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Oggetti e [Ri]usi

di Elena Ramilli

Pubblicato il

Gli oggetti, come tutte le cose superflue, sono assolutamente indispensabili. Sono presenze autonome, verso le quali noi, da sempre, sviluppiamo un rapporto difficile da definire, fatto di utilità, miti, affetti, scaramanzia.

Le cose rivestono grande importanza in quanto riflettono il nostro modo di essere, diventano parte integrante della nostra identità: incorporano ricordi, aspettative, sentimenti. Ci parlano di qualcuno, rappresentano relazioni sociali, diventano oggetti-simbolo, portabandiera di uno status symbol che sembra ormai necessario al giorno d’oggi.

La nostra è una società usa e getta, nel secolo dei consumi e dei rifiuti.

Ognuno è attratto inevitabilmente dal nuovo.  Il nuovo iPhone 5, la nuova playstation, l’ultimo bauletto di Vuitton, il tablet, la Wii. Tutti oggetti con una funzione simbolica precisa: comunicare agli altri le proprie possibilità materiali, le proprie raffinatezza e originalità. Una sorta di grammatica sociale senza la quale ci sentiremmo persi, come se la nostra identità si reggesse su effimeri beni di consumo. Non consumiamo più oggetti per soddisfare bisogni utilitaristici: consumiamo segni.

E così il consumismo di massa sta lentamente intaccando i ruoli fondamentali che gli oggetti hanno nella nostra vita per la conservazione della memoria. La vita degli oggetti sta perdendo la connotazione simbolica e affettiva che era loro riservata. Tutto è progettato per durare il meno possibile. L’obsolescenza programmata permette al mercato di essere in continuo movimento e fa sì che tutto ciò che si compra abbia una data di scadenza virtuale: prima o poi l’oggetto si guasterà e andrà sostituito. Oppure, nella migliore delle ipotesi, non si romperà, ma risulterà vecchio – anche a distanza di pochi mesi dall’acquisto. In ogni caso il proprietario provvederà all’acquisto di un nuovo prodotto. Gli oggetti non si riparano più, si sostituiscono. Allo stesso modo dei sentimenti.

«Il consumismo ha finito pure per incidere, da ultimo, sui nostri valori fondamentali, sui principi e parametri di riferimento della nostra vita. Un consumismo sinonimo di svendita, saldo, superofferta, ribasso, prezzo scontato, offerta speciale, promozione, ha finito per trasmettere un senso di liquidazione, svalutazione e perdita di valore anche a virtù, principi e ideali. Onestà, moralità, integrità, lealtà, rispettabilità, serietà, decenza, correttezza… tutto finito nel supermercato dei valori, tutto relativo e prescindibile, tutto in vendita e al tempo stesso deprezzato: prendi tre paghi uno. L’antitesi classica e tormentata tra essere e avere è stata così felicemente risolta e superata: ha vinto l’avere, non c’è dubbio» .

(da Ideario de revolucion humanista)

Forse è necessaria una inversione di rotta, che mai come adesso sembra remota e impossibile. Ma qualcosa si sta muovendo. Di fronte a quella che gli scienziati definiscono ormai come la più grave crisi ambientale – e umana, aggiungerei – cui l’umanità sia mai andata incontro, sempre più si sente parlare di “decrescita”. La parola potrebbe trarre in inganno: non si tratta di tornare indietro quanto di ri-equilibrare l’ossessione della produzione. Come dice Latouche: «fare qualcosa intorno a quelle che io chiamo le otto ‘ R’ . Ovvero rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare».

Proprio quest’ultima parola, così in voga in questo periodo, acquisisce un ruolo primario nella rottura della catena consumistica. E la crisi può essere un buon pretesto per fare sì che tutti possano impegnarsi in quest’ottica di riciclo. L’etimologia della parola sicuramente ce lo ricorda: una crisi è innanzitutto un’opportunità per ricominciare in modo nuovo, con occhi diversi. Accade così che un sacco vuoto di iuta per il caffè diventi una borsa; le bottiglie di plastica un lampadario un vecchio bancale un tavolino. Baratto, dono e condivisione hanno ancora un peso enorme, più di quanto si pensi. Infatti queste azioni sono sempre accompagnate da precisi atteggiamenti, sentimenti e intenzioni che mostrano la realtà del nostro rapporto con gli oggetti, che per la maggior parte dei casi è pervaso di affetti e significati, molto di più delle pulsioni spesso istintive che ci portano all’acquisto del nuovo.

«Il riuso ha potenzialità nascoste: perché le cose che scartiamo ogni giorno sono tantissime e perché il recupero conviene sia a chi cede che a chi acquisisce, riduce il prelievo di materie prime e la produzione di rifiuti, promuove condivisione e commistione di gusti e stili di vita, aumenta l’occupazione».

(La civiltà del riuso, Guido Viale)

Riduci. Riutilizza. Ricicla.

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