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Cambogia e Vietnam: diario di un sogno

di Manuela Gualtieri

Pubblicato il

Vietnam

Sono a Siem Reap, Cambogia.  Nulla nel sud-est asiatico supera, in bellezza e imponenza, i templi di Angkor, la ricca eredità dell’impero Khmer, rimasti per molti secoli in balìa della giungla.

cambogia-tempioangkorMi procuro un pass con foto ed entro nel sito archeologico patrimonio dell’Unesco. Non credo ai miei occhi: è un sorprendente connubio di simmetria e spiritualità,  grandioso esempio di devozione agli dèi. Il più maestoso dei templi è Angkor Tom e visitare il Bayon a dorso di elefante è un’esperienza unica: restano ignoti funzione e simbolismo, ma sembra perfetto per un monumento il cui emblema è un volto dal sorriso enigmatico. Queste enormi teste guardano i visitatori da ogni angolo, trasmettendo una sensazione di potere e controllo. Sotto un sole cocente, arrivo alla “terrazza del Re Lebbroso”: è una piattaforma di circa sette metri, sulla quale si erge una statua nuda. Secondo la leggenda, almeno due re di Angkor si ammalarono e quindi quest’imponente struttura potrebbe raffigurare uno dei due. Secondo un’altra teoria la statua raffigurerebbe Yama, Dio della Morte, e proprio qui sarebbe stato collocato il crematorio reale. A fianco, “la terrazza degli elefanti”, gigantesca tribuna per assistere alle cerimonie pubbliche. Da quest’altezza riesco a immaginare lo sfarzo e la grandiosità dell’impero Khmer, nel suo momento di massimo splendore.

Lascio Siem Reap e mi dirigo verso Battambang. Quattro ore per percorrere poco meno di duecento chilometri: un autobus diroccato, canzoni in khmer a ripetizione, una strada senza confini e un conducente con un senso dell’orientamento un po’ confuso. Quaranta gradi all’ombra, senza aria condizionata: raggiungere questa cittadina di provincia non è propriamente facile. Ma anche stavolta ne vale la pena. Battambang è conosciuta per il bamboo train, ma soprattutto qui è possibile vedere ancora tutto il passato coloniale di questo paese, con i suoi palazzi in stile e il lungofiume dall’aspetto un po’ decadente.

Mi rimetto in viaggio, stavolta verso la regina della Cambogia, la capitale: percorro “l’antica Via Reale”, attraversando un ponte incredibile, fatto costruire da Jayavarman VII otto secoli fa. È lungo settantasette metri e sorvegliato da temibili naga, perso in un labirinto di piste per carri trainati da buoi. Lungo una strada di terra rossa mi aspetta Sanbor Prei Kuk: un tempo chiamata Isanapura, era la capitale dei Chenla. L’atmosfera del luogo è calma e serena. Decine di bambini ti seguono portando sul braccio sciarpine che vendono per un dollaro. Sono così dolci che vorresti dare a tutti qualcosa.

Arrivo a Phnom Penh, dove si incontrano il passato e il presente dell’Asia: una città fatta di povertà e di eccessi esasperati, ma che ammalia. La zona che costeggia il “fiume marrone”, con palme ondeggianti e bandiere al vento, è una delle più affascinanti di questa parte di mondo: il Museo Nazionale, il Mercato Centrale, capolavoro Art Deco, la Pagoda d’Argento nel Palazzo Reale e la collina del Wat Phon, dove, per un dollaro, puoi fare volare via un uccellino dalla sua gabbia, esprimendo un desiderio.

Ciao, Cambogia! Eccomi in Vietnam.

HanoiSe la Cambogia è quasi immobile, il Vietnam corre disperatamente e cerca di dimenticare. È un paese in grande ascesa.  Arrivo ad Hanoi, la capitale: più piccola, più tranquilla, più verde e più austera di Ho Chi Minh, ricorda in qualche modo una città della provincia francese. Le strade si animano di vita (e sfortunatamente di traffico), i venditori ambulanti sbucano dappertutto, i negozi espongono direttamente le merci sui marciapiedi.

A qualche chilometro di distanza, mi trovo immersa in uno scenario sorprendente: la baia di Halong. Una meraviglia incontaminata in mezzo al mare, con più di 3000 faraglioni e isole. Il paesaggio marino surreale è stato dichiarato patrimonio dell’umanità. Il nome significa “luogo dove il drago si è inabissato nel mare” e nasce da una leggenda:  si narra che questo animale fantastico abbia creato la baia e le isole dimenando la sua coda. Si dice anche che una mitica creatura marina, il Tarasco, frequenti le acque della baia.

Assaporo la magica atmosfera del Delta del Mekong: il paesaggio è affascinante e mi scorre davanti agli occhi come un film. Case Halong-Baygalleggianti, palafitte che affiorano sulle rive del fiume, alberi completamente sommersi dall’acqua, barche con gli occhi dipinti sulla parte anteriore. La vegetazione si rispecchia sul fiume ed è davvero uno spettacolo. Palme, banani, ogni tanto una casa, dei bambini che tornano da scuola in bici.

Ultima tappa: Dien Bien Phu, che si trova a 420 km da Hanoi, nella vallata a forma di cuore Muong Thang, vicino al confine con il Laos. È uno dei luoghi più remoti del Vietnam: circondata da una fitta foresta, la zona è abitata da alcune tribù autoctone, come i Tai e i Hmong. Fu il teatro di una battaglia decisiva: nel 1954 le truppe dei Viet Minh sconfissero la guarnigione francese dopo un assedio di 57 giorni, costringendo il governo francese ad abbandonare i suoi propositi di ristabilire un dominio coloniale sull’Indocina.

Chiudo qui il mio diario, ringraziando quei lettori che hanno avuto la pazienza di accompagnarmi in questo viaggio ancora-da-fare. Siamo rimasti a bocca aperta di fronte alla sontuosità di Angkor Wat, alla natura rigogliosa e intatta, alla forza di chi non ha dimenticato la guerra civile ma sta cercando orgogliosamente di risollevarsi. Abbiamo attraversato il “fiume marrone” Mekong, passando dal cielo grigio e il traffico di città come Hanoi al fascino della Baia di Halong.

Cambogia e Vietnam: un giorno ci vedremo. «Per quella percezione di gentilezza, amabilità, garbo e delicatezza che ritrovi indistintamente nelle persone, nel cibo, nei luoghi ed in tutto ciò che ti circonda».

Lost in una bellezza struggente: o almeno così l’immagino.

Cambogia

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