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Verso il futuro

di Redazione

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Cinque anni fa, dove eravamo?

Era il 2010, l’anno internazionale della biodiversità e della lotta alla povertà e all’esclusione sociale.  La Spagna assumeva la presidenza di turno dell’ Unione Europea e veniva presentato l’Ipad. Daesh non c’era, ma a Baghdad, a Mosca, a Mogadiscio, si moriva lo stesso per mano di terroristi con un nome diverso, ma ugualmente crudeli.

Il Portogallo intanto, regolarizzava i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

Nel nostro minuto angolo di mondo, un gruppo di ragazzi, romagnoli per lo più, aveva un’idea per un web magazine. Il 20 Novembre 2010 nasceva Dissonanze, un giornale forse piccolo, ma con un slogan importante: Puoi non essere d’accordo.

Le idee, si sa, sono contagiose e Dissonanze è andato in giro per l’Italia: e mano a mano che qualcuno di quei ragazzi ha smesso di scrivere e si è fatto da parte, ne sono arrivati altri. Altri romagnoli, ma anche veneti, bolognesi, liguri.

Dissonanze ha cambiato nome ed è diventato Discorsivo, ha cambiato idee editoriali e struttura, ma una cosa l’abbiamo voluta conservare: la pluralità delle voci, l’idea che fra queste pagine virtuali il dissenso non sia solo tollerato, ma anche e soprattutto apprezzato.

Perchè il disaccordo non è un nemico, bensì una ricchezza. E’ dal rifiuto delle idee contrarie alla propria che nascono gli estremismi di ogni colore.

Se ci chiedeste come vorremmo essere tra cinque anni risponderemmo forse più grandi, più conosciuti, più letti.  Ma non è nemmeno detto: ciascuno di noi ha le sue ambizioni personali e non per tutti più importante significa migliore.

Ciò che però vogliamo continuare ad essere è plurali: voci diverse, per raccontare quante più sfaccettature possibili della nostra realtà. Voci diverse, per raccontare non solo il presente, ma anche il futuro, per mostrare il mondo non solo come è ma come vorremmo che fosse.

Futuro” è forse la parola e concetto più in voga del momento. Chi dei giovani laureati non pensa al suo “futuro” lavorativo, chi tra i tanti brocker planetari non pensa al “futuro” dei propri titoli, chi tra le giovani coppie omosessuali non pensa al proprio “futuro” coniugale(?).

La parola Futuro vive di tanti significati nelle enciclopedie personali di ognuno di noi, ma è pacifico che, generalmente pensando, quel concetto ci faccia andare in avanti nel tempo. Sbagliato. Il futuro va anche indietro. Ma sì non fate finta di non capire!
Come quando i minuti passano, come dice l’orologio, ma gli anni vanno indietro, si procede in avanti andando all’indietro perché il tempo in avanti non ha nulla da offrire, che sia un lavoro o le energie per affrontare la senilità.

Ma viaggiare nel passato solo coi ricordi non ci basta a volte, vero? Allora ci sfogliamo qualche libro di fisica alla nostra portata, come quelli di Hawking, due o tre nozioncine per sognare un viaggio nel passato, per ringiovanire passando per le “linee di universo”.
Finché non ci si imbatte in un “wormhole” che può spararci ovunque nello spazio-tempo, e potremmo così ritrovarci al nostro matrimonio, alla veneranda età di 477 anni, con un/a marziano/a dagli occhi telescopici.

Ok, viaggiare sì, ma non nel futuro! Piuttosto verso futuri mondi turistici. Che potrebbero essere la Luna sì, e Marte, ma anche, più umilmente, quei paesi terrestri rimasti nell’ombra con le loro bellezze e che sviluppi politico-economici potrebbero mettere a portata di mano turistica e di dolce scoperta. Magari con qualche futuristica app da viaggio, alcune già esistenti. O magari anche senza.

Eh già, perché lo sviluppo della tecnologia, od ogni conquista medica, o benessere economico-consumistico non coincide necessariamente col concetto di “futuro”.

Bisogna forse fermarsi invece, e capire dove ci devono condurre tutte queste conquiste futuristiche, se verso le vuote “magnifiche sorti e progressive” di Leopardi, o se verso una cura e progresso dell’uomo nella sua pienezza poetica, culturale e spirituale (che non coincide tout court col concetto di “religione”): dar loro uno scopo.

Bisogna stare attenti infatti: senza uno scopo saggio e condiviso, pacifico, il futuro può diventare apocalittico, una distopia. In effetti la letteratura mondiale ha assaggiato varie forme di futuri catastrofici su cui vale la pena ragionare.

Letteratura che, occhio, non è tutta solo “classici” e romanzi. Ma anche favole. Come quel classicone di Cappuccetto Rosso, ricordate? Forse non ricordate bene. Ci sono varie versioni della favola, che cambiano di volta in volta che vengono raccontate, come accade nel passaparola. C’è una Cappucetto Rosso del futuro anche.

Che poi sapete quale sarebbe la vera favola? Vedere in un futuro prossimo la nostra nazionale di calcio tornare agli alti livelli di qualche anno fa. Nessuno è un veggente, ma premonizioni, auspici, valutazioni sulla futura rosa di atleti sono sempre possibili.

Il futuro è bellissimo, perché apre milioni di possibilità. Nulla è già scritto, ogni cosa è ancora in divenire.

Tra cinque anni vorremmo vedere meno odio, meno estremismo, più accoglienza non solo per chi viene da lontano, ma anche per chi è diverso da noi, non diverso e basta, perché non esiste un uguale e un diverso se non legato alla nostra realtà personale. Vorremmo che le persone fossero libere di amare chiunque vogliano, perché non c’è giusto e sbagliato in amore. Vorremmo che potessero credere in qualunque cosa ritengano sia giusta, senza che questo venga usato come scusa per creare una minaccia. Vorremmo poter sognare in grande senza il timore di non riuscire ad arrivare a fine mese. Vorremmo non avere bisogno di quote rosa perché deve essere scelta la persona migliore per un determinato impiego indipendentemente se sia donna o uomo. Vorremmo poter essere il più indipendenti possibile quando dobbiamo recarci da qualche parte, anche nel momento in cui ci troviamo a dover affrontare delle disabilità, e avere una vera assistenza nel caso ne avessimo la necessità.

Vorremmo, insomma, vivere come in un mondo di ciechi, dove le persone possano essere giudicate in base a chi sono e a ciò che fanno e non in base al colore della propria pelle, al proprio sesso o alle proprie credenze. Essere considerati uguali nelle proprie differenze. Come la figlia di cinque anni della mia collega, che quando ha detto alla madre di aver giocato con Thomas, il bambino nuovo, alla domanda della donna “ma chi, quel bambino con la pelle color cioccolato?” ha risposto semplicemente: “ma che ne so di che colore aveva la pelle, quello con il berretto rosso!”

Nulla è impossibile. Il futuro è in continuo divenire.

Anche Discorsivo è in continuo divenire, di persone, di idee, di tematiche. Di storie che si incrociano, talvolta per sempre, talvolta per il tempo di un battito d’ali. 

Due anni fa chiudevamo il magazine con la tristezza nel cuore, il timore che fosse davvero l’ultima parola e la speranza, invece, che Discorsivo potesse cambiare senza mai rinunciare alla sua essenza. Oggi siamo convinti che sia così, che non importa quanto le cose possano cambiare, ciò che conta, in realtà, siamo Noi, che manteniamo viva l’anima di Discorsivo, e Voi, che da cinque anni, da milleottocentoventisei giorni, milleottocentoventotto articoli, continuate a credere in noi.

Il futuro si crea giorno per giorno, perciò grazie, per aver creduto in noi in questi cinque anni, per averci accompagnato fino ad oggi esprimendo le vostre opinioni o leggendoci in silenzio. Grazie, per continuare, ogni giorno, a scegliere di credere in noi, nella speranza che in qualunque modo sarà il mondo tra cinque anni, potremo scoprirlo assieme.

Milleottocentoventisei volte, milleottocentoventotto volte Grazie.

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