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Ultima chiamata da Haiti

di Filippo Urbini

Pubblicato il

haiti_drammaIl 12 Gennaio 2010 alle 12.53 un terremoto di magnitudo 7 colpisce lo Stato caraibico di Haiti con epicentro la zona sud-ovest della città di Port-au-Prince. Dai dati forniti dalle Nazioni Unite risultano coinvolte circa 4.000.000 di persone, pari ai 2/3 della popolazione, delle quali 230.000 hanno perso la vita e circa 300.000 sono rimaste ferite. Le infrastrutture ne escono gravemente colpite con l’interruzione delle linee elettriche, della rete di rifornimento idrico e dei sistemi di comunicazione.

A tre anni dal sisma non sono state fornite cifre certe sul numero di vittime, ma bisogna fare i conti con un numero di sfollati superiore ai 2.000.000 di persone tra cui 302.000 bambini, che stanno vivendo nelle bidonville sorte spontaneamente attorno alle aree maggiormente colpite dal sisma. L’ufficio di coordinamento per le emergenze umanitarie dell’Onu ha calcolato che  dopo il terremoto 604.000 persone hanno lasciato Port-au-Prince e circa 160.000 si sono spostate verso le aree di confine con la Repubblica Domenicana.

 Le abitazioni civili completamente distrutte sono circa 105.000 a cui si aggiungono il 60% delle infrastrutture governative, compreso il Palazzo Presidenziale, il comando centrale di polizia ed altre strutture amministrative ed economiche. Il terremoto ha colpito il 23% di tutte le scuole di Haiti, che non sono più state riaperte, andando ad aggravare una situazione di partenza già negativa in cui solo il 50% dei bambini poteva accedere alle scuole primarie – essendo Haiti l’unico Paese dell’America Latina in cui l’istruzione non è gratuita. Più della metà dei 49 ospedali delle tre regioni interessate dal sisma  sono stati colpiti: 8 sono stati interamente distrutti e 22 seriamente danneggiati. Il valore totale delle perdite e dei danni causati dal terremoto  è stimata attorno ai 7,8 miliardi di dollari, cifra che equivale a più del 120% del Pil 2009 del Paese. Il terremoto ha ridotto il Pil di Haiti del 70%.

Le sofferenze tuttavia non sono finite con il terremoto. Nel 2012 il passaggio degli uragani Isaac Sandy ha portato allo straripamento di fiumi e fogne, che hanno inondato di fango e detriti le città e gli slum limitrofi favorendo il diffondersi di un’epidemia di colera . Nel corso del 2012, secondo  Medici senza frontiere, le persone infettate nelle zone di Port-au-Prince e Léogâne sono state 22.900, situazione aggravata dal fatto che il 31% della popolazione non ha accesso ad acqua potabile e vive in condizioni igenico-sanitarie che favoriscono la diffusione del male. Basti pensare che il batterio del colera si trova nelle feci umane: di conseguenza, la scarsità di bagni chimici nei campi dove vivono gli sfollati accelera la diffusione del morbo.

Dal 2010 ad oggi sono confluiti ad Haiti più di 7,5 miliardi di dollari con il conseguente rischio, sollevato da vari osservatori, di rendere lo Stato totalmente dipendente da Paesi terzi, inaugurando una nuova forma di neocolonialismo. Andrea Corallo nel libro Haiti non muore lancia un grido d’allarme sull’uso distorto dei finanziamenti esteri che di fatto non generano alcun circolo virtuoso, ma rientrano laddove sono arrivati, ovvero Europa e Stati Uniti. Preoccupazioni confermate dalla responsabile del dipartimento del Programma di sviluppo dell’Onu Jessica Faieta, che ha sollevato non poche perplessità sulla gestione dei finanziamenti e sulla loro effettiva utilità per la popolazione haitiana.

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Secondo un’inchiesta condotta dall’AP National Writer, approfondita anche dal Center for the Economic Policy Research, nel corso del 2010 per ogni 100 dollari spesi per la ricostruzione, solo 1,60 dollari sono andati a società haitiane. Dei 1.490 contratti sottoscritti nel 2010, solo 23 sono stati conclusi con società del luogo. Questo non significa che vi sia una totale mancanza di partecipazione alla ricostruzione da parte della popolazione haitiana, tuttavia lo scarso incentivo dato alle poche realtà economico-produttive sopravvissute al sisma rischia di aumentare la dipendenza di questo Paese ai sussidi esteri, producendo effetti contrari a quelli auspicati.

Tuttavia, in questo Paese in cui tutto sembra andare storto, è possibile ancora raccontare storie di rinascita e speranza, come i progetti portati avanti dalla Fondazione Francesca Rava (costruzione di ospedali e orfanotrofi) o i progetti educativi per la formazione professionale di panettieri, promossi sempre dalla Fondazione Rava insieme al Comitato Haiti Confindustria-Cgil Cisl e Uil.

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