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Ossis vs. Wessis – Il Mondiale delle due Germanie

di Paolo Paolillo

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C’è un modo di dire per iniziare un racconto che fa più o meno così: “Come in tutte le storie…”. Questa storia poteva iniziare in questo modo, ma no, perché questa storia non è come tutte le altre. Questa è la Storia, che decide di prendersi una pausa, chiede il permesso di andare nell’altra stanza e pensare, come fosse una giuria in attesa di emettere un verdetto, perché qualcosa l’ha colpita. Poi, però, torna e decide di continuare il suo percorso, la sua marcia verso l’inevitabile finale, verso il suo destino.

Siamo nel 1974, un anno molto particolare, all’interno di una decade molto particolare. La Guerra mondiale numero due è lasciata ampiamente alle spalle e siamo nel pieno del boom economico che contraddistingue l’Europa. C’è un posto però, nel cuore del Vecchio Continente – in Germania precisamente – , dove la ripresa è lenta e c’è stato bisogno di riorganizzare il territorio, sia politicamente che economicamente. Per identificare le due Germanie, influenzate da diverse potenze tra i vincitori della conflitto mondiale, si usano due punti cardinali: Ostdeutsche e Westdeutsche (Germania Ovest e Germania Est). La  divisione che inizia nei concetti e poi si manifesta materialmente con un muro di cemento, che divide una città in due, è enorme e palpabile. Le due parti non si parlano e non hanno rapporti ufficiali. C’era stato un tentativo di avvicinarle, con la Ostpolitik inaugurata dal cancelliere Willy Brandt, volta a riaprire un canale comunicativo con l’Est. Breve esperienza, che finì nel 1973 e non fu accolta benissimo.

Nel 1974, proprio lì, nel cuore del Vecchio Continente, si riaccende un altro “conflitto” mondiale, che ha come armi non fucili e cannoni, né aerei e bombe, ma scarpini e palloni, calzettoni e stop a seguire. Si gioca il Mondiale di Calcio, assegnato alla Germania Ovest, dopo l’abbandono della Spagna, l’altra pretendente. Questo dovrà essere il Mondiale dell’innovazione, della pubblicità, dei marchi, dei capelli lunghi e delle basette. Deve essere una festa del capitalismo occidentale. Una festa, anche per dimenticare il massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco di Baviera, giusto due anni prima.

Il sorteggio abbina, ironia della sorte, i padroni di casa della Brd ai fratelli, cugini – chiamateli come volete perché io non ho mai capito il legame di parentela giusto in queste occasioni – della Germania Est, la Ddr, trasformando questo mondiale, almeno per una sera, nel mondiale delle due Germanie. Stop. Passo indietro.

Vita-Cola, Trabant, Mocca-Fix, Cabinett, Nudossi. Vi dicono qualcosa questi nomi? Bene, oggi li trovate come icone pop in operazioni di marketing. Dal ’61 all’89, invece, erano tra i prodotti più consumati nella Ddr. Sono alimenti, sigarette, macchine, beni di primo consumo dunque. Sono gli elementi di quella che è stata chiamata Ostalgie, nostalgia dell’Est, una presa di coscienza che si può sintetizzare con la frase “es war nicht so schlecht!”, “non era poi così male!”. Il concetto, e la moda che si è creata dopo, è stata quella di riprendere alcuni elementi della vecchia Germania orientale e mitizzarli. Perché? C’è chi dice che quella nazione era la sublimazione del concetto di “si stava meglio quando si stava peggio”, con poco, autoprodotto e vero. Dicono – anche – che cosi male non si stava, che – a volte – si esagera a dipingere la vera situazione, fatta di difficoltà presenti anche in altri Paesi.

Non si viveva tanto bene, onestamente, in Ddr. La Stasi – la terribile polizia di regime – era ben presente nel territorio perché sfruttava, dietro ricompensa, informatori tra la gente comune. Controllava tutto e tutti. Aveva archivi per ogni cosa e ogni cosa era registrata e conosciuta. L’economia non era florida, si basava fortemente sull’industria e su poco altro. In sostanza, facevi l’operaio, giravi in Trabant, bevevi Vita-Cola e fumavi Cabinett. Questo era l’uomo medio della Germania Orientale.

E di là? Ad Ovest il prato era più verde. Di dollari. Si, perché la Brd, la Repubblica Federale Tedesca, invece, era sotto l’ala degli americani. Piano Marshall, investimenti, il sogno a stelle e striscie spostato dalle parti di Berlino. Stipendi alti, prodotti di consumo. Si viveva bene, si viveva – a volte – smodatamente. Si sfotteva anche tanto quelli dall’altra parte, credevano di essere superiori e, questo vizietto, proprio non lo perderanno mai. Al di là del Muro – per la Brd – c’erano i pezzenti, che guadagnavano poco e vivevano stipati in quegli orrendi plattenbau, i terribili palazzi a schiera tipici dei regimi comunisti.

Da questa parte, invece, si spendeva. Si organizzavano le Olimpiadi e i Mondiali. Facciamo spettacolo, facciamo vedere a tutti la bellezza dell’Ovest.

Questa era la situazione, alla vigilia del 22 giugno del 1974, giorno della partita.

Si giocò ad Amburgo, ad un tiro di schioppo dal confine. Nonostante questo arrivarono solo in 8500 da oltre il Muro. Visto turistico di 72 ore, i novanta minuti della partita inclusi. Il fine era evitare la fuga di massa dall’Est. Lo stadio della contesa è l’allora Volksparkstadion, lo stadio del popolo. Gli Ossis arrivarono con pullman e si presero ferie per esserci, sapevano che sarebbe stata una grande occasione. Gli oltre cinquantamila tedeschi occidentali, erano carichi come molle. E facevano un gran baccano. Tutto era apparecchiato per una grande festa. Si, di Beckenbauer e soci.

La Germania Ovest è una nazionale strepitosa, formata da giocatori fortissimi. Ha la base del Bayern Monaco che, in quegli anni, stravince tutto a livello europeo. Maier, Breitner, Beckenbauer, Hoeness, Schwarzenbeck erano le colonne portanti di quella squadra. Assieme a loro, i tre moschettieri del Colonia: il metronomo Overath, il compianto Flohe e il centrale difensivo Cullmann. A completare il numero 9 Grabowski. Se poi, dalla panchina, il primo ad alzarsi era sempre Gunter Netzer, diciamo che era un bell’andare.

Dall’altra parte, ci sono dei dilettanti, ma non in senso dispregiativo, semplicemente non esisteva il professionismo nello sport della Germania Orientale, perlomeno nel calcio. Molti avevano un primo lavoro, il calcio veniva alla sera, dopo le ore in fabbrica o in negozio. Come ci sono arrivati al Mondiale dei dilettanti? Ci arrivano perché, pur non essendo dei fenomeni, corrono e non mollano un centimetro. E se ne accorgono tutti, in quegli anni. Nel ’72, per esempio, ai Giochi Olimpici conquistano la medaglia di bronzo. Nel gironcino di semifinale, in pochi lo sanno, vincono per 3-2 contro i Wessis. Si, proprio loro, quelli che li stanno aspettando nel tunnel dello stadio di Amburgo. Nel contratto saranno anche dilettanti, in campo sono preparati bene e hanno già vinto. Si, perché in quello stesso anno, il Magdeburgo vince la Coppa delle Coppe battendo il Milan (!), non una squadretta qualsiasi. Dire che il match sia equilibrato, non è poi una bestemmia.

La nazionale della Ddr si regge sul centrale Kurbjuweit, il mediano instancabile Lauck, sulla coppia di attaccanti Sparwasser e Streich. Gli altri sono dei ragazzotti di media qualità che corrono e combattono. Superano un girone di qualificazione non proibitivo, con Romania, Albania e Finlandia. Sono ai Mondiali per la prima volta. Esordio con vittoria, tra l’altro. Annichilita l’Australia, altra esordiente, con un netto 2-0. Adesso, nella seconda partita, il derby.

La partita inizia come doveva iniziare, ossia con la carica ragionata e profonda degli Wessis, manovrati splendidamente da Overath in mezzo al campo. Muller ha due palloni buoni ma non incide. In uno prende il palo. La Brd spinge. Croy para quello che deve parare, ogni tanto Kurbjuweit tira qualche pedata in avanti sperando di innescare un contropiede, cosa che non accade. Il primo tempo si chiude sullo zero a zero, anche se, su un movimento da ballerino classico, Muller si libera del diretto marcatore e centra un pallone che supera anche il portiere. L’accorrente Grabowski però, in leggero contro tempo, non riesce a insaccare da neanche due metri di distanza dalla porta sguarnita. Sul tramonto della prima frazione anche gli Ossis hanno un’occasionissima. Rimessa laterale del solito Kurbjuweit per il tagliante numero 13 Lauck che controlla e crossa di sinistro a mezz’altezza. La difesa occidentale è ferma, Kreische passa dietro a Cullman e si trova al limite dell’area piccola. Deve solo fare gol. E invece la palla, colpita malamente di stinco, va ben alta sopra la traversa. Non ci si schioda. Zero a zero.

Nella ripresa, il ritmo è lento e quando si pensa ad un politico – più che mai – zero a zero, arriva la Storia. Eccola, appare come saetta improvvisa in una sera d’estate. Croy raccoglie un colpo di testa debole di Cullman ed è bravissimo ad aprire, quasi in stile baseball, la palla per Hamann che corre oltre la metàcampo. Poi inizia a caracollare, alza la testa e vede una gazzella che corre verso la porta. Chiude gli occhi e calcia. Da lì in poi, l’inevitabile. Si, perché è questa la sensazione che si prova, vedendo quella azione. Jurgen Sparwasser, il numero 14, controlla di naso e poi di petto e poi di coscia, quel pallone che arriva splendidamente dalla destra. Nel frattempo, Hottges cade goffamente, quasi si accascia con reverenza, Vogts è in ritardo e timidamente allunga la gambetta, Maier sembra impantanato e non riesce ad avere il guizzo giusto. Spari, come era soprannominato, calcia secco, di leggero interno collo, poco sotto. Palla sotto la traversa. Gol, capriole e abbracci. Impazziti tutti. Hoffmann non la smette di saltare ed abbracciare, Sparwasser è sommerso, Lauck inginocchiato su di lui. Delirio Ossie. La partita, sostanzialmente, è finita li. Alla Germania Ovest andava anche bene perdere, perché avrebbe evitato il girone di semifinale più duro, con Olanda e Brasile.

L'”altra Germania” gridava il suo “ci siamo anche noi”, gridava la sua libertà, si faceva guardare volontariamente, loro, che erano abituati ad avere spie dappertutto, che erano gli scarti degli altri sport, che pensavano di vivere una nuova fase e, invece, erano con la morsa del regime sempre ben presente. Loro, che provavano in tutti i modi a scappare da quelle catene, visibili e invisibili. Era lo stato a decidere i passi della vita di chiunque: dove studiare, cosa studiare, quando comprare casa, fare figli e via dicendo. Il gol di Sparwasser fu ossigeno per tutti gli Orientali, tranne uno. Lui. Sparwasser stesso. Divenne simbolo del regime, gli fu imposto di diventare allenatore, lui che voleva studiare fisiologia e finì per scappare dal suo passato, da quel gol “felice ma triste”, come disse lui. Jurgen scappò in occasione di una partita di vecchie glorie a Saarbrucken, nella Brd. Rimase lì e si ricongiunse con la moglie e la figlia, già considerate delle traditrici. “No, Spari no” dicevano, quella notte, i funzionari della Stasi informati del fatto. Chissà dov’erano loro quando Sparwasser segnò, quella notte di giugno ad Amburgo, quando l’Est lanciò un grido e tolse il sorriso per qualche giorno all’Ovest, e si prese la ribalta finalmente, e non perché quello voleva il regime. Nulla rimase quella sera, se non quel grido. Era un appello. Non emarginateci, ci siamo anche noi oltre quel Muro che, da quella sera, si iniziò a crepare.

 

Germania Ovest – Germania Est 0-1
(0-0 al 45’)

Marcatore:
Sparwasser (77’)

Ammoniti:
Germania Est – Sparwasser (73′), Croy (81′), Kreische (84′)

 

FORMAZIONI

Germania Ovest
Maier, Vogts, Breitner, Scwarzenbeck (Höttges da 69’), Beckenbauer, Cullman, Grabowski, Hoeness, Muller, Overath (Netzer dal 70’), Flohe.

A disposizione:
6 Höttges, 7 Wimmer, 10 Netzer, 11 Heynckes, 16 Bonhof, 17 Hölzenbein, 18 Herzog, 19 Kapellmann, 20 Kremers, 21 Nigbur, 22 Kleff

Allenatore: Schön.

Germania Est
1 Croy, 18 Kische, 3 Bransch (capitano), 4 Weise, 12 Watzlich, 16 Irmscher (17 Hamann dal 65’), 13 Lauck, 10 Kreische, 2 Kurbjuweit, 14 Sparwasser, Hoffman.

A disposizione:
5 Fritschs, 6 Schnuphase, 7 Pommerenke, 8 Löwe, 9 Ducke, 11 Streich, 15 Vogel, 17 Hamann, 19 Seguin, 21 Blochwitz, 22 Friese

Allenatore: Buschner.

 

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