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Il basket italiano è in crisi: ripartiamo dalle nuove generazioni

di Eugenio Petrillo

Pubblicato il

Benvenuti nel nuovo numero del magazine targato Discorsivo! Il tema proposto e per cui da diverso tempo si cerca, giustamente, di calcare la mano sono le nuove generazioni, i cosiddetti Millenials.
A questo riguardo, vogliamo parlare di basket italiano e del futuro della palla a spicchi nostrana sia a livello di club che, soprattutto, a livello di nazionale.

Ormai è risaputo, la pallacanestro italiana da qualche anno non sta vivendo momenti felicissimi e questo è perfettamente sintetizzato dagli ultimi risultati ottenuti in campo europeo.
La Nazionale azzurra non va a medaglia in una competizione FIBA dalle Olimpiadi di Atene 2004 con Carlo “Charlie” Recalcati in panchina, mentre le squadre di club sono praticamente scomparse dai radar nelle tre maggiori competizioni continentali (Eurolega, Eurocup e Champions League) annullando tutto, o quasi, quello che di buono era stato costruito nei decenni precedenti.

Dopo i quarti di finale ad EuroBasket 2017 dell’Italia si riparte da Romeo “Meo” Sacchetti come C.T. e da Boscia Tanjevic come direttore generale tecnico, che – nota a margine – a cosa serva ai più non è proprio chiaro.
Il maestro montenegrino – già campione europeo da C.T. azzurro nel 1999 in Francia – ha lanciato delle proposte per provare a migliorare questa situazione con obblighi per i club di schierare giocatori italiani o la riduzioni quelli stranieri.
Va bene, ci può stare, ma il problema del basket italiano sta alla base e prima di questo andrebbero fatte altre cose più importanti.
Per esempio? Investire maggiormente su strutture, giocatori, allenatori, preparatori atletici e ogni addetto allo sviluppo dei ragazzi dei settori giovanili.
“Non ci sono soldi” direte, ma così non sembra viste le ultime dichiarazioni di Gianni Petrucci (longevo presidente FIP, votato all’unanimità stracciando gli altri zero e fantastici ‘rivali’) in cui lodava la grande ricchezza nelle casse della federazione italiana.

Ecco allora che arriviamo al nostro punto di partenza: le nuove generazioni.
I ragazzi necessitano di essere instradati verso la pallacanestro, quindi partendo dall’educazione e dalla cultura del gioco.
In Slovenia, dopo anni di crisi terribile, si sono messi a lavorare sodo in palestra con i giovani sui fondamentali, sulla conoscenza del basket con lavori anche individuali così da facilitarne lo sviluppo come uomo prima e come giocatore poi. L’origine del successo all’ultimo campionato europeo della Slovenia non si allontana eccessivamente da quelle palestre.

In Italia si è persa questa voglia di mettersi al lavoro, c’è bisogno dunque di un maggiore spirito di sacrificio e di dedizione.
La famiglia e la scuola, a tal proposito, devono essere gli ‘starter‘ per questo miglioramento. Nel nostro paese se un ragazzino salta un giorno di scuola per disputare una gara o una partita, viene punito. Tutto ciò negli altri paesi non succede perché lo sport (nel nostro caso il basket) è visto come parte integrante nel processo di crescita e formazione del ragazzo.
Come suggerito nel post EuroBasket da Ettore Messina, ma anche ribadito da Meo Sacchetti, si deve partire da queste fondamenta: basta guardare esclusivamente il risultato sportivo, ma si deve avere maggiore pazienza e buttare l’occhio al futuro.

Di recente la FIBA ha fatto un’indagine che ha premiato e scelto come modello il sistema minibasket italiano che a livello numerico è fra i primi in Europa: sono 160 mila i bambini iscritti, 7000 gli istruttori/allenatori e 2500 i Il basket italiano deve ripartire dalle nuove generazioni centri sportivi.
Tale modello presto sarà copiato anche da nazioni come Serbia, Turchia e Germania (più avanti a livello senior) e questo ci porta inevitabilmente a dire che di passi avanti recentemente ne sono stati fatti.
Partendo dal basso, dalle nuove generazioni, dai Millenials, ci si auspica di dare un contributo importante per far crescere il nostro movimento.
Dopo il minibasket, però, c’è un bel buco. Viene posta troppa attenzione ai risultati e meno sulla formazione dei ragazzi come giocatori.
Un esempio potrebbe essere quello che riguarda la città di Firenze. Nel capoluogo toscano c’è il più alto numero di tesserati al minibasket, ma non c’è un giocatore fiorentino che negli ultimi anni sia emerso ad alti livelli nel basket italiano.

Si predilige dunque parlare di gioco e non di ‘costruzione’ del giocatore.
Credenza italiota è che sia sufficiente prendere un ragazzo con talento e metterlo in campo per formarlo. Non c’è cosa più sbagliata, perché quest’ultimo ha bisogno di tutta una serie di insegnamenti precedenti che sopra abbiamo già citato.
I giocatori veterani devono dare loro consigli, parlando e aiutando le nostre nuove generazioni.
Le risorse per il futuro ci sono, ora però sta ai vertici federali saperle sfruttare al meglio.
L’iter che porterà ai Mondiali in Cina nel 2019 potrebbe essere un bel primo passo per una sperimentazione di giovani leve che hanno del potenziale, ma che devono crescere non solo dal punto di vista tecnico/tattico, ma anche e soprattutto dal punto di vista psicologico, mentale e lavorativo.

Diamo fiducia a questi Millenials, il futuro del basket italiano è nelle loro mani!

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