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Futuro e progresso: quo vadimus?

di Aldo L'Erario

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Si tende a pensare che il futuro sia in generale legato a qualche forma di progresso. Sembra quasi che più passano gli anni e più la tecnica, il sapere, la società e i valori dell’umanità sono destinati a progredire. Ma non è sempre stato così: la nostra idea di progresso è in realtà moderna, e le mitologie e le convinzioni di molti popoli vertono sull’idea che la Storia vada verso un continuo peggioramento. Miti e leggende ci raccontano di un’età dell’oro originaria e della decadenza che ad essa sarebbe seguita, in una visione che è molto distante dalla nostra. Il confronto fra il significato profondo di queste visioni dà spunti interessanti su cui riflettere.

Semplificando, il cosiddetto “mito del progresso” ha trovato forse le sue espressioni più famose in alcuni pensatori e scienziati dell’Età Moderna. L’idea centrale del progresso come lo intendiamo oggi è quella di un roseo destino dell’umanità, chiamata a migliorarsi per sempre, verso una dominazione sempre più completa dell’Universo e della propria natura. La radice di questa visione sta in due convinzioni: che l’uomo abbia il potere di determinare liberamente la propria natura (idea già rinascimentale); e che quindi sia giusto cercare di emancipare la Ragione dalla Tradizione, per cercare un autonomo miglioramento morale e scientifico (idea illuministica). I neopositivisti hanno poi portato un contributo fondamentale, diffondendo la convinzione che l’evoluzione biologica sarebbe continuata sicuramente nel progresso scientifico e civile. Questa visione è ormai un elemento della cultura di massa. Autonomia e sapere: autonomia dai bisogni materiali, dalle superstizioni, dall’oppressione politica, da noi stessi addirittura, e sapere che ci consente di prosperare, di vedere, di inventare, di progredire, in una sorta di libera auto-creazione.

primitiviIl contraltare più immediato a questa impostazione, come anticipavo, è probabilmente quello della convinzione che la storia dell’uomo sia quella di una caduta. È vero che non è questa l’unica posizione alternativa, e qui ci sarebbero molte parole da spendere sulla visione ciclica della Storia; ma i miti della caduta hanno al loro interno un giudizio di valore, ed è su questo che vorrei concentrarmi. Si potrebbero citare i miti greco-romani dell’età dell’oro, ma anche quelli induisti, secondo cui ogni ciclo cosmico inizia con un’era di verità in cui si vive in uno stato ideale alla presenza degli dei e si conclude con un’epoca di sovvertimento, oscurità e ignoranza spirituale. Non si può poi non citare il concetto di peccato originale, comune almeno a Ebraismo e Cristianesimo. Cos’è insito in visioni di questo genere? difficile stabilirlo chiaramente; uno spunto che ci può interessare però è questo: tutti questi miti fanno riferimento a unoriginaria bontà della condizione umana. In pratica, anziché guardare avanti a sé per cercare la realizzazione dell’uomo, queste culture si guardano alle spalle e la danno per presupposta, sebbene ormai smarrita.

Vediamo di trarre le somme. Istintivamente, uno giudica positivamente la visione occidentale di progresso, e negativamente quella religiosa della caduta. La prima sembra chiamare alla responsabilità di migliorarsi, la seconda sembra ancorare l’uomo a una visione pessimistica e per certi versi retrograda. Vorrei a questo però punto riflettere su una semplice domanda: sappiamo veramente dove andiamo? il Progresso modernamente inteso sa indicarci una via? Viviamo in un’epoca secolarizzata, autonomi, emancipati, liberi pensatori; ma sappiamo forse rispondere alla domanda su dove stiamo andando? La totale autonomia dalle nostre radici e da qualsiasi legge esterna, unita ad una ferventissima fede nelle possibilità del progresso, ci ha portati in una focosa corsa al possesso e alla prosperità (al dominio, direbbe Heidegger). Nel frattempo, siamo convinti che anche i valori umani progrediscano di pari passo. Ciò senz’altro sembra valere a livello civile; ma manca un’anima in tutto questo. Pochi saprebbero veramente giustificare il perché di alcuni diritti; probabilmente nessuno sa definire con precisione il “bene” a cui il progresso tende. Dal punto di vista pratico, il benessere è l’unica richiesta, così che in un epoca di prosperità paradossalmente si accetta di sopravvivere, piuttosto che vivere. La scienza svela sempre nuove verità sul cosmo, ma non sa dire all’uomo dove sta la sua realizzazione; in cambio, è sempre gravida di innovazione tecnologica. La tecnica offre un’immagine particolarmente interessante. Sembra che il suo imperativo sia: se si può fare, fallo. La tecnologia è un mezzo talmente cresciuto che si può permettere di dettare nuovi scopi e nuovi standard (dalla medicina, alla comunicazione, alla guerra): il mezzo ridisegna il volto del fine.

Il progresso concepito da una ragione che ha votato se stessa a rischiarare il mondo sembra così essere cieco: una crescita priva di veri scopi. Che cos’avevano in più i miti dell’età dell’oro? Un semplice elemento: aver supposto la pienezza del genere umano alle origini. La visione che ne consegue non ha mai supposto di poter trovare una “soluzione” al problema del senso della vita. Più che un faro allorizzonte, il senso delle cose diventa un vento che gonfia le vele della barca della Storia. Infatti non perché si versi in un’era di decadenza l’uomo è autorizzato a deporre i propri sforzi verso il miglioramento. Quello che i miti in questione trasmettono, piuttosto, è che una pienezza dell’uomo esiste veramente, e questo crea un orizzonte a cui tendere sempre idealmente. Tale orizzonte è dato da una precisa costellazione di valori spirituali, umani e pratici creati in secoli di incubazione all’interno di una cultura.

È chiaro che questa visione non è praticabile tale e quale al giorno d’oggi. Non abbiamo più una singola cultura “madre” a cui riferirci chiaramente, e abbiamo guadagnato la consapevolezza che la morale e il valore non possono venire semplicemente imposti dall’alto, ma sono frutto di una coltivazione creativa che ogni uomo compie sulla propria natura. Ciò non significa però che non ci si possa far ispirare a cercare un progresso inteso in un senso più umano. Oggi siamo liberi di ricostruire il modo in cui concepire l’alveo di verità valoriali e morali da cui proveniamo, e verso cui incessantemente tendere. Questo comporta una responsabilità enorme. Se decidiamo di riflettere con onestà e maturità sulle nostre radici potremo forse coniugare le più nobili istanze della volontà di progresso con una profonda consapevolezza della nostra identità, e ridare luce agli occhi con cui guardiamo al nostro futuro.

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