Magazine

Correzioni Necessarie

di Mauro Frugone

Pubblicato il

Era chiaramente all’inizio della strada, ma non aveva fretta.

Il lavoro sarebbe stato lungo, solitario e giusto. Di più: un costrutto certosino, che andava alimentato come un fuoco sterilizzante, giorno dopo giorno, città dopo città.

La sua era un missione, nel senso più profondo del termine. Un qualcosa di antico, un segnale deciso, una linea di demarcazione che avrebbe messo gli stolti sopravvissuti in bilico: ravvedimento evidente e istantaneo, oppure giù, nell’abisso del precipizio.

Secondo il suo punto di vista, non c’era più tempo da sprecare: questa epoca andava preservata, e bisognava iniziare a invertire la rotta immediatamente.

No, il concetto andava chiarito meglio: non era soltanto l’epoca a rischiare, ma la sua generazione migliore.

I Millenial, così li chiamavano. Un coacervo di potenzialità enormi, che solo nel proprio nucleo concentrava ciò che veramente era necessario. Abilità nuove, idee e visioni realistiche, la tecnologia adottata come arma sublime, le informazioni come veicolo di unione e consapevolezza. E poche velleità di ribellione; o, meglio, non quella dall’accezione romantica e disperata che era stata la benzina della sua generazione, quella che nel ’68 aveva vent’anni. Fra i Millenial – fra quelli che portavano avanti la speranza – la rottura con i poteri forti esisteva, certo, ma si trattava più che altro di un monito a non sbagliare più; a fermarsi prima che fosse troppo tardi. Non c’era nulla di romantico in tutto ciò, e per questa ragione avrebbe potuto funzionare. La precisa diagnosi del mondo malato era nelle loro mani: dovevano usarla come un bene prezioso, per arrestare la discesa agli inferi.

D’altro canto, pensò mentre scendeva dal taxi, generalizzare era sempre la soluzione peggiore.

Così, se anche molti individui della generazione di Woodstock avevano lasciato un segno preciso e innovativo, altri avevano deviato dalla rotta e combinato solamente sfraceli. Non poteva permettere che la storia si ripetesse, che i coetanei di sua figlia commettessero gli stessi peccati; che avessero la stessa arroganza di quella moltitudine di inetti che aveva il mondo fra le mani, quarant’anni prima, ma si era fermata a specchiarsi come degli anacronistici Narciso, riconsegnando quel mondo alla stessa feccia che l’aveva sempre comandato.

No, non avrebbe tollerato che gli insegnamenti del passato venissero vanificati: il circolo vizioso andava interrotto.

E poi c’era anche l’aspetto prettamente personale: un genitore non vorrebbe mai che il valore e le capacità della propria figlia venissero offuscati dalle gesta sconsiderevoli di alcuni elementi privi di… palle.

Inorridì alla volgarità, anche se era quanto mai pertinente: non tanto da scriverci un pamphlet, certo, ma un’affermazione necessaria, una riflessione più che altro riservata, intima. Come l’obiettivo che aveva scelto.

La sua lista era costantemente in evoluzione.

Gli atti sbagliati andavano corretti, e c’era un solo modo che conosceva per farlo.

 

L’uomo aveva circa trent’anni e vestiva in maniera sgargiante.

Lo seguiva da alcuni giorni – tre per la precisione – e ormai conosceva le sue abitudini. Sapeva che a pranzo amava mangiare in quel ristorante.

Pagato il tassista, si diresse senza fretta verso l’interno del locale: non aveva fretta, sapeva che l’avrebbe trovato seduto al solito tavolo. Quell’uomo era identico al ritratto che ne facevano i maggiori quotidiani: un tipo arrogante, subdolo, carrierista. Volgare e omofobo, uno che va dritto per la propria strada, e solo a quella pensa. Indagato per fallimento, aggiotaggio, concussione e decine di altri termini legali che gli avevano comunque permesso di essere, invece, sempre lì, al suo posto di comando, con i benefici del suo stipendio a troppi zeri.

Pedinandolo per alcuni giorni, aveva tastato con gli occhi solo la veridicità delle sue “qualità” morali, e tutte avevano risposto in coro: Presente! Tutte, nessuna esclusa. E se anche soltanto di quelle – tralasciando per un momento quelle lasciate in sospeso dalla giustizia ordinaria – ne avesse possedute la metà della metà, sarebbero state sufficienti per sollecitare l’immediata correzione.

L’uomo alzò la mano per attirare l’attenzione del cameriere, a un certo punto; e lo fece con quell’aria di superiorità che posseggono le persone cattive. Mentre lo osservava compiere quel gesto, capì che non poteva più tergiversare: doveva agire al più presto, alla prima occasione utile.

Perciò…

Si alzò quando lo vide alzarsi.

Lo seguì fino alle soglie del luogo dove sapeva sarebbe andato.

La toilette era immensa e lucente: un ristorante di lusso come quello non poteva permettersi un’alternativa inferiore.

La zona donne era separata da quella uomini da un ampio disimpegno: le pareti lunghe erano ricoperte di specchi fin quasi al soffitto.

Lo lasciò entrare.

Gli permise di svuotare ciò che doveva.

Lo attese paziente.

Quando la porta di separazione si aprì era già tutto pronto, scenario compreso.

Porta del disimpegno bloccata, nessuno all’interno; solo un corpo steso a terra. Il suo.

L’uomo uscì, cercando d’istinto il proprio volto nei riflessi della parete, e per poco non inciampò contro quel corpo. Un intralcio inutile, raggomitolato, sofferente, eppure lui non poté fare a meno d’inginocchiarsi per tentare di decifrare le parole flebili che, con gran tormento, uscivano da quella bocca raggrinzita.

Ci volle meno di un battito d’ali: la siringa era sguainata, la mano era ferma, lo stantuffo ben allenato a quel tipo di corsa.

Il liquido portò il messaggio, l’uomo si accasciò al suolo.

Il corpo giovane prese il posto di quello molto più anziano.

Il veleno volò attraverso la vena: ferale, mirabolante. Miracoloso.

Lei si ricompose, sistemandosi la gonna di flanella; si avvicinò alla porta, la sbloccò. Quindi prese aria a sufficienza e si mise a urlare.

Quell’uomo era svenuto all’improvviso, disse ai primi che accorsero.

Quell’uomo aveva bofonchiato qualcosa d’incomprensibile mentre si schiantava al suolo, ripeté alla giovane ispettrice che la osservava con occhi compassionevoli. Perché… chi avrebbe messo in dubbio la versione di un’indifesa, minuta, a suo modo adorabile vecchietta?

 

Mentre usciva dal locale, quasi un’ora dopo, Miriam si ripeté come un mantra il concetto base della sua missione: i Millenial erano la speranza del mondo, quelli come sua figlia almeno.

La sua generazione – quella nata negli anni cinquanta – aveva iniziato la strada delle grandi battaglie, ma a quella della sua adorata Simona, trentadue anni a dicembre, spettava un compito ancor più arduo: combattere gli errori imperdonabili del passato e del presente, e salvare il pianeta dalla stupidità di gran parte dell’umanità.

Diffondi lo spirito Millennial:

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: