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Sul realismo, la fotografia ci pare la “dipendenza” per l’intensità del necessario

di Paolo Meneghetti

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Guardando una fotografia, possiamo chiederci quanto dipendiamo dal suo ricordo. Da un lato vale l’illusione di vincere il passato, dall’altro lato il condizionamento d’una tradizione, sul cambiamento per il futuro. Più in generale, ci sentiamo abbastanza “gelosi” delle fotografie che conserviamo. Le archiviamo con ordine, spesso grazie a raccoglitori “nascosti” dentro i cassetti meno accessibili, in mansarda od in soffitta… Alla fine, sembra un “impulso” paradossale. Inevitabilmente l’esteriorità limita la nostra vitalità. Ma l’accettazione d’un sano realismo diventa persino auspicabile, tramite la fotografia. Noi riusciremmo a “prenderci una rivincita” contro i limiti imposti dall’esteriorità. La macchina fotografica funzionerà quasi magicamente. E’ forse il “circolo vizioso” d’una dipendenza, dal realismo ordinario al realismo soggettivizzante? Almeno in passato, si considerava la macchina fotografica come la prima tecnologia accessibile ad un bambino, affinché egli provasse piacere nel vincere la durata temporale, per un sogno in aggiunta “ad occhi aperti”. Il moderno artificio della postproduzione in digitale illude che lo stesso condizionamento del realismo sia trasformabile. Un gioco può dare dipendenza, quantunque la sua creatività abbia una vena per la maggiore positiva.

Per Roland Barthes, la fotografia nasce da una necessità del realismo. Noi manco scattiamo, senza l’esistenza di qualcosa che s’inquadra. Di contro la pittura può simulare, mentre il linguaggio ama il dissimulare (ad esempio tramite la “chimera” del metaforico o del lirismo). La fotografia riguarda qualcosa che < è stata là >. Vi percepiremo “un’intensa” congiunzione fra il presente ed il passato. Per Roland Barthes la fotografia diventerebbe la referenza “per eccellenza”, in quanto “presa in se stessa”. Saremo lontani sia dalla semplice comunicazione sia dall’ideale artistico. La fotografia si fa referenza, grazie alla “strana” dialettica fra la sua temporalità al passato ma presente. Di solito si tende a giustificare il valore artistico da una buona intensità, rapportata la tecnica ad un concetto. Più genericamente, le dimostrazioni ci consentono l’accertamento pure sulla realtà. La fotografia manifesta un’intensità paradossalmente dall’ordinario. Essa ha la referenza sul reale, a dimostrarlo subito (senza la “fatica” d’immaginarlo come dapprima inesistente). Paradossalmente, avverrebbe “la dipendenza” all’intensità d’una necessità, se il soggetto che < è stato là > riesce ad immortalarsi. Anche in via solo “intuitiva”, ci piace usare una tecnologia che garantisce l’eccellenza di se stessa (del suo realismo).

Nella fotografia, l’ordinarietà diventa intensiva essenzialmente grazie alla posa. La fenomenologia ci ricorda che la coscienza è sempre < di > qualcosa. Dunque accade un posizionamento. Per certi versi la fotografia esibisce che lo sguardo è sempre < di > qualcosa, mediante l’artificio della realtà abilitata a fermarsi. Qualcosa che si riassume nella posa. Alla fotografia attiene la fenomenologia dell’immortalare, laddove si è sempre < fra > il passato ed il futuro. Per Roland Barthes, si rischierà il trascendentalismo. La fotografia c’illuderebbe che il reale addirittura “viva”. Quello si sarà bloccato nell’immanenza solo… al fine di bloccarsi nel trascendentale, e quasi “a resuscitare”! Principalmente la fotografia s’inventò per “giustificare” una singola persona (coi propri caratteri: sui vestiti, i gesti più spontanei, la pettinatura, il ruolo in società ecc…). Non avrebbe “colpito” più di tanto la mera chance di duplicare un corpo. A differenza del pittore, un fotografo può “giustificare” (o di contro “denunciare”) al massimo una singola persona, mediante il filtro del realismo. L’impegno che egli metterà, ad esempio per un reportage sociopolitico, si guadagnerà il favore d’una dipendenza.

Più materialmente, accade “un’emanazione” del soggetto in posa. La fotografia analogica fu tale grazie alla scoperta di come gli alogenuri d’argento reagissero sensibilmente alla luce. Per Roland Barthes, il soggetto in posa quasi genererebbe. Nella fotografia, la luce consentirebbe il “cordone ombelicale” per cui uno sguardo è sempre < di > qualcosa. Di frequente noi amiamo la possibilità di vincere sia il passato sia l’oblio. Questo nella fotografia sarà quantomeno “dichiarato”, fra l’altro all’uso d’un metallo arricchente: l’argento. Il passato tornerà “caparbiamente” in auge, allo stupore d’una pseudo-risurrezione. Inoltre la fotografia aiuta a “romanzare” il soggetto in posa. Nascerà in noi la curiosità d’immaginare il reale decorso della sua vita. Il linguaggio non riesce mai a porsi in via così “caparbia”. Forse, c’è l’eccezione dei testi sulla logica, i quali però si redigono allo “spreco” di tempo (senza alcuna immediatezza). La fenomenologia della caparbietà s’allaccia a quella della dipendenza. In generale, chi romanza sarà sempre teso ad assicurarsi che il suo lettore parimenti si faccia “prendere” dalle vicende. Ma quanto il rischio d’annoiare per banalità andrà calcolato pure in un reportage dal realismo al minimalismo?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Naturalmente, si può obiettare che ogni fotografo ha dei “pregiudizi”. Egli proverà ad inquadrare la luce o la posa più espressiva. Nell’epoca contemporanea s’è inevitabilmente conferito un valore alla postproduzione dell’immagine. Tuttavia, Roland Barthes tratta la fotografia dal suo realismo. Ogni codice di “pensiero” (prima) e lavorazione (dopo) conterebbe poco. Una fotografia non deve chiedersi < Qual è la “giusta” copia del reale? >, giacché quella comunque consente ad un singolo soggetto “la magia d’emanare”, dal passato. Sulla chance dell’autentificazione vige l’immediatezza! Qualcosa che il fotografo non riuscirà a “pensare”, e nemmeno sotto la “dipendenza” d’una velleità artistica

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