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Terra Nostra

di Sara Pasini

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8656475203_de225ef1c0_zAbdul è un muratore e porta i baffi neri, scurissimi. Mi dice:
– Così li portava mio padre. E suo padre prima di lui. Segno di forza.
Parla volentieri di sé, mentre pittura gli infissi della mia casa in ristrutturazione.
Abdul è nato in Marocco e dice che tramonti migliori di quelli  che vedeva da fanciullo non esistono da nessuna parte.

– Ti manca casa tua?

– Tantissimo, ma con la nostalgia non si mangia. Io sono un uomo fortunato, ho due case, ho due madri: una è l’Italia, l’altra è il Marocco.

Sembra sincero, lo si legge dagli occhi.

Ho ragionato a lungo su quella frase.
Fin dalle elementari, i sussidiari e le maestre mi hanno insegnato ad essere un cittadino del mondo, a voler bene ai miei amici, a prescindere dal loro paese di provenienza.
Più tardi ho scoperto che quell’enorme concetto posso riassumerlo in un’unica parola, il cosmopolitismo: ho lottato per farmi delle esperienze, svincolandomi dall’abbraccio dei genitori e planare su nazioni diverse, lontano dal nido materno. Chissà perché, però, le lasagne di mamma rimangono sempre le migliori del mondo!

Ho frequentato il liceo in una cittadina situata a neanche venti chilometri da casa: il primo giorno di scuola i miei compagni mi hanno chiesto:
-Dove abiti?
-Nel comune di Borghi.

Qualche mese dopo sono andato a trovare dei parenti in provincia di Napoli. Quando il processo di socializzazione sembrava essere a buon punto, dei ragazzi mi dicono che l’accento non è quello locale, e chiedono:
-Dove abiti?
-In Emilia Romagna.

Per Natale ho fatto un viaggio a Londra. Ho conosciuto un anziano molto simpatico, che vendeva giornali e riviste in un

chiosco della metropolitana. Gli ho chiesto informazioni su alcune fermate, e subito lui:
-Dove abiti?

-In Italia.

È facile notare come più ci si allontana dal proprio rifugio domestico e più si tende a globalizzare, a generalizzare, ad estendere il proprio occhio nostalgico verso confini via via più sfuocati. Eppure, nonostante ciò, ci sarà sempre quell’unico posticino, un angolo di mondo sperduto, che non trova spazio nella cartina geografica, che racchiude in sé la voglia di adoperarsi per il bene del territorio, dove persino l’aria che si respira ha un sapore diverso, in cui c’è qualcosa che fa innamorare e induce sempre al ritorno, qualcosa che cela in sé un filo indelebile, un collegamento spirituale che resiste a distanza di chilometri e di anni e può essere considerata un’appendice dell’anima. Tutti hanno una propria Trieste, come lo era per Saba. Tutti, nessuno escluso.

I giovani, però, ormai sono costretti a vivere con la valigia pronta sotto al letto, in perenne attesa e allerta per un lavoro, neanche fossero i primi nomi nelle liste d’attesa per un trapianto di organi. Sono disposti a trasferirsi chissà dove per un impiego che permetta loro di sopravvivere, perché casa loro, la loro Italia, resta apparentemente un deserto economico inospitale, ostile, assolutamente inadatto all’incremento della realizzazione individuale e della civiltà in senso lato.

E allora, proprio quando la pioggia battente, che potremmo raffigurare come l’odierna crisi, invade goccia dopo goccia anche gli anfratti più sicuri e stabili, a vincere è la molle chiocciola, che però, con fatica, trascina ogni giorno sulle  spalle la propria dimora, non curandosi troppo che essa stazioni su un cavolo cappuccio piuttosto che su di una pianta di lattuga.

In poche parole: si indossino scarpe comode e ci si ricordi dell’ombrello, perché casa può essere ancora lontana.

 

 

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