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Il demolitore di muri

di Eleonora Cecchini

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Stava riordinando i cassetti della scrivania quando gli capitò tra le mani un biglietto da visita. Era perfettamente bianco, con una sola scritta al centro del foglio, di colore nero: Peter Wand, demolitore di muri. E, sotto, un numero di telefono.

-Sciocchezze.

Lo buttò nel cestino e non ci pensò più.

 

Il mattino seguente, entrando in ufficio, lo rivide in bella mostra sul piano della scrivania.

– Signorina Abigail! – urlò. La segretaria entrò affannata nella stanza. – Signorina Abigail, mi vuole spiegare perché quell’insulso bigliettino è posato sopra la mia scrivania?

La segretaria tirò un sospiro di sollievo. Niente di grave. – Signor Versicherer, era già lì questa mattina.

Il signor Versicherer la congedò con un gesto stizzito della mano. Riprese in mano il biglietto. Era ben fatto. Aveva una carta di ottima fattura. A guardarlo bene… a guardarlo bene c’era un sottilissimo muro disegnato, decorato con meravigliosi graffiti di mille colori, che divideva in due il cartoncino e nel centro, alla metà esatta, c’era un buco, come un tassello mancante. Il signor Versicherer si levò gli occhiali e avvicino il biglietto agli occhi. Eppure il biglietto era perfetto, non c’erano segni di cancellature né di imperfezioni. L’artista era stato talmente bravo da riprodurre un disegno di tale maestria in così poco spazio?

Lo rigirò tra le mani e notò una scritta che il giorno prima gli era evidentemente sfuggita: Butto giù qualunque tipo di muro.

– Interessante.

Lo buttò nuovamente nel cestino, stavolta dedicandogli un pensiero.

 

Il mattino seguente, stessa scena: il biglietto era di nuovo sulla scrivania.

– Signorina Abigail – tuonò! – Signorina Abigail, signorina Abigail!

La segretaria entrò trafelata nell’ufficio. Davanti a sé aveva il volto paonazzo del suo capo, coronato da occhi fiammeggianti di follia.

– Signorina Abigail, perché questo bigliettino è di nuovo qui?

– Signore, non saprei. Non sono più entrata nel suo ufficio da quando mi ha convocato ieri mattina in questa stessa folle maniera.

Il signor Versicherer la congedò in malo modo, rosso in faccia per la frustrazione, e riprese quel foglietto tra le mani. Sul retro, era comparsa un’altra scritta: In fondo, perché no?

Sbiancò. Il giorno prima quella scritta non c’era, ne era assolutamente certo. Stava forse impazzendo? Andò alla finestra e guardò fuori, per calmarsi. Il muro gli limitava la vista di quello che un tempo era stato un parco bellissimo. Com’era bello giocare laggiù, da bambini. Su una di quelle panchine, ora invisibili, aveva chiesto a Martha di sposarlo.

Tornò alla scrivania e sedette. Il bigliettino adesso aveva modificato il fronte: Peter Wand, demolitore di qualunque muro esistente, visibile o invisibile. E il numero di telefono questa volta era scritto in rosso, un rosso vivo.

Possibile? Era possibile che dei biglietti da visita modificassero il loro contenuto da soli? Ovviamente no! Stava accadendo qualcosa che andava al di là della sua comprensione: era tutto così folle, così assurdo, così…

E se invece fosse stata un’occasione? Se fosse stato davvero possibile abbattere qualunque tipo di muro? Quel muro?

Si rialzò e tornò a guardare fuori. Si ricordava nitidamente di quel terribile giorno di 28 anni prima. Da tanto tempo ormai giravano voci sulla costruzione di un muro che avrebbe diviso la città, ma nessuno ci credeva veramente. Un muro che circondi tutta la parte occidentale della città per impedire il flusso di persone? Dopo una guerra così terribile? Dopo i campi di sterminio di cui alcuni ancora negavano l’esistenza? Durante una Guerra Fredda in corso?

Eppure, un bel giorno il muro era stato completato. Chi lo avesse deciso, non si seppe mai. La parte Orientale, la parte Occidentale. Forse conveniva ad entrambi: entrambi erano un ‘noi’ contro un ‘loro’.

Ma.

Ma il muro non aveva separato solo il governo occidentale da quello orientale. Non aveva separato solo chi in quel momento era seduto a chilometri di distanza da Berlino – totalmente indifferente rispetto alle conseguenze delle proprie azioni.

Aveva separato i cittadini. E non per un’ideologia nata dalla libertà di pensiero, che sarebbe stato, forse, maggiormente giustificabile. No. Solo per la residenza. Per la sfortuna di essere nati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Di non avere risorse adeguate. Solo per l’aver comprato finalmente casa con i risparmi di una vita nel luogo sbagliato. Oppure per aver finalmente trovato lavoro nella parte sbagliata della città. In poche parole, per uno scherzo ineffabile della vita, che aveva deciso chi sarebbe dovuto rimanere per il resto dei propri giorni a destra e chi a sinistra del muro.

Il Signor Versicherer era stato fortunato: tutta la sua famiglia abitava dallo stesso lato della città. Ma dall’altra parte c’erano i suoi amici più cari, Aaron e Elbert, che non vedeva ormai da 28 anni. 28 anni! Una vita intera! Chissà come stavano, chissà se si erano sposati – Elbert all’epoca era follemente innamorato di Liza, la bionda mozzafiato della casa accanto. Forse avevano avuto figli, proprio come lui. Ah, come desiderava che conoscessero la sua dolce Betty. Avrebbe voluto dir loro di Martha, della sua morte prematura subito dopo la nascita di Betty. Avrebbe voluto andare dai genitori di Martha per piangere insieme ancora e ancora, e per ridere di gioia davanti alla loro splendida creatura, la sua unica ragione di vita. Quante cose ci sarebbero state da fare!

Era possibile? In fondo, perché no?

E poi sentiva un preciso dovere morale. Lo doveva a Martha, morta perché l’ospedale dal loro lato della città non era sufficientemente attrezzato. A Martha e a tutte le Martha del mondo. Lo doveva alla sua Betty e a tutte le Betty della città. E soprattutto, lo doveva a tutti quelli che avevano provato a scavalcare il muro ma che erano stati arrestati e uccisi. Lui era stato fortunato. Ma altri?

Il bigliettino lo guardava, inerme. Il numero aveva cambiato sfumatura – era giallo oro, luminoso come il sole di mezzogiorno.

Prese il telefono e chiamò.

 

Il signor Peter Wand era un uomo basso, magro, curvo sulle spalle, con il naso aquilino e gli occhietti vispi. Non era il tipo di persona che uno si sarebbe immaginato come ‘demolitore di muri’.

– Signor Wand, grazie di essere venuto così presto. L’ho contattata per una richiesta un po’.. strana.. fantasiosa.. pericolosa.. Non sono sicuro che lei possa farcela..

Il signor Wand tirò su col naso. – Signor Versicherer, lei mi offende. Sono un professionista nel mio ambito e non pecco di superbia rivelandole che nessuno, nessuno!, sa fare il mio mestiere come me. Tutti si concentrano ad erigere muri e così facendo dividono stanze e palazzi, separano un ‘fuori’ da un ‘dentro’, un ‘mio’ da un ‘tuo’. Separano Stati. Continenti. Ma anche famiglie, amici, amori. Tagliano a metà la vita, la cultura, la storia, l’arte, e diffamano ora questo lato del muro, ora l’altro. Come se ci fosse una cultura migliore di un’altra e non semplicemente diversi modi di vedere lo stesso mondo. Queste persone dividono l’umanità. Io, invece, amo l’umanità, in tutte le sue sfaccettature. Ed è per questo motivo che demolisco i muri. Quale muro devo demolire?

Il signor Versicherer andò alla finestra e indicò fuori. – Quello.

Il signor Wand guardò l’altro dritto negli occhi. – Lo consideri fatto entro due giorni.

Era il 7 novembre del 1989.

 

 

 

 

 

 

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