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Il Muro in musica – Eredità di una separazione

di Daniele Gasparini

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LA CITTÀ DIVISA

Ci sono momenti nella storia che si imprimono come marchi a fuoco nell’immaginario collettivo, nella cultura comune e nell’anima di una società.  Sono episodi che segnano uno strappo nel normale flusso degli eventi quotidiani e creano qualcosa di nuovo, tutto da costruire, di radicalmente diverso.

Uno di questi momenti ha una data precisa: 9 novembre 1989.

La caduta del muro di Berlino, con il senno di poi, non segnò soltanto la riunificazione di un popolo artificiosamente diviso da accordi “di pace”, ma anche l’inizio di una nuova era per gli equilibri mondiali, di nuove “verità” e la messa in discussione dei rispettivi precetti che esistevano da ambo i lati del muro.

Berlino fu anche per diversi anni il fulcro di un’incredibile scena musicale che attraversò almeno tre decadi, a partire dalla fine degli anni ’60, influenzando notevolmente tutta la musica contemporanea occidentale.

La musica tedesca si era già distinta dalla prima metà del Novecento per una naturale propensione alla rottura degli schemi e per una spontanea tendenza all’astrazione (Karlheinz Stockhausen insegna) ma fu a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta che vide la sua esplosione come centrifuga di generi e tendenze sino a diventare la Mecca dei musicisti mondiali in cerca di nuovi approdi.

BERLINO COSMICA

È il 1968 e Berlino è un’enclave occidentale nelle terre dell’Est,  una terra divisa in aree di influenza dei vincitori della Seconda guerra mondiale, delle quali ancora porta i segni. Più ancora che un Paese diviso, rappresenta la periferia estrema dell’Occidente, luogo dove dell’Europa in fermento arrivano solo gli echi.

Ed è in questa atmosfera alienata che hanno i natali i Tangerine Dream di Edgar Froese (già leader degli Ones) e Klaus Schulze; la musica colta di Stockhausen incontra le influenze della musica pop occidentale che inizia a diffondersi nella Berlino Ovest e nasce così la musica cosmica, filone che andrà ad unirsi al movimento del Kraut-Rock.

Insieme ai concittadini Cluster infatti, i Tangerine Dream (e dal ’70 in poi Schulze con la propria carriera solista) diverranno tra gli esponenti maggiori di un rock dilatato, al di fuori delle regole strutturali ed armoniche del resto dell’occidente. Brani ossessivamente ripetitivi che portano all’estremo le atmosfere e si prendono gioco dei canoni consueti del rock.

Insieme a band tedesche come i Can, i Neu!, i Popol Vuh, the Cosmic Jokers, sino ad arrivare ai monumentali Kraftwerk, i Tangerine Dream sono tutt’oggi da considerarsi tra i gruppi più ostinatamente innovatori della musica “leggera” del ‘900.

La deriva astrale delle atmosfere, il costante abbattimento dei confini estetici, pur in rigorosa coerenza con loro credo musicale, costituisce una delle espressioni musicali più forti rispetto al desiderio di andare oltre il lecito.

Nel frattempo al di là del muro, una giovanissima debuttante di nome Nina Hagen inizia a farsi strada come interprete della musica tradizionale dell’Est: ma non sarà però questo il suo destino.

GLI ANNI ‘70

Mentre nella Berlino Ovest l’underground inizia il suo percorso di razionalizzazione rispetto alle correnti cosmiche del Kraut-Rock verso una forma di rock più adulta e meno coraggiosa, un importante riconoscimento arriva da oltre oceano.

È il 1973 e Lou Reed dà alla luce uno dei suoi album più importanti, anche se sottovalutato: Berlin.

Storia di due amanti americani esuli a Berlino con il loro carico di inquietudini e il loro stile di vita decadente che danno vita ad un dramma sulla fine di una relazione che, ovviamente finisce in tragedia (un po’ Christiane F. ante litteram).

Il disco, inconsueto per il cantautore americano, diverrà nel tempo uno dei più apprezzati, anche grazie al pirotecnico lavoro di Bob Erzin, che sarà in seguito famoso per, ironia della sorte, la produzione di The Wall dei Pink Floyd.

Berlin è però anche un maestoso omaggio alla capitale tedesca che sembra presagire quello che accadrà qualche anno dopo.

Siamo nel 1977 ed è un tal David Bowie che, affascinato da anni dalla scena e dalla decadenza berlinese, prende con sé l’amico Iggy Pop, e lo trascina al 155 di Haupstrasse, a Schoneberg, in fuga dalla fama, dalle aspettative e soprattutto dalla dipendenza dalle droghe.

Tira le fila Brian Eno che, radunati i suoi migliori collaboratori e colleghi (del calibro di Robert Fripp dei King Crimson), dà in mano al Duca Bianco le chiavi di quello che sarà da quel giorno il tempio della musica berlinese e non solo: gli Hansa (by the wall) Studios.

In questa ex sala da ballo ai tempi della seconda guerra mondiale, Brian Eno, David Bowie e la loro pletora di musicisti daranno vita in soli due anni alla trilogia berlinese di Bowie (Low, Heroes e Lodgers) e alla meravigliosa coppia di LP di Iggy Pop The Idiot e Lust for Life.

La squadra artistica riesce così a produrre ben cinque album in circa due anni che segneranno, ognuno a loro modo, le carriere dei due e la musica rock in genere.

Ancora una volta nella Berlino del Muro si abbattono barriere a colpi di mazza, senza farsi troppi scrupoli riguardo allo scompiglio creato.

I due dischi di Iggy Pop sono alienati, acidi e spaesanti; ogni canone, anche quelli proto-punk dell’ex Stoges, viene fagocitato ed espulso in una nuova forma, che sarà di grande ispirazione per la new wave ancora da venire.

La produzione di Bowie è invece come sempre più raffinata e trasversale. Gli elementi si confondono: la meccanicità dei Kraftwerk e la spazialità dei Tangerine Dream sono palesi nei side-b di Low ed Heroes, le atmosfere della musica dell’Est sembrano fare capolino dal muro, che poi in effetti si trova proprio a fianco agli Hansa Studios, e le canzoni rock si muovono attorno ad un’epica tutta particolare, a volte retrò, altre quasi futuristica. Fatto sta che in questa occasione nasce la canzone che forse rappresenta di più il ricordo del muro di Berlino: Heroes.

Heroes parla di un amore tra le due parti del muro, ma parla al contempo di umanità, di popoli, pur rimanendo all’interno di una faccenda privata; l’assenza di retorica ha fatto probabilmente sì che oggi, 41 anni dopo la sua pubblicazione, continui a rappresentare un pezzo di storia moderna universalmente condiviso.

L’esperienza degli Hansa Studios ovviamente non si limita a questi cinque album ma darà invece il benvenuto a una nuova ondata di artisti internazionali che cederanno all’attrazione di questa città.

GLI ANNI ‘80

Mentre i più ispirati artisti internazionali si innamorano della città divisa, ai piedi del Muro c’è una nuova generazione che ha voglia e qualità per restare al passo con la “lontana” Europa.

La giovane Nina Hagen, che avevamo lasciato al di là della Cortina di ferro alla musica tradizionale, adesso è cresciuta, si è trasferita nella Berlino Ovest seguendo i genitori cacciati dalla DDR, e, nell’anno dell’arrivo di Bowie e soci, fonda la Nina Hagen Band: il punk è arrivato a Berlino.

Dalle esperienze londinesi e i primi concerti di gruppi come i Sex Pistols, Nina importa in patria l’approccio ruvido e le esibizioni spettacolari, scatenando nella capitale tedesca la cosiddetta Neue Deutsche Welle, in sostanza la New Wave tedesca, che vedrà tra le sue fila band come gli Alphaville, Falco, Malaria! e gli Ideal, ma che avrà anche influenze nella scena di Berlino est.

Nello stesso periodo nascono anche gli Einstürzende Neubauten, provenienti dal collettivo artistico Geniale Dilettanten, di cui faceva parte anche Gudrun Gut, futura Malaria!; il nome significa “nuovi edifici che crollano” con evidente riferimento all’architettura post-bellica.

Il gruppo capitanato da Blixa Bargeld, futuro sodale di Nick Cave che di lì a poco lo raggiungerà a Berlino, sventra, non solo metaforicamente, qualsiasi pre-esistente canone musicale.

Lo scenario è post-industriale, ogni pezzo di cantiere, martello pneumatico, sega circolare o scarto edile può essere uno strumento musicale, le esibizioni sono frammenti di teatro espressionista, dove il mix di violenza distruttrice ed elementi di arte colta è straniante; la figura di Bargeld, di una magrezza impressionante, sembra emersa da un inferno punk decadente, le tematiche disperatamente contemporanee.

Ancora una volta la città del Muro, la frontiera dell’Occidente, produce uno dei parti più rivoluzionari della musica di fine ‘900, il quale darà vita a una miriade di gruppi più tardi definiti come industrial rock (Nine Inch Nails, i compaesani Rammstein, ecc).

La lezione di Stockhausen questa volta si fa violenta e distruttrice.

Dopo il capolavoro Halber Mensch la band proseguirà il suo percorso con un processo di graduale raffinazione del suono e rigore nell’estetica con un cammino artistico che ha pochi eguali.

Blixa Bargeld però, oltre a essere elemento fondamentale di rottura nell’underground berlinese (e tutt’ora istrione del mondo alternativo tedesco e non solo) sarà parallelamente protagonista di un’altra grande vicenda artistica che infiammerà per anni la città del Muro; nel 1983 arriva in città una band australiana, ma con un trascorso londinese, nota per le esibizioni animalesche e violente, con poca propensione per i compromessi, dal bizzarro nome The Birthday Party, capitanata da un personaggio alto e spettrale di nome Nick Cave.

Una volta a Berlino est la band non dura molto, anzi si disgrega in qualche mese, ma dà modo al suo front-man Nick Cave di addentrarsi nella foresta di stranezze underground della città e di capire che quella sarebbe stata la realtà in cui far crescere il suo progetto sbilenco, privo di compromessi e assolutamente autodistruttivo.

Se Londra non era pronta a superare la ghettizzazione della musica alternativa, Berlino si rivela il brodo di coltura perfetto per l’attitudine intransigente e decadente di Cave.

Fu così che una notte nello storico club della musica dark Risiko, al 48 di Yorckstraße, Schöneberg, Cave incontra il bizzarro barista del locale, Blixa Bargeld; il club è frequentato da tutta la stravagante élite artistica berlinese, da Wim Wenders a Nina Hagen, dagli Swans a Christiane F. (sì: quella dello Zoo).

Il Risiko è noto per le sue esibizioni sfrenate, le nottate infinite e i fiumi di alcool e droga che scorrono lungo il crinale dell’oscurità; in questo contesto Cave e Bargeld fondano i Bad Seeds, insieme a Mick Harvey, Hugo Race e Barry Adamson. La band, che accompagnerà Cave per tutta la carriera, darà vita alla parte più importante, intensa e rivoluzionaria della discografia di Nick “King Ink” Cave.

Dall’esordio di From Her To Eternity, del 1984, sino al monumentale Tender Pray, 1988, Cave porta avanti un sound sempre più decadente, oscuro e claudicante, elemento di fusione tra il blues tradizionale, il gospel, il punk e il rumorismo post-industriale degli Einstürzende Neubauten; Cave lascerà Berlino ovest proprio sullo scadere della sua esistenza, poco prima della caduta del Muro, ormai perso in una spirale di droga dalla quale cercherà di uscire trasferendosi con la nuova compagna a San Paolo in Brasile.

Non lascerà però i Bad Seeds, con i quali continuerà a portare avanti il discorso intrapreso a Berlino, anche se la fuga di Cave rappresenta quasi un sigillo ad un’epoca che si chiude; quella della Berlino divisa che, come la musica stessa di Cave, ha fatto della decadenza il proprio motore.

La dualità, gli opposti, le idiosincrasie fanno di Berlino la fonte battesimale dell’arte di rottura di tutte le avanguardie musicali più dirompenti dell’Occidente.

OLTRE LA CORTINA

Ma cosa accadeva nel frattempo dall’altra parte del Muro?

Se il passaggio da una parte all’altra della Cortina ha costituito per Nina Hagen la rampa di lancio artistica definitiva per uscire dalla musica tradizionale della prima giovinezza, qualcosa in realtà nella DDR si muove, grazie anche al trapelare attraverso le crepe del muro di qualche distillato di quella rivoluzione punk/wave che anima l’ovest.

Nasce un “genere”, quello dell’Ostrock, rock d’Oriente, che produce una buona serie di band, alcuni dei i quali riescono anche a superare il Muro e trovare un piccolo sbocco nelle orecchie occidentali, come i Silly, i Karat, i Die Puhdys.

Ma è ancora l’underground ad alzare la testa, con band come i Sandow (sui quali consiglio questa bella intervista) i Die Firma e i Feeling B, che diventano il germe per la nascita di numerose realtà post unificazione; per esempio dagli ultimi due citati nasce la band dei Rammstein, la prima della Germania dell’Est a fare davvero breccia nel mercato internazionale.

Tra infiltrazioni della Stasi, censure, arresti e scontri con i nascenti gruppi neonazisti, queste band sentono il richiamo dei coetanei occidentali e portano avanti una vera partita sotterranea a suon di musica, anche se meno commercialmente fortunati degli omologhi oltre Cortina.

INTANTO IN ITALIA

Anche in Italia Berlino attira le fantasie di molti musicisti, alcuni dei quali nascono addirittura nella città del Muro, come i CCCP, che vivono la Berlino ovest, ma guardano alla Berlino est; ci sono poi Franco Battiato con la famosa Alexander Platz, resa famosa da Milva, oppure Garbo, con la seducente A Berlino va bene, solo per citarne alcuni.

Ognuno a modo proprio dipinge aspetti diversi di una città talmente complessa da poter essere interpretata in modo opposto ma comunque sempre aderente alla sua anima.

LA CADUTA

È frequente associare all’evento della caduta quello della rinascita, ma ciò non accade per la storia della musica nella Berlino divisa: la musica non è mai caduta, non si è mai rassegnata. Al contrario: si è abbeverata delle contraddizioni e della sensazione di abbandono per alzare ancora di più la voce.

Siamo vicini al novembre dell’89 e la città continua a essere meta del pellegrinaggio artistico mondiale, soprattutto grazie agli ormai famigerati Hansa Studios; troppi i nomi per citarli tutti, ma il decennio ha visto lo stabilirsi in loco dei Depeche Mode, vedrà nel ’91 l’arrivo degli U2 in cerca di rinnovamento e che impreziosiranno il film di Wenders Così lontano, così vicino con la bella Stay, di Joe Jackson, e dei Block Party.

Come spesso accade però c’è un evento che forse più di altri rappresenta il crollo delle divisioni che sta per arrivare: quasi a chiudere un cerchio, ritorna David Bowie con il suo Glass Spider Tour, la data è quella del 6 giugno 1987.

Il tour è faraonico ma criticato. Bowie una star internazionale in crisi artistica, ma conosce molto bene Berlino, che ha sempre considerato il suo rifugio e sceglie di posizionare il palco davanti al Reichstad, a pochi metri dal muro.

Leggenda vuole che parte delle casse fosse orientata proprio verso il Muro, per raggiungere la Berlino est che non aveva mai potuto ascoltare il Duca bianco in altro modo.

Di fatto quello che accade ha molto di simbolico: durante il concerto Bowie sostiene di sentire cori provenienti dall’altra parte del Muro: “Ci era giunto all’orecchio che gli abitanti di Berlino Est avrebbero avuto la possibilità di sentire lo spettacolo, ma non potevamo sapere in quanti fossero. E ce n’erano migliaia dall’altra parte, che si erano radunati vicino al Muro. Così fu come fare un doppio concerto”.

È così che una delle figure più importanti della musica, forse quello che ha meglio simboleggiato quella Berlino, dà la più rappresentativa spallata a quella barriera che ormai nessuno voleva più.

E arrivò così il 9 novembre 1989.

L’abbattimento del muro, e la seguente riunificazione, fa rincontrare non solo amici e famiglie, ma anche due generazioni di musicisti che hanno vissuto a poca distanza ma in due mondi totalmente diversi, come rincorrendosi a vicenda, spesso contaminandosi con quei pochi strumenti rimasti, e che si ritrovano per la prima volta a suonare e frequentare gli stessi locali

Il rock, la techno (sulla quale si dovrebbe aprire un capitolo a parte), la IDM, il synth pop, l’elettronica, hanno risuonato nella Berlino divisa come attraverso una centrifuga, per uscirne sempre e costantemente rinnovati.

L’identità di frontiera, la decadenza, la lontananza rispetto al resto dell’Europa, il senso di abbandono, la separazione, sono tutti elementi di quella centrifuga che fu Berlino nel dopoguerra e che ha dato vita a una delle scene musicali sicuramente più innovative e contaminanti della seconda metà del Novecento.

Come spesso accade nell’arte, ogni tentativo di divisione di ciò che non è divisibile ha prodotto una forza generatrice che non ha avuto luogo in altre parti del mondo; se poi la riunificazione della città abbia o meno spento in parte questa frenetica forza è argomento complesso, ma di certo la realtà che si è sviluppata soprattutto negli anni ’70 ed ’80 a Berlino si può tranquillamente considerare come un unicum, sotto certi aspetti, dal secondo dopoguerra a oggi.

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