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Mai più come prima: la nuova vita dopo la malattia

di Chiara Ioli

Pubblicato il

La guarigione spesso inizia quando il malato capisce che guarire non significa tornare come prima, ma accettare una nuova vita, accettare il fatto di diventare persone diverse.

Si dice spesso che il carattere della persona malata è un elemento essenziale ai fini della guarigione, che ne determina in buona sostanza la durata e soprattutto la qualità.

La malattia sonda dove risiede il coraggio e lo mette alla prova strenuamente, trascina il corpo e la mente in guerra.

I meccanismi che il malato sviluppa per mettersi al riparo da dolori, diagnosi, ipotesi di cure spesso contrastanti e da tutta l’incertezza per il proprio futuro sono processi complicati e non senza conseguenze per la sua stabilità psichica.

Per capire quanto radicalmente cambi la vita di una persona malata parliamo con R, donna di sessant’anni, e della sua esperienza di malattia, che prosegue da otto anni.

Come hai reagito quando ti è stata diagnosticata la malattia?

Inspiegabilmente senza panico, senz’ansia; praticamente non c’è stata reazione. Da subito mi sono sentita investita da un senso di irrealtà: la cosa non mi apparteneva, non avevo preoccupazioni, non pensavo di poter morire di questa malattia, anche se i medici lo ipotizzavano. Le persone che avevo attorno erano stupite dalla mia reazione eccessivamente pacata, si aspettavano che manifestassi qualche forte emozione, di paura o dolore, che invece non provavo. Mi sentivo serena, per niente spaventata dalla prospettiva che si palesava per il futuro.

Quando hai realizzato profondamente che eri una persona malata? Cosa è successo poi in base a questa presa di coscienza?

Solo molto anni dopo ho capito che in quel momento iniziale la mia personalità si era come sdoppiata. Ho capito di essere stata, di essere ancora, malata quando ho compreso questa dissociazione. Avevo delegato la malattia, le ansie e le cure ad un’altra persona; il mio vero io se ne stava al sicuro da qualche parte, come se non potesse essere toccato.

Il momento in cui ho realizzato che quell’insieme di corpo e sensazioni doloranti e alterate ero sempre io è stato quando la malattia è arrivata al suo acme.

Sono stata molto vicino alla morte e questo fatto mi ha scaraventato all’interno di me stessa e, al contempo, mi ha consentito di avere una visione più ampia: mi sono vista dall’esterno e ho compreso di essermi costruita una doppia personalità, per proteggermi.

Puoi descrivere quand’è che hai pensato veramente di poter guarire e in che termini?

Inizialmente ho pensato che la guarigione potesse partire da questa presa di coscienza estremamente dolorosa, quando mi sono caricata della fragilità e della paura che avevo portato dentro per tanti anni inconsapevolmente. Sentivo che potevo finalmente intervenire in maniera lucida e attiva nel processo di guarigione, a differenza dell’atteggiamento passivo che avevo tenuto fino ad allora verso le cure: le accettavo senza interessarmi.

Mi sono resa conto però che la guarigione non era ciò che intendevo allora: un ritorno alla mia vita di prima.

Il mio corpo non reagiva come la mia mente sperava e voleva, non si comportava come prima, ma era limitato e soffocato dal dolore, ormai indelebilmente segnato dagli anni di malattia.

Direi che questo è stato uno dei momenti più duri, quando ho capito che nessuna cura mi avrebbe fatto tornare ciò che ero prima della malattia.

Come concepisci la tua nuova vita?

La nuova vita è cominciata proprio quando questa speranza di tornare come prima è svanita, quando ho realizzato che non mi sarebbe stato concesso di ridiventare quella che ero. Allora ho capito che per tornare a vivere dovevo cambiare la prospettiva: passare da considerazioni come “io non posso fare questo” o “io non sono più questo” a “posso fare quest’altro” e “io sono quest’altro”.

Questa è la nuova consapevolezza, il nuovo orizzonte possibile per le mie azioni e i miei pensieri.

Accettare questa nuova vita non è qualcosa che si faccia una volta per tutte; è un atteggiamento che va riconfermato nel tempo, è un cammino e una scoperta che si rinnovano ogni giorno.

A voler essere ottimisti si può vedere questo nuovo percorso come un’altra possibilità.

 

Esiste un tipo del tutto peculiare di ottimismo, nonché di coraggio, che si sviluppa forse solo attraverso un’esperienza come quella della malattia e che non è possibile concepire nella sua interezza, senza essere passati attraverso un’alienazione e un dolore così totalizzanti.

La speranza che la vita torni come prima sembra essere un ostacolo contro l’accettazione di un nuovo spazio, di una prospettiva diversa e reale che obblighi a riflettere su quante differenti modalità di vivere esistano.

Al malato vengono offerte molte strategie da seguire per riappropriarsi della propria vita, aiuti anche di tipo psicologico, ma la realizzazione di cosa si è diventati e di come riuscire a vivere è una scoperta del tutto personale e, forse, il compito più difficile che si possa affrontare.

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