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Voto alle donne!

di Arianna Beccaletto

Pubblicato il

imagesCAF1Q1ZTAnalfabetismo, rapporti familiari oppressivi, lavori gravosi e posizioni svantaggiose a livello legislativo: queste le condizioni delle donne italiane al momento dell’Unità nel 1861. Donne in molti casi coraggiose, che avevano partecipato in prima persona alle iniziative insurrezionali, a cui però venivano negati numerosi diritti nella società del tempo.

Ne è prova il Codice del nuovo Stato italiano adottato ufficialmente nel 1865, che ereditò dalla precedente legislazione sabauda il principio dell’incapacità giuridica della donna a cui era connessa la tutela maritale, secondo la quale, ad esempio, era necessario l’assenso del marito per la donazione o ipoteca dei propri beni e per tutti gli atti che non rientravano nell’ordinaria amministrazione.

Con l’Unità d’Italia si alimentò il dibattito intellettuale per un miglioramento delle condizioni delle donne e una delle voci che più si fece sentire fu quella di Anna Maria Mozzoni, insegnante di filosofia morale a Milano che fin dalla giovinezza sposò la causa e collaborò con il movimento politico democratico-radicale e poi con quello socialista. Tra le sue prime iniziative la petizione diffusa per mezzo stampa nel 1877 in cui si proponeva il suffragio politico. La proposta non ebbe seguito in Parlamento, ma qualche anno dopo, nel 1890, arrivò una prima piccola vittoria per il genere femminile: l’approvazione delle legge che consentì l’ingresso delle donne nei Consigli di amministrazione delle varie istituzioni pubbliche di beneficenza.

KuliscioffNell’era giolittiana, nonostante l’ammissione delle donne al voto fosse ancora osteggiata dalla maggior parte della classe dirigente, grazie al neonato partito socialista (1892) furono approvate importanti norme in tema del lavoro femminile e della sua regolamentazione. Tra le file socialiste si distinse Anna Kuliscioff che si impegnò alla creazione dell’Unione femminile nazionale socialista. Nel 1912 il governo Giolitti adottò il cosiddetto “suffragio universale”: il diritto al voto fu esteso ai cittadini maschi di età superiore ai 21 anni, alfabeti o che avessero prestato servizio militare, e a tutti coloro che avessero compiuto 30, portando così l’elettorato a 8 milioni e mezzo di persone.

Durante la prima guerra mondiale le donne, impegnate a ricoprire i ruoli dei mariti chiamati al fronte, ottennero largo accesso al mercato del lavoro e una conseguente abolizione delle restrizioni nei loro confronti. Nel 1919 fu approvata la legge Sacchi, “Disposizione sulla capacità giuridica della donna”, che abolì l’autorizzazione maritale e ammise le donne a tutte le professioni e impieghi pubblici. Nello stesso anno la Camera iniziò a prendere in esame la legge Martini-Gasparotto, che voleva riconoscere alle donne il diritto di votare e di essere votate.

L’avvento del Fascismo però fece segnare un’inversione di tendenza: si ridusse pesantemente la presenza della donna nel mercato del lavoro (decreto del 1938: 10% quota massima di presenza femminile negli impieghi pubblici e privati) e si impose la centralità delle funzioni familiari e materne anche attraverso l’istituzione dell’Opera nazionale per la protezione della maternità e dell’infanzia (Onmi).

Durante il secondo conflitto mondiale furono numerose le donne coinvolte in prima persona nella Resistenza e il loro impegno si tradusse nella creazione di Gruppi di difesa della donna per l’assistenza ai combattenti della libertà (Gdd), appoggiati dai partiti di sinistra ma anche da formazioni politiche appartenenti al Comitato di liberazione nazionale (Cln). Nel 1944 le aderenti a questi Gruppi raggiungevano quasi il migliaio e promossero scioperi nelle fabbriche, azioni di sabotaggio e lotte contro la deportazione in Germania.

referendumNello stesso anno nacquero due importanti realtà per l’universo femminile, promosse rispettivamente dal Pci e dall’Azione Cattolica: l’Unione delle Donne Italiane (Udi) e il Centro Italiano Femminile (Cif). Entrambe si ponevano l’obiettivo di consolidare il ruolo attivo della donna nella politica e di migliorare le sue condizioni all’interno della società.

Sono datati 1 febbraio 1945 e 10 marzo 1946 i due decreti legislativi che concessero alle donne il diritto di votare e di candidarsi in prima persona. La prima tra le due misure legislative portò le donne al voto durante le elezioni comunali tenutesi in alcune regioni. Ma il vero “debutto” del suffragio universale femminile si ebbe in occasione del Referendum del 2 giugno 1946 indetto dalla Consulta nazionale in cui venne chiesto agli italiani di scegliere tra la monarchia e la repubblica.

Queste le parole scritte dalla giornalista Anna Garofalo nel raccontare quella giornata memorabile: «Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi nelle lunghe file dinanzi ai seggi. E le conversazioni che nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari».

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