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Il database della morte di Stato!

di Lara Conte

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schedaAccendo il pc. Clicco sull’icona di Internet. Si apre la prima finestra, il foglio elettronico attraverso cui mi sta fissando l’occhio bianco e onnisciente dell’etere. Io per ora non vedo nulla. La stanghetta nera del testo lampeggia ritmicamente, scandendo il tempo tra la formulazione della mia domanda e la risposta che mi darà il motore di ricerca. Una serie di risposte, a dire la verità. Una serie di tracce lasciate da altri utenti più o meno organizzate, più o meno esaurienti. Inizio a digitare:

Google. Click. Texas Department of Criminal Justice. Click. Executed Offender. Click.

Mi appare una lista ordinata di voci: Nomi e Cognomi con accanto l’età, la razza, la nazionalità e la contea di appartenenza. Scorro la pagina fino in basso. La lista è numerata. Dall’uno al cinquecento sette. Ma le informazioni non si esauriscono qui.
Offender Information. Click. Accedo ai dati specifici dei soggetti elencati: la data di cattura, il rapporto del crimine commesso, il giorno dell’esecuzione. In basso la razza della vittima, accanto la foto segnaletica del criminale.
Click. Apro l’ultima voce. Last Statement: di fronte a me appaiono le ultime parole dei condannati a morte.

Sono sul sito del Dipartimento di Giustizia Criminale del Texas, uno dei 37 stati federali degli Stati Uniti che esercitano  ancora la pena capitale. È il Paese che detiene il triste record di condanne a morte eseguite. Solo nel 2007 delle 42 esecuzioni compiute negli States, 26 hanno avuto luogo in Texas.

Dal 1974 ad oggi sono state 507 le esecuzioni  effettuate. L’ultima, quella di Jamie McCoskey, stupratore e assassino, eliminato il 12 novembre tramite iniezione letale dopo dodici anni nel braccio della morte. Dal 2011 il Dipartimento di Giustizia ha deciso di aprire un blog, un account su twitter e un sito internet in cui pubblicare ciò che prima era raccolto solo dai testimoni e dalle guardie carcerarie: le ultime parole dette prima di morire.

Quali sono le tue ultime parole? Chiede il boia alla sua vittima.

 Danish School paintingIl rituale di chiedere al criminale le sue last words è molto antico, forse quanto l’istituzione della pena capitale. In passato la “vendetta legalizzata” veniva operata dallo Stato sulla piazza cittadina perché servisse da monito per l’intero Paese. Il momento intimo della propria morte diventava un atto pubblico, spettacolarizzato e dalla fortissima valenza simbolica. Chi lasciava questo mondo lo faceva di fronte alla collettività e la domanda del boia rappresentava l’ultima concessione che l’autorità riservava alla tua libertà di espressione. Pronunciarsi per l’ultima volta era quasi un atto doveroso nei confronti si se stessi: l’ultima frase a conclusione della storia che era stata la propria esistenza.

Oggi l’esecuzione non è più  un atto pubblico ma riservato a pochi testimoni. Il Last Statement però non rimane imprigionato tra le mura bianche della stanza della morte. Viene trascritto sulla rete: di nuovo pubblico, di nuovo accessibile a milioni di persone nel mondo. L’ultima traccia esistenziale diventa cibernetica e virale, posta accanto alle espressioni di paura e sorpresa stampate sulla faccia dei detenuti nella foto segnaletica.

Uno Spoon River della morte di Stato, come l’ha chiamato qualcuno:
c’è chi esprime cordoglio per le proprie azioni; chi conforto nello star lasciando questo mondo per uno migliore; chi chiede il perdono ai parenti delle vittime; chi ammonisce le autorità prevedendo la propria reincarnazione; chi si arrabbia, chi impreca, chi si dispera, chi sancisce la fine con un tagliente Kiss my ass. C’è  anche chi  decide di non dire nulla.

E c’è chi, come il messicano Henry Porter che una mattina di novembre del 1975, a Fort Worth, uccide l’investigatore che lo sta interrogando. Dieci anni dopo, legato, con le braccia spalancate, decide di congedarsi dalla vita con una riflessione:

detail-inieizione letale«Mi avete chiamato assassino a sangue freddo quando ho sparato a un uomo che mi ha sparato per primo. La sola ragione per cui io sono qui è che sono messicano e lui era un poliziotto. La gente pretende la mia vita e questa sera l’avrà. Ma la gente non chiede la vita del poliziotto che ha ucciso quel ragazzo di 13 anni che stava ammanettato nel retro della sua auto… Voi la chiamate giustizia. Ma questa è solo la vostra giustizia. La giustizia dell’America. Mi avete chiamato assassino a sangue freddo. Ma io non ho mai legato nessuno a un lettino come questo. Né ho mai pompato veleno nelle vene di qualcuno, guardandolo da dietro una porta blindata. Voi la chiamate giustizia. Io li chiamo omicidi a sangue freddo. Lo dico senza amarezza, senza rabbia. Spero che Dio perdoni i miei peccati. Adesso sono pronto».

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