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Jack London: 2013, l’anno della peste scarlatta

di Davide Vichi

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La nostra società?
Sì, credo sia evidente che abbia contratto la malattia del consumismo, con tutto ciò che ne consegue. Inutile girarci intorno. Questa è la definizione della nostra società: società dei consumi. Complemento di specificazione che la caratterizza e, allo stesso tempo, male che la affligge.
Jack London affronta questo tema nel suo racconto La peste scarlatta: insiti negli uomini, quindi nelle società, vi sono il germe e la cura. Le due facce della stessa medaglia.

Il racconto dello scrittore californiano narra uno scenario post apocalittico documentato attraverso la voce del protagonista, uno dei pochi sopravvissuti alla peste scarlatta, appunto. L’uomo, che dà voce direttamente ai pensieri dell’autore, è un ex professore universitario che si presenta in questi termini:

«Ve l’ho detto, no, che noi della classe dirigente possedevamo tutta la terra, tutta la foresta, tutto? Ogni procacciatore di cibo che non avesse fatto il suo dovere, lo punivamo e lo costringevamo a morire di fame. Pochissimi osavano.[…] A quei tempi ero il professor Smith: il professor James Howard Smith».

Evidente come London non amasse particolarmente “la classe dirigente”. Eppure, è proprio un appartenente a quella stessa classe a sopravvivere alla peste, e non un “procacciatore di cibo”, utilizzando ancora una volta il lessico dell’autore. Questo particolare è comprensibile solo in seguito, ed è riconducibile non al prestigio sociale del protagonista, ma al fatto che il professore fosse un uomo di cultura, elemento dal quale London vorrebbe ripartire per fondare la nuova civiltà.

Il racconto apparve per la prima volta nel 1912, precisamente il 28 giugno, sul “London Magazine”. La storia narrata invece, nonostante sia fantascientifica, per noi “lettori del futuro” è alquanto attuale: infatti, l’autore riconduce l’avvento della peste e la conseguente distruzione dell’umanità ai primi giorni del 2013. Non una profezia paragonabile a quella Maya, ma più razionalmente una data che potesse rappresentare per lo scrittore un futuro remoto.
In quest’ottica è interessante notare quanto l’autore considerasse rapido lo sviluppo della futura  società dei consumi.

Nella sua narrazione, il professor Smith parla della città di San Francisco, dove abitava prima della peste. Contava quattro milioni di abitanti. Mentre in Europa, London immagina che nel 2000 vi siano già un miliardo e mezzo di persone. Stando all’ultimo dato del 2008, a San Francisco la popolazione è di circa sette milioni. Anche il dato che riguarda l’Europa sarebbe plausibile, ma London non fece i conti con le due guerre mondiali, che sterminarono milioni di persone. Infatti, la popolazione europea oggi si aggira sugli ottocento milioni. Da questo raffronto possiamo constatare che i dati non siano esattamente quelli reali, ma se più che i numeri, consideriamo gli ordini di grandezza, notiamo come sia evidente agli occhi dell’autore, sin dai primi stadi di sviluppo, la crescita demografica dell’attuale sistema socio-economico. Inoltre, se teniamo conto che la popolazione mondiale nel 1912 (quando l’autore scrive) è di due miliardi di persone, e consideriamo che London immagini che nel 2013, in soli cento anni, arrivi a contare otto miliardi di persone (dato molto aderente alla realtà: 7 Mld.), possiamo provare la consapevolezza dell’autore sulla rapidità dello sviluppo del sistema.

Probabilmente J. London aveva fatto una scommessa con se stesso inserendo nel suo racconto numeri così precisi, pur sapendo che non erano tanto quei dati a giudicare la veridicità dell’opera. La verità, quella universale, si concretizza nella sua visione d’insieme, oltre i semplici dati. La riflessione sulla società è più profonda e mira direttamente alla natura dell’uomo.

Così, verso la fine del racconto, nel desolante scenario di una città ritornata all’età della pietra a causa della peste scarlatta, il vecchio protagonista racconta la storia della nostra civiltà ormai defunta. La sera sta calando, e mentre i lupi si avvicinano al gregge di pecore, un paio di ragazzi quasi barbari – nipoti dei pochi altri scampati alla peste – stanno litigando immaginando di essere i capi della piccola tribù sopravvissuta. A questo punto vi è la chiusura del cerchio. Il filo che lega tutte le epoche che questo racconto abbraccia, diventa improvvisamente visibile. È la penna del Signor Jonh Griffith Chaney London che, forgiando parole di fuoco, riesce ad illuminarcelo:

«La polvere da sparo tornerà. Niente potrà impedirlo… la stessa vecchia storia si ripeterà. L’uomo si moltiplicherà e gli uomini combatteranno. La polvere da sparo permetterà agli uomini di uccidere milioni di uomini, e solo a questo prezzo, con il fuoco o con il sangue, si svilupperà, un giorno ancora lontanissimo, una nuova civiltà. A che pro? Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova. Sussisteranno soltanto la forza e la materia, in perenne mutamento, che a furia di agire e reagire realizzeranno i tre tipi eterni: il prete, il soldato e il re. Dalla bocca dei bambini esce la saggezza senza età. Ci sarà chi lotta, chi comanda e chi prega; e tutti gli altri faticheranno e soffriranno assai mentre sulle loro carcasse sanguinanti tornerà sempre e comunque a innalzarsi in eterno la bellezza stupefacente e la meraviglia incomparabile della civiltà».

Il libro è stato pubblicato nel 2009 dalla casa editrici Adelphi Editore, pp. 94, €9,00.

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