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La società del consumo: amare le cose e usare le persone

di Stefano Rasponi

Pubblicato il

«L’uomo è nato per amare le persone ed usare le cose, ed invece ama le cose e usa le persone».

Il mercato ha trasformato i soggetti in consumatori e li ha classificati in target di consumo: vengono immessi sul mercato prodotti che stimoleranno nelle persone nuove esigenze e li spingeranno a comprare altri oggetti per sentirsi più completi e appagati.

In queste dinamiche un ruolo fondamentale è quello della pubblicità che ha non soltanto lo scopo di presentare il prodotto ma anche quello di renderlo appetibile e raggiungibile da qualsiasi cittadino.

Acquistare non è allora solamente un esercizio pratico ma diventa un’azione a forte valore sociale: si compra per fare sfoggio di una certo status sociale e/o per paura di risultare inferiori agli altri. La rappresentazione di sé passa attraverso quello che si ha e non quello che si è.

Diversi studiosi dell’età postmoderna hanno definito i paesi sviluppati come società del consumo, all’interno delle quali l’oggetto acquista un valore inestimabile diventando indispensabile nella vita quotidiana delle persone. I valori del consumismo non si limitano ad influenzare il mercato ma attecchiscono anche nelle relazioni interpersonali e affettive, causando cambiamenti notevoli rispetto al passato.

Il matrimonio ad esempio è sempre più in crisi. Questa flessione è dovuta a cause multifattoriali tra le quali ha un ruolo importante il crescente consumismo dei sentimenti: con estrema facilità si decide di amare, rispettare, odiare una persona e con altrettanta immediatezza, al primo percettibile cambiamento si scopre di non amarla, rispettarla, odiarla più.

Siamo passati da un una società in cui molte coppie rimanevano unite nonostante l’evidente incompatibilità ad una in cui i rapporti coniugali finiscono freneticamente: si è più inclini a cambiare piuttosto che a risolvere i problemi, anteponendo i propri interessi/bisogni a quelli del nucleo familiare.

Anche il sesso nella società del consumo assume nuove caratteristiche: esso coincide maggiormente con la mera attività fisica, non è più frutto di sentimenti di amore o affetto ma riflette l’equazione del “chi non consuma non ha”, trasformando coloro che non lo praticano in falliti.

Se nella rivoluzione del ’68 il sesso era espressione di libertà e anticonformismo, oggi al contrario esso diventa strumento di omologazione di massa veicolata dalla società: è proprio qui che si crea il legame indissolubile tra pratica sessuale e consumismo.

Un ultimo esempio di uso delle relazioni è rappresentato dalla comunicazione online che, se da un lato offre enormi possibilità di interazione anche a distanza, dall’altro porta con se il rischio di depersonalizzazione e superficialità relazionale.

La mancanza di contatto diretto e la presenza dell’anonimato permettono a chi comunica in rete di rapportarsi con gli altri in maniera disimpegnata. Inoltre la facilità con cui si può interrompere una conversazione non aiuta le persone ad acquisire buone capacità sociali.

Comunicare sul web è quindi una pratica interazionale piena di insidie, in cui il soggetto può “consumare” centinaia di relazioni virtuali sentendosi contemporanemete isolato a causa della superficilalità che le contraddistingue.

Tanti sono gli angoli della società in cui il consumismo si è inserito in maniera subdola e silente, non solo nei rapporti materiali ma anche in quelli inter ed intrapersonali: come fare allora per ridare un valore profondo ai propri sentimenti e alle proprie relazioni? Come possiamo riuscire a vivere la vita e non limitarci a consumarla?

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6 commenti per “La società del consumo: amare le cose e usare le persone

  • morena ha detto:

    Bell’articolo, veramente. In maniera sintetica esprime concetti molto attuali e importanti che condivido pienamente.
    La domanda finale mi fa pensare che sarebbe già tanto, per molti, porsi domande del genere…. lo so, sono cattiva.

  • Vanessa Pepoli ha detto:

    Secondo me la risposta alle ultime domande è “dando importanza ad ogni singolo gesto fatto e ricevuto, non facendo le cose tanto per fare ma perché ci si crede e ci si vede un futuro in esse” un po’ come hanno fatto i nostri genitori che, da ragazzi nel periodo delle proteste etc si ribellavano per qualcosa in cui credevano (e magari alcuni anche no hihi).

    Voglio credere che ci sia qualcos’altro oltre all’ultimo modello di telefono o al pantalone all’ultima moda. Un po come quando eravamo bambini che magari la mamma ci vestiva con i vestiti del mercato e quando andavamo a scuola i nostri amici se ne fregavano se avevi le scarpe da 10 € o da 60 €, contava l’amicizia che c’era…

    Per quello avere la visuale dei bambini farebbe bene un po a tutti noi.

  • Stefano Rasponi ha detto:

    Verissimo il discorso sul tornare un po’ al passato in questo senso, ma credo che non basti…la società e il Mondo sono cambiati: non si possono trasferire comportamenti antichi nel contesto odierno ma si deve fare in modo di volgere questi mutamenti a nostro favore e credo che un’educazione critica sui valori dominanti sia una delle poche vie percorribili.
    Grazie Mori dei complimenti, non sei cattiva, anche secondo me ci sono molte persone superficiali in questo senso e questo si può collegare anche alla mancanza di un certo tipo di educazione di cui parlavo sopra…

  • Vanessa Pepoli ha detto:

    Concordo con quello che hai detto. Per quanto riguarda me mi sto impegnando con tutte le mie forze a trasmettere ai miei nipoti che rappresentano la nuova generazione, i valori che credo siano giusti. Poi, sperando che percepiscano quello che gli insegno, io il mio dovere l’ho fatto. Speriamo che anche altri facciano lo stesso!

  • Luca ha detto:

    Il poeta Stephanos Papadopoulus scrive: “Amico, le persone sono bestie cieche e stolte / che s’infiammano per idee piantate come grano nei loro crani annacquati…”. Il consumismo s’innesta su un’unità complessa: insoddisfazione/paura del cambiamento. Il tutto, spesso, viene discusso a livello psicologico – cfr. la depressione e la malinconia – che è l’ultimo modo di salvare una presunta individualità (sono malato dunque esisto). Ma in realtà la chiave è la società capitalista a il suo lento, costante addestramento. Se ne esce politicamente, con il coraggio della verità.

  • pio senatore ha detto:

    il mio punto di vista,consiste nel tornare al passato restaurare le cose belle autentiche del passato e presentarle in maniera moderna al presente ,in modo da trovare la giusta integrazione tra passato e presente e ritrovare quell’autenticita che stiamo perdendo.

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