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Campanilismo per tutti e la fine dei micro enti locali

di Francesco Campana

Pubblicato il

imagesValutare oggettivamente un tratto culturale come il campanilismo non è affatto semplice. Geert Hofstede utilizzerebbe il suo modello delle cinque dimensioni culturali e probabilmente comporrebbe un indice funzione dell’individualismo e della distanza dal potere[1]. Valutiamo se la frammentazione degli enti locali sia espressione di campanilismo – che, secondo il luogo comune, è un tratto culturale tipico del Belpaese.

Un indice grezzo ma di facile comprensione si può calcolare dividendo la popolazione di ogni stato per il numero di enti locali di livello inferiore (municipalities), quelli che in Italia si chiamano comuni. In questo modo le metropoli contano per uno, si perdono le informazioni statistiche di distribuzione e si paragonano nazioni con popolazioni molto differenti, ma ci si fa un’idea di quanto sono “piccoli” gli enti locali. Non è proprio immediato recuperare i numeri: ogni stato ha un proprio ordinamento e il termine municipalities si declina in molte forme. Nel grafico riporto la classifica Europea per i paesi di cui ho trovato i dati.

 

Media abitanti per comune

Media abitanti per comune

Se riconduciamo a campanilismo la tendenza ad amministrare in maniera capillare gli enti locali – tendenza che porta a mantenere in vita anche comuni con meno di 500 abitanti[2] – allora in Europa c’è chi è più ostinato di noi.

Si obietterà che la capillarità degli enti locali è un valore che garantisce l’autonomia delle comunità, ma il periodo di ristrettezze economiche ha messo in discussione questo modello. Si parla di fusioni fra comuni – negli ultimi 24 mesi un boom di proposte – e accorpamenti o eliminazione di provincie; iniziative promosse dai piani alti che talvolta raccolgono consensi, ma che raramente si concretizzano. Ad esempio, gli otto comuni dell’isola d’Elba hanno recentemente espresso un secco no (60%) a riunirsi in un unico comune e i naufragi dei processi di fusione sono presi in seria considerazione da chi li intraprende.

Gli enti locali, stretti dal patto di stabilità, sono sicuramenti spinti all’aggregazione dalla riduzione dei fondi, ma sono altri i benefici che si perseguono in queste iniziative. Espressioni come “economie di scala”, “assumere personale specializzato” e “ottimizzazione della spesa pubblica”, sono ritornelli frequenti a sostegno delle fusioni.  Sono molte le motivazioni di ordine organizzativo e amministrativo che delineano un orizzonte costellato di fusioni e accorpamenti, ma è opinione di chi scrive che l’organizzazione non è una virtù[3], ma uno strumento a servizio della collettività.

Tutti auspicano una pubblica amministrazione più efficiente anche a livello degli enti locali, ma chi si batte contro questo fenomeno insiste su diversi fattori.

Spesso accorpamento viene ricondotto ad accentramento e conseguente perdita di autonomia locale.

L’attenzione ai singoli individui e alle peculiarità di ciascun territorio rischia di indebolirsi e di accrescere il divario fra singolo cittadino e amministrazione del proprio territorio.

Tuttavia se i micro comuni non sono più economicamente sostenibili nel lungo periodo, questo processo di aggregazione non può rappresentare un alibi che ci sottrae dal farci carico del partecipare attivamente alla vita della collettività. Se il campanilismo imparerà a ritagliarsi il proprio spazio fra derby sportivi e competizioni di quartiere, sarà più facile intraprendere quelle sinergie necessarie al mantenimento della nostra società.


[1] Negli anni ’60 Geert Hofstede ha condotto una ricerca su oltre 117 000 dipendenti di IBM di tutto il mondo e ha proposto un modello di valutazione dei tratti culturali di ciascun popolo basato su cinque dimensioni: la prima valuta quanto gli individui si percepiscono lontani dal potere, la seconda l’individualismo, la terza la tendenza ad evitare l’incertezza, la quarta la mascolinità o la femminilità e la quinta l’orientamento al lungo periodo. Vale la pena di approfondire.

[2] Nel 2009 in Italia erano 832 (ISTAT)

[3] Sicuramente non è un tratto dello stereotipo italiano.

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