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I muri che dividono il mondo

di Erika Biggio

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Da quando l’uomo ha smesso di essere un nomade raccoglitore per dedicarsi ad agricoltura e pastorizia, sono stati inventati i muri.

Un muro sembrerebbe una cosa così semplice: qualche pietra, della terra, in tempi più moderni il cemento. Nulla di strano, nulla di complicato: dopotutto, i muri vengono utilizzati dall’uomo fin da quando ha smesso di essere un raccoglitore nomade per dedicarsi ad agricoltura e pastorizia.

La muraglia cinese, uno dei muri che dividono il mondo

Foto di Siggy Nowak da Pixabay

Eppure un muro ha tenuto in scacco l’Europa e il mondo intero per quasi trent’anni, ha cambiato la faccia del mondo per come la conoscevano i nostri nonni e ha plasmato chiaramente nelle menti degli abitanti del globo un concetto: noi e loro. Un concetto sempre esistito, certo, ma mai messo così in chiaro, alla luce del giorno, da quel centinaio di chilometri di cemento armato. La caduta del Muro di Berlino, trent’anni fa, è sembrato uno di quei momenti che avrebbero cambiato la storia, perché era impossibile concepire l’idea che si potessero ripetere gli errori del passato, impossibile pensare a un’umanità così stolta da ricascare di nuovo nella stessa trappola. Tuttavia negli ultimi 10 anni nel mondo sono stati costruiti 6000 km di nuove barriere, in tutti i continenti: in pratica dal 2000 a oggi nel mondo sono stati innalzati la metà dei muri attualmente esistenti.

Mentre cercavo informazioni, mi sono imbattuta nel saggio di Tim Marshall, uscito a settembre di quest’anno, dal titolo “I muri che dividono il mondo”. Nel suo libro, edito da Garzanti, l’autore tratteggia un’analisi delle barriere che l’umanità ha costruito nel passato e costruisce oggi per difendersi gli uni dagli altri; un’analisi che va dal Muro con la M maiuscola alla Grande muraglia cinese, per poi attraversare i secoli passando dalle Mura di Micene, al vallo di Adriano, le mura di Benin fino all’India, agli Stati Uniti e alla Palestina.

Queste mura hanno un solo scopo dicevamo: separare il noi dal loro. Noi che stiamo dentro il muro parliamo la stessa lingua, seguiamo le stesse regole, mangiamo lo stesso cibo e apparteniamo alla stessa razza. Pensateci bene: cos’è l’Inghilterra se non la parte del Regno Unito che è fiorita sotto la Pax Romana mentre Galles e Scozia ancora combattevano contro gli invasori? In due secoli un muro ha cambiato le sorti di una nazione per millenni.

Ancora nel 2010 uno studio tedesco ha dimostrato che solo una piccola percentuale di politici e burocrati di alto grado erano originari della Germania dell’Est: a vent’anni di distanza le differenze culturali, economiche e ideologiche ancora plasmano la vita politica del popolo tedesco, e di conseguenza di tutta l’Unione Europea.

Possiamo quindi affermare che questi muri che dividono il mondo non sono altro che la rappresentazione fisica di divisioni già esistenti, tra popoli e culture, oppure di forzature imposte da una politica cieca alle vere necessità di una popolazione. Nel continente asiatico e in quello africano esistono moltissimi esempi di confini tracciati, spesso dalle nazioni europee colonialiste, senza tener conto delle popolazioni: improvvisamente famiglie e villaggi che coabitano da sempre appartengono a due nazioni diverse, mentre popoli e culture nemiche si ritrovano a essere compatrioti. India e Bangladesh sono un esempio lampante di questo, e uno dei più recenti: la divisioni del 1947 ha fatto sì che popolazioni abituate a commerciare senza interferenze si trovassero improvvisamente divise prima da un confine e poi da barriere fisiche vere e proprie, filo spinato e recinzioni elettrificate; per non parlare del confine tra India e Pakistan, nato per dividere indù e musulmani in due nazioni distinte. Ma ovviamente entrambe le regioni erano multietniche e multireligiose e, per creare questa netta divisione, centinaia di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare la propria casa ed emigrare nella nazione “giusta” per loro. Tessuti sociali che resistevano da secoli distrutti in pochi anni.

Siamo però così sicuri che i muri che dividono il mondo adempiano davvero al compito per cui sono nati? In generale, la risposta è no: un popolo disperato troverà sempre il modo di passare dall’altra parte, anche a costo della vita. Il numero dei caduti del Muro di Berlino, inteso come il numero delle persone morte nel tentativo di attraversarlo, non è ufficiale: può andare da poco meno di 150 a circa 300 persone. In effetti, è uno dei muri di maggior successo della storia, ma non possiamo dimenticare che è stato coadiuvato da tutto un sistema di controlli ulteriori che scoraggiavano i tedeschi dell’Est anche solo a tentare l’impresa.

Il famoso muro tra Usa e Messico, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump tanto ha sostenuto in campagna elettorale, oltre a essere un’assurdità a livello politico, lo è anche a livello economico: e difatti a tre anni dall’inizio del suo mandato della nascita di questo muro ancora non se ne vede l’ombra. Anche perché per la maggior parte, in modi diversi, queste barriere sul confine col Messico già esistono da decenni; il presidente Obama addirittura le implementò, sull’onda del panico post 11 settembre, ma implementò anche le politiche di integrazione degli immigrati già presenti sul territorio statunitense, convinto della necessità di una immigrazione legale e regolarizzata. Forse più di un muro sarebbero utili strategie economiche condivise tra USA e Messico, volte al miglioramento delle condizioni di vita messicane: probabilmente la maggior parte dei messicani vorrebbe restare a casa propria, se ne avesse la possibilità. Ma il vero problema è il razzismo latente nella cultura americana: in un futuro non troppo lontano l’élite bianca non costituirà più la maggioranza del Paese, e questo spaventa immensamente la popolazione di origine europea, che non riesce a scrollarsi di dosso un senso di superiorità che non ha alcun fondamento; eppure, dati di fatto ci dicono che, ancora oggi, se nasci di colore hai meno probabilità di sopravvivere alla nascita, studiare e morire nel tuo letto.

Il terrorismo negli ultimi decenni è stato sicuramente la causa scatenante nella nascita di molti muri, e se il muro in Palestina ha effettivamente arginato il numero degli attacchi suicidi contro Israele, ha anche enormemente inasprito il conflitto tra i due popoli. Per quanto riguarda il resto del mondo, meno del 5% dei terroristi sono entrati illegalmente nei Paesi che hanno colpito: le grandi organizzazioni terroriste internazionali hanno uomini e mezzi che consentono loro di spostare le proprie cellule in maniera completamente legale attraverso i confini nazionali, spesso portando alla radicalizzazione persone già residenti nel Paese di interesse. Eppure tanti Paesi europei si stanno organizzando recintando i propri confini per contenere i flussi migratori: la paura della povertà, del diverso la fanno sempre più da padrone. L’Europa ha compiuto enormi passi in avanti negli ultimi 70 anni, e la maggior parte della popolazione non è disposta a rinunciare ai diritti conquistati così faticosamente: democrazia, parità tra sessi e religioni, tolleranza sono diventati valori portanti del Vecchio continente; sicuramente non mancano le frange estremiste, e abbiamo visto una tragica resurrezione dei movimenti nazionalisti, eppure quello che la maggior parte delle persone chiede ai nuovi arrivati è un compromesso: voi cercherete di adeguarvi alle nostre regole e noi cercheremo di capire le vostre necessità e accogliervi.

Sembra un’utopia, eppure credo sia possibile.

I muri esisteranno sempre, sono una necessità dell’uomo in quanto tale, ma questo non ci deve impedire di costruire ponti, di organizzare un nuovo Piano Marshall che porti ricchezza alle zone più abitate e più arretrate del pianeta.

Per riportare equilibrio tra tutti questi muri che dividono il mondo, dobbiamo aprire una porta nel nostro muro, o, se proprio non ci si riesce, almeno una finestra.

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