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Biomasse e biogas: perché tante polemiche?

di Claudio Carminati

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Digestore anaerobico per la produzione di biogas

Digestore anaerobico per la produzione di biogas

Molti li considerano fonti energetiche rinnovabili su cui investire massicciamente, in quanto in grado di ridurre in modo considerevole la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Altrettanti sono coloro che invece puntano il dito contro gli effetti negativi che un loro utilizzo su larga scala può comportare per l’ambiente e per l’uomo. Da qualunque prospettiva la si voglia inquadrare, quella relativa a biomasse e biogas è oggi una delle questioni più controverse in tema di green economy, in grado di scatenare dibattiti tanto più accesi quanto maggiore è la proliferazione di impianti e nuovi progetti.

A imporre una riflessione sull’argomento ci pensano i numeri. Considerando il solo biogas, nel maggio 2011 – si legge in un’intervista rilasciata ad Agricoltura moderna da Sergio Piccinini, ricercatore del Centro ricerche produzioni animali di Reggio Emilia – erano 500 gli impianti già realizzati e funzionanti nel nostro Paese, cifra cui è necessario aggiungere gli altri 150 allora in fase di realizzazione e oggi presumibilmente in esercizio; altrettanti, sempre secondo le stime del Crpa, sono quelli resi operativi nel solo 2012, per un totale che tocca quindi le 800 unità. Se poi allarghiamo il calcolo all’intero comparto delle biomasse, le cifre si fanno ancora più importanti: da una produzione energetica complessiva che nel 2009 superava appena i 2 mila megawatt nel giro di tre anni si è passati infatti a oltre 3 mila megawatt. Una vera e propria esplosione, tale da suscitare, come spiega il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini in un’intervista a Repubblica.it, reazioni contrastanti nelle popolazioni dei territori interessati.

Fare un po’ di chiarezza sui termini sin qui utilizzati non può che giovare a una piena comprensione della questione e del dibattito che attorno a essa si è scatenato. Con la parola “biomasse” ci si può riferire a un insieme eterogeneo di materiali, tanto che la stessa Direttiva Europea 2009/28/CE, su cui è basata anche la legislazione italiana in maniera, ne dà una definizione piuttosto complessa: «la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali), dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, comprese la pesca e l’acquacoltura, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani». In poche parole, si va dai rifiuti organici domestici agli scarti dell’industria alimentare, dal letame ai residui di potatura delle piante.

Dalla fine degli anni novanta quelli che prima erano considerati niente più che rifiuti o, nel migliore dei casi, concimi naturali da spargere sui terreni cominciano a essere visti come una potenziale fonte di energia. Ma in quali modi è possibile produrre elettricità e calore dalle biomasse? Le strade percorribili sono due: la produzione di gas da fermentazione e la combustione. Se è vero che tutte le biomasse possono essere sfruttate a fini energetici, solo una parte di esse viene di fatto utilizzata per la produzione di biogas, termine col quale si indica una miscela di vari tipi di gas – costituito da metano in una quota variabile tra il 50% e l’80% – generata dalla fermentazione batterica in assenza di ossigeno dei residui organici.

Il processo parte dalla raccolta e dalla miscelazione dei diversi materiali: rifiuti, carcasse animali, letame, vegetali in decomposizione, scarti industriali, ma anche piante coltivate appositamente per la produzione di metano, come il mais e il sorgo. Una volta ottenuta la giusta “miscela”, il tutto viene trasferito in un enorme silos conosciuto come “digestore anaerobico”: l’azione di batteri anaerobi, in grado cioè di vivere e “lavorare” in assenza di ossigeno, porta alla decomposizione del materiale e alla produzione del gas, che può essere utilizzato in loco per la produzione di elettricità e calore attraverso la combustione, oppure depurato e immesso nella rete per l’utilizzo domestico, o ancora raccolto in serbatoi e destinato all’alimentazione di autoveicoli.

Ma che cosa avviene al “digestato”, ovvero a quella parte di sostanza organica che rimane una volta terminata la fermentazione? Gli utilizzi possibili, sostanzialmente, sono due: può essere utilizzato come fertilizzante naturale e quindi sparso sui terreni, oppure può essere avviato a combustione in una centrale termica, mescolato alle biomasse inadatte alla produzione di biogas come i materiali legnosi. Il calore ottenuto, anche in questo caso, può essere utilizzato in impianti di teleriscaldamento oppure sfruttato per la produzione di energia elettrica.

I vantaggi di tutto questo? Non sono pochi. In primis, banalmente, si può disporre di una fonte di energia rinnovabile a prezzi relativamente contenuti. Si aggiunga poi che l’utilizzo dei reflui zootecnici per la produzione di biogas anziché direttamente per la concimazione dei campi consente di ridurre la concentrazione di nitrati nei terreni e quindi anche nelle falde acquifere. La decomposizione delle materie organiche in ambiente sigillato anziché all’aria aperta, inoltre, evita la dispersione in atmosfera di grosse quantità di metano, uno dei gas maggiormente responsabili dell’effetto serra. Il digestato è un buon concime naturale e un ottimo sostituto dei fertilizzanti chimici. Da ultimo, l’anidride carbonica prodotta sia dalla fermentazione che dalla combustione delle biomasse è pari esattamente a quella consumata dalle piante e dagli animali nel corso della loro vita: il bilancio tra assorbimento ed emissione di CO2 è quindi in pareggio, cosa che non avviene, chiaramente, se a essere bruciati sono combustibili fossili.

Ok, sin qui tutto bene. Ma allora perché ogni volta che viene annunciata la realizzazione di un nuovo impianto a biomasse scoppiano polemiche e proteste? Siamo davvero sicuri che non ci siano rischi per l’ambiente e le persone?

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