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Il muro della disillusione

di Giulio Montalcini

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Lo speciale di quest’anno “Giù i muri”, con richiamo al trentennale della caduta del Muro di Berlino, mi impone una scelta drastica fra la retorica dell’attuale e l’interesse per il sepolto, il dimenticato.

In buona sostanza, quando si parla di muri, si finisce forzatamente a trattare di qualcosa di attuale perché, come è ovvio, le persone vivono l’attualità e molto spesso lo fanno attraverso la lente dei grandi fatti della Storia.

Io, invece, deciso ad osservare al microscopio, ho voluto soffermarmi su un’esperienza personale e, in particolare, su una fotografia che scattai l’anno scorso, durante un viaggio in Terra Santa con mio fratello e alcuni suoi amici.

Una folla davanti al Muro del Pianto nell'articolo di Giulio Montalcini: Il muro della Disillusione

Ritratto dinanzi al Muro del pianto, con il volto triste, fra la folla in preghiera (era il periodo della Pasqua ebraica che ritualmente si celebra simbolicamente in concomitanza con la fuga degli Ebrei dall’Egitto), un bambino si sta per lasciare andare in un pianto che, nella mia visione di turista occidentale affascinato, simboleggia il rapporto controverso fra l’uomo e la fede religiosa.

Che Gerusalemme susciti un certo misticismo fra gli uomini di fede e i non credenti non sono certamente io a spiegarvelo.

Davanti all’obiettivo, però, favorito dall’assonanza fra il pianto del bambino e il gergale nome con cui è ricordato il luogo più sacro dell’ebraismo, mi sono ritrovato a pensare alla mia personale esperienza di fede.

Come il bambino, anch’io – senza tante spiegazioni – fui trascinato in tenera età in un luogo considerato sacro dai fedeli (nel mio caso, una chiesa) e, come lui, già in tenera età mi sobbarcai il peso di un’educazione di stampo tradizionale-religioso (anche se con qualche tratto piuttosto liberale).

Con l’età dello sviluppo neuronale e in concomitanza con la morte di mio nonno paterno, l’abitudine a frequentare le chiese e a ripetere messa divenne per me un fardello insopportabile.

Non so se fosse a causa della disillusione, degli studi classici, oppure perché negli ultimi tempi frequentavo un catechismo pallosissimo e un prete con troppe convinzioni e pochissimo carisma.

Ciò che scoprì fu che la parte liberale (rappresentata dal nonno che era morto pochi anni prima) e razionale s’impadronì della mia persona andando a levigare quella pesante pietra di cui parlavo poc’anzi fino a ridurla a un sassolino.

Furono anni molto profondi, nei quali usava ancora fra gli adolescenti interrogarsi sull’esistenza di Dio, a scuola o al di fuori di essa, e dove ci si scambiava opinioni sulla plausibilità della teoria dell’evoluzione darwiniana rispetto a un sistema aristotelico-cattolico (da Tommaso d’Aquino) monolitico e immobile.

Di certo, dopo la morte del nonno il cosiddetto Mistero della Fede divenne per me solo un fantasma da scacciare.

Avevo 13 anni quando, di ritorno dalla cerimonia della mia cresima e, dunque, poco dopo essere accolto come adulto nella comunità dei fedeli cattolici, che il vecchio mi chiese sorridendo ironicamente:

“Dov’è che sei stato?”

e io gli risposi

“A fare la cresima”.

Quando morì era febbraio di qualche anno più tardi e faceva freddo e, già da diversi mesi, non mi riconosceva più.

Davanti al feretro sono tornato a domandarmi per l’ultima volta se Dio esistesse e ho capito finalmente il senso di quelle parole che mi rivolse di ritorno dalla Cresima. La libertà di quella ironia, non crudele, solo un poco sarcastica, mi parve superare ogni mia convinzione in materia di religione e fede.

Dopo la sua morte mi forzai a credere nell’inesistenza di Dio e cominciai a capire che nessuna convinzione o ideale potesse essere imposto e che, anzi, guardare ad essi con ironia, come faceva il vecchio, avrebbe rappresentato una chiave di lettura più congeniale al mio carattere.

Trascorsero 12 anni prima che tornassi a domandarmi, di ritorno dal viaggio in Israele e Palestina, dell’esistenza di Dio. Un periodo lunghissimo, a pensarci bene, di cambiamenti profondi nel carattere.

Malgrado le suggestioni della Terra Santa, in tutto questo tempo non sono mai più riuscito a scalfire la disillusione rispetto all’esistenza di Dio.

Tuttavia, di ritorno da quel viaggio, ho iniziato a chiedermi il perché abbia impiegato così poco tempo a demolire un edificio di 14 anni di educazione, per costruirvi attorno un muro di disillusione e disaffezione per tutto ciò che riguardava il territorio della Divinità.

In breve, come il bambino davanti al Muro, in un impulso di paura e/o di desiderio di attenzioni, ho compreso che l’affetto e l’amore verso una persona cara era ciò di cui avevo realmente bisogno e che il vuoto lasciato dalla sua morte fisica non avrebbe mai potuto essere colmato da una fede costruita sull’astrattezza e la promessa futura dell’eternità.

Per 12 anni, però, avevo rifiutato persino l’idea di soffermarmi sul dubbio che un Dio fosse veramente esistito.

L’esperimento della morte che, in effetti, è ciò che ancora oggi più ci spaventa, è qualcosa a cui gli antichi si abituavano molto presto e per il quale non c’era una risposta scientifica adeguata.

La religione ne offriva una chiara e immediata: la dannazione o il Paradiso, l’allontanamento da Dio, oppure la riconciliazione.

Ora la scienza ci dice con esattezza cosa è la morte ma non ci offre gli strumenti per sopportarla (anche se può ritardarla, oppure avvicinarla cronologicamente).

La paura della morte e la non abitudine ad essa, credo abbia generato in me una grave interruzione del dialogo interiore.

Il dolore della perdita a cui non ero preparato ha permesso la costruzione di muri tanto resistenti, quanto quelli che la religione ha imposto al progresso e alla parità di diritti.

Per tale ragione avevo perso lo spirito critico e la capacità, propria di mio nonno, di fare ironia sull’argomento. Semplicemente, lo rifuggivo, come la peste.

Oggi fra la gente si sbatte veramente molto spesso contro il muro della disillusione, potrete certamente confermarlo. Questo muro è, in effetti, il più pericoloso per l’essere umano perché getta l’uomo nello sconforto e nell’incapacità di criticare le proprie scelte e quelle degli altri. L’essere umano si autocommisera per una condizione umana infelice e priva di senso.

Se, tuttavia, non ci sono più le domande, beh, allora, sarà sempre più difficile trovare le risposte.

Per questa ragione oggi sono grato ai miei di avermi fornito un’educazione tradizionale e, al contempo, alla persona di mio nonno per avermi concesso la libertà di allontanarmi razionalmente da un sistema tanto confuso quanto affascinante nel suo complesso.

La religione è un fatto umano contestabile e, come tutte le cose di questo mondo, avrà una nascita e una morte. Sinceramente non so se la dipartita delle religioni sarà un fatto immediatamente prossimo, ma di certo sono consapevole che le domande su cui la religione e la fede si fondano non potranno in alcun modo essere dimenticate.

 

 

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