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I rimedi della vecchia Romagna

di Giada Magnani

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Quando ancora il Medico era una figura rembrandt_anatomiaautorevole circondato da un’aurea bianca di sapienza, i contadini con le scarpe interrate e i vestiti rattoppati spesso non avevano neanche il tempo di andargli a fare visita. Inoltre il medico era una rarità, un ago in un pagliaio, e lo si consultava solo in casi estremi e di difficile guarigione.  Allora c’erano i rimedi della Medicina Popolare, quelli dal sapore folkloristico che si tramandavano di generazione in generazione, da una nonna artritica o un padre di famiglia scorbutico che si scervellavano per rimediare al male che sentivi. Sicuro è che alcuni di questi rimedi erano bizzarri e divertenti e mettevano a dura prova il curante o l’ammalato.

Per guarire da un’emicrania, oggi prenderemmo una pasticca di Viamaltest la sera, due bustine di Pensben a stomaco vuoto, faremmo un accertamento con la TAC, una risonanza magnetica e se questo non bastasse ci faremmo un elettroencefalogramma per monitorare l’attività cerebrale. Lanonna ‘zdoura romagnola ci avrebbe guardato storti, scosso la testa e con fare sicuro avrebbe recitato “conta e arconta, s’t’a t’la sfregh int la fronta la camisa dla bessa e’ mel ‘d testa e’ va vi”. ( Conta e riconta se te la sfreghi in fronte, la camicia della biscia (la pelle spoglia), l’emicrania scompare.)

E a proposito di camicie, per guarire dal male agli occhi bisognava farsi fare un segno della croce da chi era nato con la camicia. Se nessuno della famiglia era stato così fortunato, si andava a chiedere tra i vicini di casa chi fosse nato “s’la camisa dla Madona”, formata dal sacco amniotico, un segno di buon auspicio al nuovo nato, che in vita avrebbe avuto buona fortuna negli affari e lo scampo dai pericoli più temibili. La camicia miracolosa veniva anche fatta seccare e poi tagliuzzata per costruire amuleti, efficaci contro le affezioni della pelle. Per liberare invece il piccolo dagli elminti intestinali, si bruciavano piccole parti del cordone ombelicale dopo che fosse caduto.  Alla madre che invece aveva finito di allattare, per mandarle via il latte le si faceva mangiare l’insalata col prezzemolo, ma non prima di averle fatto guarire un mal d’orecchi. A chi infatti aveva un dolore all’orecchio vi si faceva spruzzare dentro il latte dalla mammella di una nutrice.

4435469-il-bambino-malato-e-a-lettoIl bimbo cresceva sano ma il vizio di farsi la pipì a letto era dietro la porta. Contro questo inconveniente bastava far ingerire, all’insaputa dell’incontinente, un intingolo di topi domestici. Se il povero bambino sopravviveva a quella gustosa bevanda, non poteva certo dormire sonni tranquilli benché asciutti. In caso di infezioni della pelle infatti, la nonna gli avrebbe posto sulla parte malata un sacchetto pieno di rospi che assorbivano l’umore del male e poi morivano liberando il malato. Per combattere le verminazioni c’era invece la cosiddetta “piombatura dei vermi”: al bambino in posizione supina veniva messa sulla pancia scoperta una bacinella d’acqua in cui si versava del piombo fuso. Raffreddandosi, sul fondo del recipiente il piombo assumeva forme strane nella quali si immaginavano esser vermi passati a miglior vita. A quel punto, terrificato da topi, rospi e vermi,è logico pensare che quel bambino crescesse terrorizzato dalla vista di qualsiasi cosa. Ci voleva un rimedio per la vista, niente da dire. Bastava un buco alle orecchie poichè si pensava che gli orecchini giovassero alla vista; e infatti fino a non molti anni fa si poteva incontrare per le campagne romagnole qualche vecchio contadino coi buchi alle orecchie.rospo-con-occhi-enormi1

Capitava che il bambino ormai adolescente fosse un po’troppo magro; se non erano vermi allora doveva trattarsi di rachitismo; in un pentolino si metteva dell’olio di oliva con delle furzeli, delle furficole (quegli insetti simpatici che chiamiamo “forbici”) catturate nei grappoli d’uva e poi si sfregava quella mistura sul corpo del bambino per dare un taglio netto a quella magrezza. La medicina, così come la vita, era scandita dalle stagioni: si raccoglieva la neve del primo venerdì di marzo e una volta sciolta, si conservava quell’acqua balsamica per guarire le scottature durante l’anno. Si rischiava quindi il raffreddore e così al primo starnuto del bambino raffreddato la mamma diceva “salute, sa’ Zvanin! Ch’u s’ingrenda e’ mi bambin” (salute san Giovannino! Che il mio bambino diventi grande!) scongiurando la malattia. Se questa invocazione non era efficace, si preparava un impacco caldissimo di farina di lino o di cenere calda e la si metteva sul petto. Ma il raffreddore non era temibile quanto la tosse, perché il contadino romagnolo avrebbe consigliato come cura efficace di ingerire bocconi di grasso di maiale. Per guarire poi dalla dissenteria il rimedio era quello di sedersi su un paiolo rovesciato.alim_cosamangia05

Quando una volta si stava male ci si poteva sbizzarrire nell’inventarsi rimedi, anche se in certi casi dopo una cura ci si ritrovava più malati di prima. La fantasia non mancava, ma se questa era in eccesso allora c’erano anche cure per la personalità. Chi aveva idee stravolte e fantasia alterata, poteva tornare a ragionare bevendosi cento uova (non tutte in una volta, per carità!) facendo l’elemosina di casa in casa. Alla ragazza tribolata in cerca d’amore era consigliata un’insalata con la rucola per sognare poi il ragazzo innamorato.

memoriacontadiniE per assicurarsi una lunga vita il Romagnolo accettava con gusto di bere un bicchiere di vino dopo i pasti; infatti per segnare una linea divisoria tra l’Emilia e la Romagna, Antonio Baldini suggeriva di scendere da Bologna verso Imola chiedendo da bere ad ogni casa: finché vi danno da bere acqua siete in Emilia, dove cominciano a darvi del vino siete in Romagna. Comunque fossero andate le cose il vero Romagnolo sapeva che la vita è dura, che con lavoro instancabile, un po’ di allegria, di salda morale e di coraggio si può tirare avanti una vita dignitosa. E sebbene fosse visto come aggressivo e burbero, il Romagnolo doc ha un cuore generoso e una forte voglia di stare bene perché:

“.. murì l’è un brot quel

l’è un brot cuntrat la vita, a met ment

uss j armet sempar e da dè t’si néd

fena a quel t’s-ciop, l’è tot un faliment

s’lè un crech, che vegna pu e puret

mo sora un piàt che sia un paier ‘d caplet”

Spallicci da “La zarladoura”

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Un commento per “I rimedi della vecchia Romagna

  • Anonimo ha detto:

    ricordo alla mia amica giada che ogni rimedio aveva anche delle controindicazioni ad esempio la piombatura (la quale elimina i vermi) faceva si che potevi morire annegato perche il piombo si sa pesa……… (non sto scherzando)..
    brava giada
    ci una brava burdela….

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