Magazine

Barack Obama rieletto presidente: una nuova America?

di Eugenio Conti

Pubblicato il

Sono le 3 e 14 ora italiana di Mercoledi 7 Novembre e alla CNN non riescono a credere a quello che vedono sui monitor: solo 193 voti su qualche milione separano Barack Obama da Mitt Romney in Florida. C’è stupore, ma anche paura: si ripeterà quanto successo tra Bush e Gore nell’Election Day del 2000, ovvero un estenuante riconteggio con reciproche accuse di frodi?

Neanche un’ora dopo però, una timida risalita nel Sunshine State regala a Obama un risicato vantaggio dell’1% che durerà per tutta la gara, allungando il distacco di più di diecimila voti. Alle 5 meno un quarto il presidente uscente è davanti al rivale con ampie percentuali, nonostante una lenta risalita di Romney.

Si combatte di contea in contea, più che di Stato in Stato: è il ritratto di un Paese drammaticamente tagliato in due.. Le luci rossoblu dell’Empire State Building, colorate per l’occasione per tenere aggiornati i newyorkesi, si superano continuamente. Romney mantiene il voto popolare generale fino ad un paio d’ore dopo, ma nel sistema elettorale Usa contano le vittorie nei singoli Stati, che attribuiscono un diverso numero di Grandi Elettori in base alla popolazione. Ecco perché non conta quanto consenso abbia un candidato, quanto piuttosto come tale consenso è distribuito in tutti gli Stati.

Mentre diventa evidente che Romney ha fallito la conquista del nord-est industriale (Pennsylvania, New Hampshire, Wisconsin, Minnesota e Michigan), Obama si aggiudica anche California, Oregon e Washington. Alle 5 e 15 l’Huffington Post assegna definitivamente l’Ohio ad Obama. Abc, Msnbc e addirittura Fox News titolano in prima pagina “Obama rieletto”.

Quando il sole fa capolino sull’Adriatico, Romney inizia a perdere anche il voto popolare. Mentre continua il suo tentativo di risalita in Ohio, inoltre,  il candidato repubblicano perde anche la Virginia, che inizia a colorarsi di blu.

Romney tarda a concedere, perché spera si mantengano i margini per chiedere il riconteggio in Ohio, Virginia e Florida. Ma quando è chiaro che Obama ha ormai vinto tutti tre gli Stati, lo sfidante lo chiamerà al telefono per le congratulazioni di rito. Gli Stati Uniti scelgono quattro anni di Obama e dalla mappa elettorale finale non è difficile capire perchè.

Mitt Romney aveva incontrato notevoli difficoltà durante le primarie repubblicane: davanti a un partito massacrato dalla destra conservatrice dei Tea Party aveva scelto la tattica dell’aggirare le questioni pungenti come l’interruzione della gravidanza e i matrimoni gay sorridendo ed enfatizzando lo spirito della libertà di impresa e mai precisati piani di investimento per il lavoro, cosa che gli aveva procurato l’appellativo di flip-flop e la nomea di candidato vuoto, dal poco invidiabile passato di squalo di Wall street.

Per rafforzarsi aveva scelto come vice Paul Ryan, giovane promessa dalle solide e intransigenti posizioni conservatrici, ricordandosi forse di un certo Rick Santorum che durante le primarie lo aveva seriamente insidiato. E se Ryan gli aveva portato la fiducia dei conservatori di Santorum, Romney era anche riuscito a sfondare finalmente come un solido candidato moderato durante il primo dibattito presidenziale di Denver.

Nonostante l’analista del NYT Nate Silver (che nel 2008 azzeccò i pronostici di tutti gli stati meno uno) ripetesse che questo non sarebbe bastato a Romney per ottenere quell’impennata che avrebbe dovuto avere mesi prima nei cosiddetti swing states, Denver era bastata da sola alla quasi totalità dei media americani perché si parlasse di rinascita e di momentum di Romney. E mentre i sondaggi lo davano in vertiginosa risalita, lui riaffermava con più vigore l’idea di trasformare le elezioni in un gigantesco referendum nazionale contro Obama.

Ma dall’altra parte della barricata trovava il presidente dei record: Obama non aveva solo preso Bin Laden, avvallato la riforma sanitaria che il democratico più amato, Bill Clinton, aveva fallito, non stava solo portando il paese faticosamente fuori dalle due più grandi crisi economiche dai tempi di Roosevelt. Aveva anche costruito la più colossale macchina elettorale della storia americana, una macchina fatta da micro-donazioni e volontari di quartiere.

Quella macchina era pronta per tenere testa a Romney su tutti i più cruciali terreni di scontro: donne, operai, middle class, ispanici. Le critiche incendiarie di Obama sulla statura morale del suo rivale, i dati incoraggianti sulla disoccupazione e sul Pil, le stoiche certezze liberal su questioni morali come l’aborto e i diritti civili trovavano in quella macchina l’amplificatore elettorale più efficace per un presidente rigenerato dall’estate. Ma quella macchina non sarebbe comunque servita per fare echeggiare mediaticamente l’efficienza della sua gestione dell’uragano Sandy, riconosciuta anche davanti alle telecamere da repubblicani di ferro quali il governatore del New Jersey Chiris Christie.

Il referendum di Romney era quindi destinato ad infrangersi contro uno scoglio ben più grosso, che alla fine su 11 stati in bilico gli ha concesso solo il risicatissimo North Carolina. Le famiglie militari del Virginia hanno preferito la speranza di riavere a casa i marines alle paure di tagli alla sicurezza paventati da Romney. Gli ispanici e i pensionati della Florida hanno preferito la fiducia nella neonata Obamacare e in una futura riforma progressista dell’immigrazione all’odio viscerale di Ryan sulla prima e al pessimismo di Romney sulla seconda. Il nord industriale di Pennsylvania, Wisconsin, Michigan e Ohio non ha badato ai teoremi di Romney sulle delocalizzazioni di Marchionne, preferendo invece i salvataggi pubblici di un presidente che nonostante tutto ha dimostrato con i fatti di garantire loro un pasto caldo. Infine le donne, di ogni colore, hanno inflitto a Romney e a Ryan il colpo di grazia, rivelandosi determinanti con quel 10% di vantaggio garantito al nero dal nome arabo, e dimostrando di volere riappropriarsi della propria libertà di scelta.

Hanno votato in tanti per gli standard americani, più del 60% degli aventi diritto. Hanno votato giovani, ispanici, neri, in file che ricordano quel rivoluzionario 2008, anche se i numeri finali di Obama, assai più tiepidi, diranno il contrario. In Florida i seggi sono stati costretti a chiudere ben oltre l’orario preventivato. Corrado Formigli, rimasto a commentare la diretta assieme ad Enrico Mentana fino a mattino inoltrato, pescherà un tweet di Bill O’Reilly, giornalista della Fox, secondo cui è evidente che in America c’è una profonda crisi dei valori tradizionali.

Washington e Colorado hanno votato a favore della legalizzazione della marijuana, mentre Maryland, Maine e lo stesso Washington si sono espressi a favore dei matrimoni gay, aggiungendosi ad altri sette stati. Il tutto mentre Maurizio Molinari sentenziava da Chicago che queste elezioni dimostrano che oggi in Usa può vincere solo un partito che si dimostri multietnico.

Gli Stati Uniti sono un paese che grida change più di quanto Obama non abbia mai fatto in questi anni. E la vita nova degli americani non si fermerà con il primo presidente nero della storia.

Diffondi lo spirito Millennial:

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: