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Diamanti di Sangue e muri di indifferenza

di Andrea Ion Scotta

Pubblicato il

Lo ripeto qui a voi, quello che ebbi a dire innanzi al Parlamento quando sono stato insediato come Presidente della Repubblica: si svuotino gli arsenali di guerra, sorgente di morte, si colmino i granai, sorgente di vita per milioni di creature umane che stanno lottando contro la fame. E’ con quest’animo, giovani, che mi rivolgo a voi; ascoltatemi vi prego. Non armate la vostra mano,  armate il vostro animo.

Sandro Pertini – 31 Dicembre 1978

Benvenuti nella fine del XX Secolo.

Mentre in Europa, nel 1989, cadeva il Muro di Berlino e si proclamava la vittoria della Libertà e della Pace, in Sierra Leone la corruzione della classe politica e la scadente gestione della principale risorsa del Paese africano, i diamanti, portarono il Paese ad essere uno dei territori più poveri al mondo.

Lo stato, non venne solo colpito da mutamenti gravati da una burocrazia contaminata e dal gravissimo debito pubblico, ma anche da una notevole insufficienza di alimenti per la sua popolazione, sempre più sfruttata e sempre più povera.

Nel primo gennaio del 1991, una piaga prese piede nel Paese e iniziò a diffondersi nelle città e nei cuori dei suoi abitanti: la guerra ha inizio.

Sfruttando lo scontento che albergava nei sierraleonesi, i ribelli del RUF (l’esercito del Fronte Rivoluzionario Unito) comandati e finanziati da Charles Taylor, furono i primi a scatenare una pioggia di morte e piombo sulla Sierra Leone contro il governo di Monrovia.

Il signore della guerra faceva inviare i diamanti a Freetown dove venivano barattati con armi di qualunque genere per armare i suoi soldati che manovrava come burattini. L’insurrezione dei ribelli, fece intervenire le truppe dei paesi vicini, come la Nigeria e la Guinea-Conacry, che finirono per guidare il governo sierraleonese nella lotta contro il RUF, pensando ovviamente ai loro interessi.

L’insurrezione dei ribelli fece intervenire le truppe dei paesi vicini, come la Nigeria e la Guinea-Conacry, che finirono per guidare il governo sierraleonese nella lotta contro il RUF, pensando ovviamente prevalentemente ai propri interessi.

Negli anni a venire, oltre ai tentativi di portare la pace, ci sono stati vari tentativi per la stabilizzazione dell’economia del Paese, vincenti sulla carta, distruttivi per la popolazione che videro diminuire del 90% la disponibilità di generi alimentari.

Così, dopo un’innumerevole lista di decessi causati sia dalle precarie condizioni di lavoro che dalle insurrezioni, nel ’96 iniziò una nuova fase politica, quella del taglio delle mani per coloro che intendevano esprimere il loro voto per il nuovo governo. Come se non bastasse, oltre alle mutilazioni col machete, la mancata pacificazione, portò a produrre due milioni di profughi che si riversarono sia verso la capitale, che diventò una gigantesca baraccopoli, sia verso le zone più tranquille e più povere di risorse.

Con l’avvicinarsi del nuovo millennio, la Sierra Leone era divisa in due: sulla costa e al Sud, vi era il nuovo governo Kabbah e le truppe nigeriane, mentre il resto del paese era dei RUF che nel 1999 commisero un vero e proprio sterminio.

Le truppe dei ribelli, si fecero strada nella capitale, scortati da centinaia e centinaia di bambini armati di vecchi fucili russi e imbottiti all’inverosimile di cocaina ed altre droghe. Niente di nuovo purtroppo. Da entrambe le parti, già da tempo, queste creature innocenti venivano strappate alla famiglia per creare guerrieri senza paura, per diventare anche oggetti di sfogo sessuale, o semplicemente procacciatori di cibo.

I morti continuarono a crescere nei primi mesi di scontri, fino a che l’ONU intervenne attivamente per riportare la pace; pace destinata a resistere poco più di un anno. Grazie alla disorganizzazione con cui le truppe dell’ONU presero il posto di quelle nigeriane, i ribelli scatenarono una nuova guerra civile, arrivando a tenere in ostaggio oltre quattrocento tra osservatori e funzionari.

Da questa terrificante guerra civile, uscirono sicuramente sconfitti tutti: sia quelli che avevano creduto in una minima speranza di pace sia coloro che confidavano in una panacea rappresentata dall’intervento militare internazionale.

Sembra incredibile pensare che tutto ciò sia avvenuto non in un periodo lontano nel tempo ma durante l’arco delle nostre vite. Atti di terrorismo, omicidio, violenza, stupro, schiavitù sessuale, oltraggio alla dignità personale, reclutamento di bambini-soldato, riduzione in schiavitù, migrazione forzata per i cittadini africani coinvolti. Tutto ciò accadeva sotto agli occhi di una popolazione accecata dall’avvento dei cellulari e impegnata a concepire il nuovo millennio.

Charles Taylor, il signore dei diamanti insanguinati, nell’Aprile 2012, venne dichiarato colpevole di aver facilitato e incoraggiato crimini di guerra e contro l’umanità in Sierra Leone.

La squallida ironia dell’Occidente mette i brividi perché cerca pace e unione dei popoli, quando in realtà, gli leva l’identità che si è costruita, la sua formazione e educazione, il suo sentirsi parte del mondo.

Quando il nostro sguardo si sofferma su un ragazzo che cerca a tutti i costi di venderci un ombrello, noi evitiamo un suo contatto, non vogliamo che ci guardi negli occhi perché nella maggior parte dei casi, questi ci racconterebbero più di quello che può esprimere lui a parole.

Il dolore delle persone costrette ad abbandonare la loro casa, allontanarsi dalla loro famiglia per colpa di gente armata che uccide senza alcuna riserva i loro simili per una motivazione a loro nascosta, credo sia terribile. L’indifferenza che l’Occidente ha costruito negli anni nei confronti di questi migranti è forte e ben salda come lo è l’amore per i politici verso i soldi. A volte sembra che le persone si dimentichino che tra le due guerre mondiali, gli Stati Uniti d’America e l’Europa furono prese d’assalto dagli emigrati italiani. Forse alcuni per scelta o per aiutare le proprie famiglie economicamente, ma moltissimi sono dovuti scappare dall’altra parte del mondo per non morire sotto i bombardamenti, di fame o di stenti. Se le nostre giornate fossero accompagnate dall’eco assordante delle esplosioni o dal silenzio che lascia la morte, allora si che come mezzo secolo fa avremmo la consapevolezza di cos’è realmente la guerra.

Ritenere di comprendere come il sangue di tantissimi uomini ha scritto intere pagine di secoli di storia del mondo, a mio parere, è audace; solo il dolore di queste vite spezzate può testimoniare l’orrore che si cela dietro un colpo di spada inferto ad un “nemico” o l’ultimo sguardo che si da alla luce prima di morire in un bunker sotto i bombardamenti.

La guerra in sé, non porta solo morte e distruzione, ma riesce a provocare danni irreparabili, invisibili all’occhio umano. Questi, logorano dentro le persone che sono scampate al fato fino alla loro morte naturale o, in casi più estremi, provocata dai superstiti stessi.

L’umiliazione ricevuta da persone come noi, anche se magari di colore della pelle differente, è la distruzione della loro dignità di essere umano che viene oggigiorno calpestata e, in modo terrificante, eliminata dagli individui con la brutalità delle bombe e dei missili, dei media e dei pregiudizi.

Riusciremo mai a guardare il mondo distruggendo il muro di indifferenza che ci siamo creati intorno?

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