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Il suolo, risorsa sempre più rara

di Francesco Gottardo

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Ovunque, nel mondo, l’Italia è giustamente nota per i suoi paesaggi toscani e siciliani, per le sue città museo come Venezia, Firenze, Roma e Pompei, per la canzone, la poesia, l’allegria e l’ospitalità mediterranea, e anche, non a sorpresa, per la pasta.
Pasta, gelato, pizza, prosciutto e formaggi; il marchio “Made in Italy” impresso sui prodotti che riempiono le tavole del mondo genera ogni anno un mercato che vale il 15% del P.I.L. italiano, cioè 250 miliardi di euro fra consumi, export (circa 30 miliardi) e indotto[1]. Il nostro settore agroalimentare vanta migliaia di prodotti tipici locali, regionali, di cui centinaia D.O.P. e D.O.C.; è inoltre l’unico settore anticiclico che, cioè, durante questi anni di crisi è cresciuto in termini di fatturato ed export.

Per questo è triste rendersi consapevoli della minaccia silente ma continua che attanaglia la bontà dei nostri cibi. La risorsa fondamentale che usiamo per rendere magnifico il nostro settore agroalimentare, la stiamo consumando; il suolo infatti inizia a scarseggiare. Colate di cemento trasformano giorno dopo giorno, anno dopo anno, il nostro territorio rendendolo a volte davvero difficile da riconoscere (si stima la perdita di oltre 110ha/die pari a circa 400kmq/anno). La logica miope della speculazione edilizia (molto spesso affiancata da quella deliquenziale dell’abuso) ricopre continuamente le dolci pianure e colline dello Stivale con nuovi complessi residenziali (a fronte non certo della crescente necessità di nuove locazioni dati gli elevati tassi di case sfitte nei comuni), centri commerciali, outlet village, strade e autostrade.
Uno degli aspetti più rilevanti del  consumo di suolo è la perdita di terreno agricolo che si riduce ogni anno di 9400 ettari tra le sole regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia[2]. E’ come se scomparissero ogni giorno due aziende agricole di medie dimensioni.
E’ un dato di fatto: l’economia italiana (e in buona misura qualsiasi economia occidentale) è fortemente legata al settore edile che, in modo diretto ed indiretto attraverso l’indotto, è il volano della crescita e costituisce la tradizionale cassaforte dei risparmi degli italiani che, con le risorse accantonate, preferiscono comprare una casa (anche una seconda o terza) piuttosto che sperimentare nuove forme di investimento. L’andamento del settore edile è un chiaro indicatore del livello di salute dell’economia e della fiducia degli individui rispetto al futuro . Il numero di nuove costruzioni in Italia ha continuato a crescere fra il 1995 ed il 2005 passando da circa 150000 a 270000 costruzioni, per poi attestarsi su quest’ ultimo valore in tutto il quinquennio 2005-2009[3]. Dal 2009 ad oggi però il settore edile ha subito gravi rallentamenti e la perdita di aziende e posti di lavoro segnando profondamente l’ingresso dell’economia reale italiana in crisi.

Detto questo però trovo davvero incredibile che un’ economia robusta (per quanto in grave affanno) non sia stata in grado di creare opportunità di investimento, ricchezza e sviluppo in maniera meno miope che attraverso il banale sfruttamento del suolo, ipotecando il valore aggiunto inestimabile che l’ambiente conferisce a tutti i settori (economico-sociale, culturale, gastronomico ecc.) del Belpaese. Deve infatti essere chiaro che il consumo di suolo è una malattia non solo a valore economico (con la distruzione di ambienti che valorizzano settori come l’agroalimentare che tanto ci porta notorietà e ricchezza), ma anche con forti aspetti di degrado sociale (vedi le periferie urbane cresciute senza progetti metropolitani e ambientali, di trasporto pubblico e servizi) e oltremodo ambientali come testimoniano tristemente le immagini delle coste mediterranee ormai quasi interamente cementificate.

Per evitare tali problematiche non pochi paesi europei , Germania in testa (che si è posta l’obiettivo di 30ha/die entro il 2020)  hanno attuato negli ultimi anni forti politiche di limitazione della proliferazione edilizia puntando molto su uso e riuso dei suoli già occupati (attraverso il restauro degli edifici) anziché sul consumo di nuovo territorio. In questo non posso non vedere un grave ritardo di attenzione, sensibilità riguardo la materia e lungimiranza della classe politica italiana.

Mi auguro di crescere in un paese che è orgoglioso della qualità e della genuinità dei propri prodotti e che lavora per difenderli. Mi auguro di poter fare un felice brindisi all’Italia e al cibo italiano anche fra molti anni.

 

 


[2] Fonte: Dossier Legambiente consumo di suolo 2011

[3] Fonte: Elaborazione Legambiente su dati ISTAT e Cresme

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