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La fotografia è una “piscina” di storie per il “muro” del realismo

di Paolo Meneghetti

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La fotografia moderna permette d’immortalare una realtà perennemente cangiante, passando dal pulviscolo atmosferico al pixel digitale. Sarebbe la metafora d’un muro eretto sul vuoto temporale. Scandire il vissuto mediante la respirazione dà una “pesantezza” implosiva al corpo. Grazie all’aria, la nostra anima “va a sbattere” contro un’esteriorità. La lente fotografica deve scattare, e tuttavia “ergendosi” con l’obiettivo sino a “resuscitare” un intero “mondo di senso”. Sarà la sua narratività, oltre la banale rammemorazione. Si scatta ad “innalzare il velo” d’un riconoscimento. Se il tempo è destinato a trascorrere, questo letteralmente si capisce al suo immortalarsi in fotografia. Il vissuto “respira” pure a livello documentaristico. La fotografia “abbatte” il muro del trascorrere temporale per reinterpretare il “pulviscolo” del caso. Si scatta riaffermando la propria presenza. La fotografia piace “ergendo” una “bella storia” da raccontare. Pur di preservare il nostro passato, tenderemo a “soprassedere” sugli elementi ormai fuori moda. Quante volte abbiamo “riso”, con le fotografie in mano, per i vecchi abiti o l’immaturità giovanile! Si prova a conservare la propria presenza in un intero “mondo” di sensi, anche quando per caso s’inserisce un “elemento di disturbo”: l’estraneo sullo sfondo, l’orizzonte leggermente storto, la luce in parte sovraesposta ecc… Ovviamente esiste la fotografia di reportage, spesso “ad ergersi” in denuncia sociale. Quella “abbatterà il muro” fra i confini dell’incomunicabilità. Così si percepirà l’immortalarsi d’un “pugno all’occhio”, e togliendo il “respiro” alla cecità degli indifferenti. Se ad esempio nel mondo occidentale siamo troppo abituati al vivere bene, un reportage fotografico sui conflitti in Africa “prosciugherà” il confine naturale del Mar Mediterraneo o dell’Oceano Atlantico… Non sempre trattasi di “belle storie”! Anzi, nel caso dei conflitti africani percepiremo il “pulviscolo” freddamente calcolante d’una brama per il potere.

Bosco immagina che un uomo scenda nel sotterraneo d’una casa, scovando una sorta di piscina. Così, i muri s’innalzeranno fino all’azzurro d’una torre (attorno al cielo). Per Bachelard, è qualcosa che aiuta a ricordare la preistoria, quando gli uomini vivevano nelle caverne. La casa immaginata da Bosco diventerà una pianta (la quale naturalmente cresce imbevendosi). Là, il blu della terra si congiungerà a quello del cielo.

La fotografia ci permette “d’innalzare” la narrazione del caso al livello d’una spiritualizzazione sul destino. Nessuno di noi conosce la Verità sul < Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo? >. Ma la fotografia quantomeno documenta le domande esistenzialistiche dell’uomo. I nostri posteri non faranno altro che “guardarci” per tentare il progresso nella conoscenza civica. Esiste naturalmente il “muro invalicabile” della morte, che la fotografia “innalzerebbe” verso il “cielo ammantante” del ricordo. Si può scattare sia per un “impulso” verso la vitalità, sia dentro le “diramazioni” artistiche per cui ad esempio la posa va bilanciata o la luce va dosata. Nel primo caso ci sarà la trasparenza della spontaneità, nel secondo caso ci sarà la trasparenza della sublimazione. In via metaforica, gli uomini hanno una “piscina corporea”, grazie al sangue. Quest’ultimo si congiungerebbe al cielo in quanto “aerato” dalla respirazione. Per Montale la vita è travagliata, e come il cammino lungo una muraglia invalicabile, avente in cima i cocci aguzzi di bottiglia. A fatica gli uomini abbandonano la “trasparenza” dell’immaturità per riconoscersi nella “trasparenza” d’una spiritualizzazione. Spesso ci lamentiamo per un destino avverso!

L’artista Judd, nel suo minimalismo, poteva appendere al muro una serie di parallelepipedi, posti uno sopra l’altro. Qualcosa da percepire in chiave monolitica, “superando” la nostra osservazione. Questa doveva impattare sull’opera d’arte. I parallelepipedi, in quanto appesi in serie, avrebbero ricevuto il nostro sguardo per avviarne la “frantumazione”, che però si risolvesse nella “rotazione” di se stessa. Il monolite è qualcosa che si percepisce emergendo nella sua “aura”. Esso fa in modo che il nostro sguardo vi si aggrappi. Sul muro, i parallelepipedi di Judd non si percepirebbero a conficcarsi, bensì ad impattare. Pare che essi possano ruotare, nella loro successione in “risalita”. L’aggrappato sempre si muove attorno ad un unico punto (in via pendolare). Nel monolite, i “tagli” delle linee rettangolari si percepiscono come circoscritti fra di loro, virtualmente dentro “l’aureola” di se stessi, e che Judd addirittura accresceva, laddove i suoi parallelepipedi stessero in rotazione (tramite una successione in risalita).

La fotografia è sempre d’impatto. In quella, trasferiamo il nostro desiderio d’arrestare la rotazione del tempo (col presente che “scavi” il passato per limare ogni “incognita” sul futuro). C’interessa l’eternizzazione d’un vissuto, e sul “monolite” dell’autocoscienza. Oggi la fotografia digitale ha mille applicazioni ove “scavare” la realtà, ed essenzialmente favorendo il nostro divertimento. Noi non pensiamo più che forse lo storpiarsi in “faccine” è ridicolo… Si potrà obiettare che in questo modo lo scatto perde “l’aura sacra” d’una rammemorazione autobiografica. In effetti, piace il divertirsi in quanto “aggrappati” agli stravolgimenti delle applicazioni. L’arte astratta già “abbatté il muro” del realismo, ma paradossalmente “elevandolo” al vuoto d’una sua trasfigurazione, e col simbolismo. Oggi, quanto la fotografia digitale rischia d’apparire appena funzionale ad un autocompiacimento? Questo avverrà meramente al “boccheggiare” dello zoom, senza il suo risalire alle “sponde” d’un realismo trasfigurabile.

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