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Perché donare sangue può essere un gesto “politico”

di Leonardo Nini

Pubblicato il

Ogni qualvolta si sente parlare di tagli alla spesa pubblica in settori quali sanità, amministrazione ed istruzione, tutti noi percepiamo un rischio per i nostri diritti e benefici. Questo articolo ha il proposito di illustrare un caso nel quale la salute pubblica dipende direttamente dalle semplici azioni di “ordinari” cittadini: il caso dell’offerta di sangue. Il sangue, intero o separato nelle sue componenti, è un “prodotto” necessario per un gran numero di operazioni cliniche e può tuttora essere ottenuto solo da persone che scelgono di donare il proprio.

I numeri del fenomeno

Gettando uno sguardo alle statistiche del nostro paese, secondo i dati AVIS[1] in Italia il fabbisogno giornaliero si attesta intorno alle 10000 donazioni, il che corrisponde a circa 3,5 milioni di donazioni all’anno. Nel 2011, le donazioni volontariamente raccolte sono state 3,1 milioni, grazie all’opera delle 4 principali associazioni di donatori di sangue:   Avis, Croce Rossa, Fidas e Fratres.

 Tuttavia, sul territorio nazionale la percentuale di donatori rimane tuttora contenuta, attestandosi intorno al 4% della popolazione. Forte inoltre la disparità nella distribuzione geografica delle donazioni: gran parte delle stesse vengono raccolte in 4 regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte), le quali superano le 200000 donazioni all’anno. Nel complesso, il fabbisogno in crescita (2-3% annuo) renderebbe necessario un corrispondente aumento del numero nel numero di volontari.

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Allargando alla sguardo alla situazione europea ed affidandosi ai dati WHO (World Health Organization)[2], l’Europa occidentale è fra le regioni del mondo con la più elevata percentuale di donazioni di sangue in rapporto alla popolazione: tale statistica, pur avendo subito una leggera contrazione, registra livelli significativi, passando dalle circa 5 donazioni ogni 1000 abitanti dell’Armenia alle oltre 64 di Germania e Danimarca.

Confrontando tali dati con la reale necessità di sangue, che, sempre secondo gli studi WHO, si attesta in media attorno alle 20-25 donazioni per ogni 1000 abitanti (variando tuttavia a seconda del tipo di patologie diffuse nel paese in esame e dalle tecnologie a disposizione dei centri di raccolta del sangue), scopriamo che, in Europa, 14 paesi rimangono tuttora al di sotto di tale soglia, con una percentuale di donatori effettivi ancora inferiore al 10% dei donatori potenziali.

La percentuale di donazioni volontarie e gratuite è poi uno dei fiori all’occhiello del nostro continente: ben 30 paesi Europei hanno superato la soglia del 90% di donazioni non remunerate, dei quali 27 raggiungono percentuali superiori al 99%. La situazione rimane tuttavia problematica in diversi paesi del sud-est europeo, ove tuttora il 25-30% circa delle donazioni proviene da parenti e consanguinei. Tali donazioni, tuttavia, risultano in media più esposte al rischio di infezioni quali HIV, Epatite B e C o Sifilide. In diversi paesi, poi, la necessità di sangue ha spinto al rilassamento dei criteri di ammissibilità per i donatori, ed in particolare quello dell’età: nei casi più estremi, è possibile donare fin dai 15 anni (con il consenso dei genitori) fino ad oltre i 70.

Forti disparità emergono anche considerando a distribuzione globale delle donazioni: delle circa 92 milioni raccolte ogni anno, la metà provengono da paesi sviluppati, nei quali abita il 15% circa della popolazione mondiale. La media annuale di donazioni registrate negli 8000 centri di raccolta analizzati varia di fatti da 30000 donazioni circa per i paesi ad alto reddito pro-capite alle 3700 nei paesi più poveri.

Inoltre, la mediana del rapporto fra donazioni e numero di abitanti oscilla dalle 36,4 donazioni ogni 1000 abitanti dei paesi ricchi alle 11,6 del secondo e terzo mondo.Nei paesi a basso reddito pro-capite, solo il 53% delle donazioni può ricevere i controlli necessari.
who_blood_safety_factsheet_2011 2 Le donazioni volontarie sono fondamentali, in tutto il mondo, per soddisfare la necessità di sangue. L’assenza di volontari in questo campo, di fatti, comporta due diversi esiti: in parte del mondo “in via di sviluppo”  (circa 40 paesi) tuttora  la raccolta di sangue proviene per meno del 25%  da donazioni volontarie e non retribuite. In diversi casi, le donazioni vengono effettuate a pagamento (si tratta di 26 paesi per un totale di 800000 donazioni annue). In alternativa, qualora si verifichi la mancanza del sangue necessario a procedere ad un’operazione medico-chirurgica, gli stessi familiari o parenti intervengono a supplirne la necsessità. Tuttavia, ricordiamo, il sangue così ottenuto espone maggiormente al rischio di infezioni rispetto a quello raccolto da volontari, essendo questi ultimi quasi sempre individui a basso rischio.

L’importanza di un sistema di raccolta del sangue tramite donazioni (e i potenziali effetti positivi sulla salute dei donatori stessi) porta a chiedersi per quale motivo la percentuale di volontari sia ancor oggi, in diverse aree geografiche, così contenuta. Per quanto concerne l’Italia, da un recente sondaggio a cura del Ministero della Salute risulta che il 55,28% degli italiani non dona il sangue in quanto ritiene di non avere le informazioni “tecniche” necessarie a riguardo; il 69,23% è invece convinto che sia la diffusione mediatica di tale pratica a risultare insufficiente.
jovanotti1Proprio per far fronte a tali problematiche, la WHO, di concerto con l’International Federation of Red Cross and Red Crescent Societies, ha steso un programma, intitolato “Towards 100% Voluntary Blood donation”volto a stabilire un insieme di “linee guida” globali per la diffusione, in particolare nei paesi in via di sviluppo, della volontarietà delle donazioni di sangue. 

Ognuno di noi,  può quindi avere un ruolo fondamentale nel prendersi cura del “bene comune” ed in particolare nel garantire la salute dei cittadini, in primo luogo donando sangue regolarmente, ed in secondo luogo promuovendo la diffusione di tale pratica, facendo riflettere amici e parenti (ma non solo) sull’impatto positivo che una loro semplice azione può esercitare sulla salute di tutti.

 

 

 


[1] Avis, Bilancio sociale anno 2009

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