Magazine

piazze storiche, piazze [con]temporanee

di Elena Ramilli

Pubblicato il

indexLa piazza storica rappresenta da sempre il luogo dello scambio, simbolo della collettività che si riunisce e delle funzioni pubbliche. In Occidente, in particolar modo, costituiscono «il nucleo spaziale ove si realizza l’intersezione di storia civile, movimenti culturali, tendenze artistiche, cultura materiale, immaginazione collettiva, proiezioni simboliche, ritualità consolidate, tradizioni popolari e consuetudini comportamentali». *

La piazza è lo spazio principe dell’architettura della città, in cui si intersecano diversi sistemi urbani. Perciò ogni architetto, di ogni epoca, si confronta con questo spazio, dandone la propria lettura e creando nuove piazze che negli anni, seppur mantenendo il loro significato ancestrale, si evolvono insieme alla città.

Talvolta le piazze sono progettate nei particolari; talvolta soltanto ritagliate a posteriori nel tessuto viario. Si pensi al Campo dei Miracoli di Pisa, in cui tutto è stato studiato nel dettaglio: il suo impianto triangolare in relazione ai segni astrologici, la localizzazione precisa del Battistero, della Torre, della Cattedrale e successivamente del Camposanto. Si pensi pure alla piazza del Campo di Siena, in cui la figura della piazza è ricavata a posteriori. Due luoghi estremamente diversi, assolventi la stessa funzione primordiale.

Camillo Sitte definisce la piazza come una lenta costruzione collettiva: il risultato di diversi apporti individuali, una stratificazione di linguaggi differenti. Le città italiane confermano questa affermazione, nella consapevolezza che la funzione della piazza oggi è svolta da un nuovo spazio: il centro commerciale. Non è una novità l’attrazione generata dal luogo degli acquisti: si pensi alla centralità che i mercati traianei avevano nella Roma antica, con forme e significati urbani differenti.
Con tutta probabilità, ancor più problematici dei centri commerciali sono i moderni outlet, che si sviluppano nelle periferie, e ripropongono veri e propri pezzi di città scontrandosi con il problema di ricreare un’identità dello spazio.

Nascono così nuove piazze per la collettività che spesso ripropongono le forme della città storica, rimanendo sospese in un’aurea di artificialità fredda e sinistra. Piazze che con il calar del sole si spopolano, vissute solo il tempo necessario per soddisfare la voglia di acquisti. Piccole città ideali e perfetti palazzi griffati, dotati di un appeal estetico accattivante incollato a luoghi anonimi, programmati secondo le logiche della vendita.
Per fugare l’effetto Disneyland, una riflessione sulle piazze contemporanee è d’obbligo, sia per chi le progetta, sia per chi le vive.
L’architetto ha la responsabilità di ripensare la piazza contemporanea, che oggi non ha ancora trovato le sue peculiarità; il cittadino ha il potere di scegliere e vivere il luogo che più gli appartiene, indirizzando in questo modo le nuove architetture urbane.

 

*cfr. C. Dardi, Place d’Italie, in “Agorà”, n.1, Roma 1987

Diffondi lo spirito Millennial:

3 commenti per “piazze storiche, piazze [con]temporanee

  • Lorenzo Sarti ha detto:

    Complimenti per l’articolo, hai toccato un bell’argomento parlando delle “nuove piazze”, una cosa particolarmente sentita nelle città contemporanee.
    Quello che secondo me sarebbe importante tenere come capo saldo per la nostra cultura, soprattutto quella europea, è la reale funzione della piazza in se come luogo di aggregazione non estemporaneo. Una piazza caratterizza la città stessa e chi ci abita, concentra al suo interno potere e gioco, non può essere solo un luogo di speculazione economica durante i saldi. Io da architetto mi rifiuto di pensare che le nuove piazze seguano il concetto americano di centro commerciale stile Las Vegas; una cosa bellissima negli Stati Uniti ma da mal di pancia in Italia.
    Il nostro paese è talmente ricco di spazi e luoghi centrali alle città, bisognosi di riqualificazione, che pensare di costruire le nuove piazze all’esterno sarebbe una bestemmia. In sostanza, secondo me, non esiste un concetto di piazza contemporanea come luogo che si dissocia dalla città; sono due temi imprescindibili, almeno qui in Italia.

  • Leonardo Nini ha detto:

    Anch’io ti faccio i miei complimenti, e ti comunico il mio apprezzamento per la scelta della tematica. Una riflessione che mi sorge spontanea, da affiancare a quella dei centri commerciali come “nuove piazze”, è quella riguardante i nuovi punti d’incontro “virtuali” (forum, blogs, social networks) che paiono aver sostituito i luoghi d’incontro “fisici” tipici del passato. Certo, la maggiore facilità di comunicazione di cui disponiamo oggigiorno può anche favorire l’organizzazione di incontri faccia a faccia, ma può anche incentivare la sedentarietà e la pigrizia. La scelta rimane fondamentalmente nostra.

  • Federico Sesamo ha detto:

    Intanto ringrazio l’autrice di questo ottimo articolo per il riferimento al mio post. Se posso aggiungere elementi direi che è obbligatorio un riferimento al caso recente del Ponte Vecchio di Firenze, privatizzato per un evento esclusivo.
    In quanto spazio pubblico in generale è sintomatico a mio avviso della tendenza alla chiusura, alla selezione dei fruitori dello spazio, elementi tipici di spazi ‘pubblici’ controllati e gestiti dal privato, come nel caso dei centri commerciali.
    Per le piazze contemporanee quindi è bene garantire la fruizione il più possibile libera, permettere il gioco dei bambini o lo svolgersi di manifestazioni, tutto ciò che alimenta partecipazione e condivisione.

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: