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Mettiamo più poesia nella nostra comunicazione!

di Giovanni Sommavilla

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Mi interrogavo sull’identità delle parole.
Può succedere che parole ricchissime di slanci e sensi positivi vengano messe al bando a causa del loro “interpretante” negativo.
Per interpretante in semiotica si intende uno dei molteplici elementi dell’esperienza storica o individuale – ma collettivamente verificabili – che forniscono senso, interpretazione emotiva e mentale a una parola. Lascio che continui la spiegazione il prof Umberto Eco: «Che un gatto non sia solo un felino domestico, ma anche l’animale definito zoologicamente come felis catus, l’animale adorato dagli egiziani, […], l’animale cantato da Baudelaire, l’animale prediletto delle streghe e così via, tutte interpretazioni dell’espressione /gatto/. Tutte registrate, poste intersoggettivamente in qualche testo di quell’immensa e ideale biblioteca il cui modello teorico è l’enciclopedia.». [U. Eco, Semiotica e filosofia del linguaggio, Einaudi, Torino]

Penso alla massoneria, parola immonda ormai nel senso comune, che denota solamente mafia, misfatti ed intrallazzi a danno dei cittadini, sempre ignari. L’esatto contrario della massoneria prerivoluzionaria francese, riunione della classe borghese e dei cittadini meno abbienti, a tesser trame contro gli iniqui privilegi aristocratici.
Penso alla poesia, incomprensibile e polverosa materia scolastica, dove si cerca di capire – tentando di parafrasare quanto sentivo nella mia classe sull’argomento – “cos’ha da dire un tizio in un modo strano”.
Penso, in un caso specifico, alla parola stessa.

Chi può parlare, tra gli esseri umani? Chi è vivo! Vicino, ma non vero. E lo fa capire, nel modo eccentricamente suo, Alessandro Bergonzoni, artista “vasto”, socialmente impegnato in varie iniziative e progetti, tra i quali la “Casa dei risvegli” di Bologna, da anni attiva nella ricerca medica e nel sostegno a persone colpite da gravi cerebrolesioni e alle loro famiglie.

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Sull’importanza dell’assenza/presenza, segni/sogni, parola/silenzio, Bergonzoni investe i destinatari degli spot della Giornata dei Risvegli, provando a forzare un ragionamento.
Lo fa con il suo classico istrionismo e inimitabile amore per la parola: gli aspetti comici nei quali si rivela nascondono, ad un orecchio troppo distratto, grande attenzione e meticoloso studio del senso di ogni singola parola che viene lanciata e combinata in un vortice che sembra inestricabile. Ed è la parola che si fa voce per chi è vivo, ma non può parlare.
L’amore per le sottili identità delle parole di Bergonzoni ha così incontrato la differenza tra coma e morte, chi avrebbe ancora parole e chi non ne ha più.
Non è detta l’ultima parola, dunque. «Esatto!», “urgerebbe” lui: vi è un fiume di parole, di lettere e sensi, frasi e vita che sonnecchia e che può tornare. La vita si assenta ma la parola resta.
Ed è fondamentale che le parole vengano soppesate con attenzione, soprattutto nel quotidiano, quando il divario è labile, ma la differenza è abissale. Districare nel profondo non solo le parole, ma anche il senso comune e lo stereotipo. Ecco, quindi, una profonda ristrutturazione della comunicazione, poetica, perché viva e urgente, vasta ma presente in ogni singola parola.

Non un asettico testimonial, ma un artista che presenzia ad eventi, incontri nelle scuole, nelle piazze, nelle sale della Casa dei Risvegli.
Come è l’artista, così dovrebbero essere tutti per cambiare in meglio un mondo sempre più digrignato e veloce, che ingolla sensi comuni e parole senza soppesarle. 

Topolino n2936

In questo senso, è esemplare la storia del Topolino n 2936, con protagonista proprio un Bergonzoni fumetto, eroe che aiuterà Paperino e amici a riconciliare le parole-sintagmi con le parole-significato: parole “addomesticate” da un senso poeticoperché radicato nel quotidiano, a un senso genuino che pulsa tutt’attorno, e richiede attenzione.

Ecco, allora, dove ci conduce. Entro una comunicazione che deve liberarsi, soprattutto nel quotidiano, da luoghi comuni egoistici, che torni a scoprire i mondi che vivono silenziosi dietro le parole, evitare facili ma tossiche equazioni: massoneria non è uguale a malum in se, poesia non è uguale a noia, coma non è uguale a morte.

I “Bergonzoni” diventano dunque solo un mezzo per un fine: lo straniare ciascuno dalla scorza entro cui vive, e l’orrore di viverla, lo stupore di abbandonarla.

Vivere l’esistenza con grande abnegazione e compartecipazione, con la parola e l’attenzione: forse proprio questa è l’ultima parola.

 

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