Magazine

Operazione Mirror: in Romagna è guerra alle mafie

di Luca Rasponi

Pubblicato il

In Romagna è guerra aperta alle mafie. Non fossero bastate le operazioni Criminal Minds, Vulcano e Vulcano II, Staffa e la serie Decollo – solo per citare le più note – due giorni fa i Carabinieri di Rimini hanno presentato in conferenza stampa i risultati dell’operazione Mirror. Che dipinge un quadro allarmante, fatto di numeri spaventosi e di una certezza ormai acquisita: il radicamento, non la semplice infiltrazione, delle mafie nel territorio romagnolo.

Pochi mesi fa si era conclusa l’operazione Vulcano II, con cui la Dda di Bologna aveva portato alla luce il sistema criminale del clan camorrista dei Vallefuoco. Come spiega molto bene il Gruppo Antimafia Pio La Torre, quello dei Vallefuoco era un sistema collaudato: dietro l’agenzia di recupero crediti Ises (con sede a Rimini, San Marino e Castelfranco Emilia), infatti, il clan portava avanti un’attività estorsiva e di usura nei confronti degli imprenditori locali, che nella quasi totalità dei casi non denunciavano le minacce e le ritorsioni subite.

I proventi dell’attività illegale servivano a finanziare vari locali in gestione ad altrettanti esponenti del clan, tra cui il Tarabacco di Villa Verucchio (Rimini). Il clan, con interessi anche nel settore delle bische clandestine, aveva allungato i tentacoli del proprio potere fino alla Toscana, causando il fallimento dell’azienda Himo srl (Firenze) per poi utilizzarla per frodi e truffe.

Un modus operandi di fatto replicato dal gruppo criminale al centro dell’operazione Mirror, capeggiato dal romano Mario Cavaliere (56 anni), residente a Santarcangelo di Romagna (Rimini). Cavaliere, noto come “zio Mario”, si avvaleva di un gruppo di sette uomini per portare avanti la sua attività criminale, proliferata nel vuoto lasciato dal clan Vallefuoco e scoperta dai Carabinieri di Rimini con indagini cominciate nel novembre 2011.

Il clan di “zio Mario” era solito avvicinare imprenditori locali offrendo protezione in cambio del pagamento del pizzo, secondo uno schema tipicamente mafioso, oppure proponendosi come partner in affari per le aziende in difficoltà. In caso di rifiuto, come dimostrano le cinque circostanze documentate nell’inchiesta, il malcapitato di turno era sottoposto a minacce e violenze, fino al pestaggio in piena regola, anche all’aperto e alla luce del giorno.

Ma spesso, come ha scritto Andrea Rossini sul Corriere di Romagna di martedì 30 aprile, le minacce erano più che sufficienti ad ottenere l’effetto sperato: l’imprenditore riminese Alfredo Nardini (57 anni) era a tal punto nelle mani del clan da pregare in lacrime un collega ravennate di pagare in silenzio i mafiosi, divenendo di fatto loro complice – concorso in estorsione – nel perpetuare il sistema criminale incoraggiando all’omertà.

L’operazione Mirror ha condotto all’arresto di venti persone (di cui nove in carcere) con le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina, detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, intestazioni fittizie, riciclaggio e ricettazione. Sequestrati beni per oltre 5 milioni di euro tra auto, moto, conti correnti (circa 40), cassette di sicurezza e quote societarie (18 in tutta Italia), mentre i sigilli sono stati posti a tre locali della Provincia: gli storici night club Lady Godiva (Rimini) e La Perla (Riccione) e il bar-internet point Golden Nugget (Bellaria-Igea Marina).

Come nelle precedenti operazioni riguardanti la Riviera, anche in questo caso si è rivelata decisiva per l’attività del clan la presenza di colletti bianchi interni all’organizzazione e professionisti locali ad essa conniventi. L’anconetano Lamberto Ausili (59 anni) con la sua società riminese di articoli elettronici offriva una copertura all’attività criminosa del gruppo e un punto di appoggio logistico, teatro tra l’altro di almeno uno dei pestaggi citati. D’altro canto, un noto avvocato riminese, avvicinato dalla banda per alcune consulenze in merito a intestazioni fittizie di società a prestanome, è stato interdetto per due mesi dall’esercizio della professione.

Un’attività, quella del gruppo criminale di “zio Mario” Cavaliere, fruttuosa e radicata sul territorio al punto da permettere a tre scagnozzi del capo – Massimiliano Romaniello (39 anni, Napoli), Giuseppe Ripoli (35 anni, Matera) e Stefano Zavanaiu (40 anni, Sassari) – di “mettersi in proprio”, sottraendo i due night club citati in precedenza al controllo del boss rivale Francesco D’Agostino (53 anni, già coinvolto nell’operazione Vulcano), considerato il “vecchio” da eliminare per far spazio al “nuovo” rappresentato dagli uomini di Cavaliere.

Poco conta che le due parti abbiano poi raggiunto un’intesa, permettendo tra l’altro a D’Agostino di continuare a sfruttare La Perla per la sua attività di riciclaggio, con stratagemmi come l’utilizzo di un pos appartenente a un locale connivente. Di fatto, ormai, il night club riccionese era comunque uscito dal circuito dell’economia legale, per finire nelle mani degli agenti di quel cancro mafioso che ha da tempo infettato anche la Riviera romagnola.

Presentando il suo ultimo libro al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, sabato scorso Roberto Saviano ha ripetuto come di consueto quello che può considerarsi il mantra fondamentale del suo pensiero: non credete che queste storie appartengano a un mondo lontano, a una zona dell’Italia che non vi riguarda, perché in qualche modo vi coinvolgono direttamente.

Parole che potevano considerarsi profetiche qualche anno fa, ma che ora fotografano semplicemente una realtà di per sé evidente. Da tempo le mafie non sono più alle porte della Romagna, ma al sicuro dentro l’uscio, dietro le nostre spalle, in casa nostra. Non c’è altro modo se vogliamo difendere la nostra terra: è ora di reagire.

Diffondi lo spirito Millennial:

2 commenti per “Operazione Mirror: in Romagna è guerra alle mafie

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: