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Io dov’ero? – Un graphic novel all’ombra del Muro

di Caterina Cappelli

Pubblicato il

copertina del fumetto io dov'ero ?Io dov’ero? – Il giorno in cui cadde il Muro
Alla scoperta di una storia che insegna ad avere gli occhi e la mente ben aperti

 Alla vigilia dell’anniversario della caduta del Muro di Berlino, leggiamo con un po’ di incredulità come si può “perdere il treno” dell’appuntamento con la Storia.

Dalla collaborazione tra la penna del giornalista Francesco Ditaranto e la matita della disegnatrice Lucrezia Bugané nasce nel 2014 Io dov’ero?, un racconto non di pura fantasia ma reale, un frammento di vita che scivola inconsapevolmente attraverso uno degli eventi più importanti per l’Occidente della seconda metà del secolo scorso.

Mancano 24 ore al fatidico 9 Novembre 1989, il giorno che ha visto cadere il primo pezzo del Muro di Berlino.

Attilio è un operaio e sindacalista di Bologna, comunista un po’ deluso dalla sinistra italiana, con un padre fiero della sua appartenenza politica.

Lavora per la storica fabbrica bolognese di carburatori Weber (chiusa nel ’92) e ha appena finito di trascorrere un mese in trasferta a Berlino Est a lavorare per la Bvf, fabbrica statale che costruiva il motore della Trabant, automobile sputaveleno del popolo dell’Est (unica scelta, peraltro, che possiamo anche vedere in grandi pellicole cinematografiche come “Ogni cosa è Illuminata” e “Goodbye Lenin”).

Attilio lavora insieme ad altri operai italiani e insieme trascorrono le giornate tra lavoro in fabbrica e chiacchiere più o meno superficiali, andando avanti e indietro tra la parte Est e quella Ovest (cosa che potevano fare solo gli stranieri) per cenare al ristorante e trovare magari un vino migliore  di quello dei Kaufhalle, i supermercati sovietici, che non avevano certo gran varietà di prodotti. Tutto sotto l’occhio vigile della Stasi, la durissima organizzazione di sicurezza della Ddr.

Nessuno conosce il tedesco e questo non aiuta a capire quello che sta succedendo.

C’è in atto una rivoluzione, ma questa sinistra operaia, integrata nel sistema produttivo occidentale e contenta di esserlo, guarda con occhio superficiale le contraddizioni del socialismo reale, si dà per scontata una situazione politica e sociale dell’Est Europa che invece si sta sfaldando. E quando la mente e gli occhi sono “chiusi” si riesce ad escludere ogni mutamento, e anche ogni sofferenza che ci sta davanti.

Pur essendo letteralmente sul luogo degli avvenimenti, pur notando piccoli grandi cambiamenti, Attilio non è mai davvero interessato a quello che sta succedendo intorno a lui, egocentricamente preso dalla sua, nemmeno troppo interessante, vita.

La presa di coscienza arriva tardivamente, una volta tornato a casa, una volta che tutto è già successo.

Il finale rimanda al titolo intelligentemente dato al graphic novel: Io dov’ero.

L’affemazione che tutti amiamo e siamo fieri di fare, dimostrandola quanto più possiamo attraverso foto, twitter o instagram stories, è “Io c’ero”, ovvero “io ho fatto parte di tutto questo, ho assistito e ho incontrato la Storia”.

Attilio era proprio lì, nel momento e nel luogo giusto. Eppure non c’era, e dov’era, non se lo sa spiegare nemmeno lui.

Il fumetto è curato nei minimi particolari, dalla texture dei disegni, che sembrano tracciati sopra un muro, alla quasi totale assenza di dialogo che paradossalmente appesantisce la lettura, delineando non solo l’atmosfera generale di quei tempi duri, ma anche l’isolamento, fisico e mentale, del protagonista.

Io dov’ero mette in atto un esame di coscienza che spinge a volere avallare le proprie lacune nei confronti della Storia, in particolare naturalmente quella di quegli anni.

Col passare del tempo infatti la consapevolezza di cosa ha significato quest’opera disumana per Berlino, per la Germania e per tutta l’Europa rischia di perdersi.

A Berlino Est c’è quasi una nostalgia diffusa per quell’epoca, da parte soprattutto di chi ha perso il lavoro, o di chi ha visto moltiplicare il costo della vita, mentre il Muro viene sbriciolato e venduto a pezzetti come souvenir.

Assieme a questo simbolo, rischia di perdersi il ricordo della dittatura nella Repubblica democratica tedesca e della sofferenza causata dalla separazione, delle vite perse nel tentativo, durante quei lunghi ventotto anni, di scalare il Muro e fuggire a Ovest, nella speranza di una vita migliore.

Mancando il supporto della scuola italiana, con programmi che si fermano a poco dopo la Seconda guerra mondiale, bisogna trovare altre vie per non dimenticare e per fare conoscere questo pezzo di Storia alle nuove generazioni, e Io dov’ero è un buon punto di partenza.

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