghettizzante”, ci dice ancora Luca Nicolino. “Un posto che diventi una scuola di vita per chi accede con la propria disabilità, sia sotto il punto di vista educativo – per riuscire ad avere un’autonomia della propria vita – sia dal punto di vista lavorativo, con la dignità di poter lavorare come chiunque altro con la modalità giusta. Non perché in quanto disabile vengo preso e messo in un’azienda perché ha superato i 15 dipendenti ed è obbligata a farmi lavorare, ma perché io, con le caratteristiche che ho e il talento che chiunque ha (anche il disabile più difficile comunque un talento ce l’ha, più o meno nascosto) posso coprire un ruolo”.
Questo aspetto risulta molto importante perché
“per dare dignità a una persona devo cercare di inserirla nel contesto che può avere un senso per quella persona” aprendo le porte a un discorso ancora più profondo e universale: quello dell’autodeterminazione. È proprio quest’ultima, la libertà di scegliere e poter decidere il meglio per se stessi, che ti permette di essere libero e condurre con dignità la tua vita”.

Riflettiamoci su insieme: se già per tutti noi questo è un concetto dal valore enorme, nonché un traguardo difficile, proviamo a trasportarlo su un individuo con disabilità. Quanto può essere ostico raggiungere l’autodeterminazione, quando intorno a lui gravitano persone che prendono decisioni al posto suo convinte di sapere quale sia la scelta migliore da fare? Questo scenario ci sembrerebbe fuori dal mondo se provassimo ad applicarlo a noi stessi; mai vorremmo che qualcuno decidesse al posto nostro cosa sia meglio per noi. Ed è proprio lì il mattone più spesso del muro che è necessario abbattere nella società perché, conclude Nicolino, finché non ci sarà un cambio di mentalità, dove tutti daranno la dignità di persone a chiunque, tutto ciò sarà difficile”.

Siamo persone, siamo buffoni, siamo tutti parte della stessa corte.

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2 commenti per “Siamo persone, siamo buffoni, viviamo tutti sullo stesso palco

  • Riccardo Tacchetto ha detto:

    Buongiorno! Mi fa molto piacere che sia riuscito nell’intento di trasmettere un messaggio chiaro e che non scadesse nella comune e banale commiserazione. Grazie mille per l’apprezzamento Sig. Rovetto! 😀

  • Papà di Gian Luca Rovetto ha detto:

    Hai centrato perfettamente il problema. Splendido articolo!

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